Buch, Italienisch, 264 Seiten, GEKL, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 340 g
Romanzo
Buch, Italienisch, 264 Seiten, GEKL, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 340 g
ISBN: 978-3-943810-14-1
Verlag: Verlag ohne Geld
Serafina, ein junges Mädchen aus der Toscana, kommt zum Studium nach München. Ihr Vater. ein erfolgreichen deutscher Architekt, hat seiner Sehnsucht nach Italien nachgegeben und lebt als Aussteiger mit seiner schwedischen Frau in Roselle, wo Serafina geboren wurde und aufwuchs. Ihr Großvater hat ihr eine große Wohnung in München vererbt, und natürlich wird sie für die Zeit ihres Studiums, in ihre ererbte Wohnung einziehen. Jedoch in dieser Wohnung lebt eine geheimnisvolle alte Frau Elsa mit einem hysterischen Kater, wieso und warum ist nicht ganz klar und Serafina wird auch nicht gerade freundlich empfangen.
Allmählich lernt Serafina die Hintergründe kennen: die alte Frau ist die Tochter der ursprünglichen, jüdischen Eigentümer der Wohnung. Im Zuge der Arisierung zu Zeit der Nazi-Herrschaft, kam die Wohnung in den Besitz des Großvaters. Den Hergang erfährt Serafina hauptsächlich von der ersten Frau ihre Vaters und deren Sohn, ihren Halbbruder.
Serafina, die von den dramatischen Geschehnissen in der Mitte des 20. Jahrhunderts nur eine nebulöse Vorstellung hat, wird plötzlich hautnah mit diesen Vorgängen konfrontiert und sie begreift allmählich, dass auch über das unbeschwerte Leben ihrer Generation, die Vergangenheit ihre Schatten wirft. Eine Erkenntnis, die sie verändert und reifer werden lässt.
Zielgruppe
Historisch Interessierte, insbesondere an der Aufarbeitung der Naziherrschaft und der Gegenüberstellung zur Generation der Enkel
Autoren/Hrsg.
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Non furono necessarie lunghe trattative. La decisione fu presa subito, al primo incontro: a me toccò il ruolo della vittima, a lui quello dell’aggressore. Queste le regole del gioco. Un gioco stabilito da lui, naturalmente, solo da lui. Io non ho dovuto fare altro che accettare le sue condizioni, senza discutere: ci si può mettere a discutere con un gatto? Così, ogni volta che si risvegliano in lui irrefrenabili istinti felini, quando riecheggia da chissà quali lontananze il famigerato richiamo della foresta, lui parte all’attacco, e io corro a nascondermi dietro una porta, non senza essermi beccata un ennesimo assaggio dei suoi maledetti artigli.
Qualcuno avrebbe dovuto almeno avvertirmi prima della partenza, mettermi in guardia. E invece niente.
Ancora sanguinante mi sono precipitata al telefono:
«Lo sapevi che qui c’è un gatto?» ho ruggito con tutta la rabbia che avevo in corpo. Le mie prime parole dalla Germania: come inizio, niente male!
Stava aspettando la mia telefonata? Non saprei dirlo, sta di fatto che la sorpresa deve averle mozzato il fiato. Dopo un lungo silenzio, la sua bella voce stupita:
«Che gatto? Di che stai parlando?» La classica risposta della mamma. Lei non sa mai niente.
Certo, chi si sarebbe aspettato un incontro simile? Sono arrivata un pomeriggio di primavera, circa due mesi fa, ed ero comprensibilmente agitata: chi sarebbe venuto ad aprirmi, come sarebbe stata la mia nuova casa, la mia nuova vita? La porta si aprì e qualcosa mi piombò addosso aggrappandosi ai miei pantaloni: un mostro, un gattaccio enorme, – deve pesare una decina di chili se non di più – rossiccio, striato. Gli occhi verdi. Sul momento pensai si trattasse di una tigre in formato ridotto. E non fu facile strapparmelo di dosso. Lui, concentrato, deciso a non mollare la presa, non si lasciò disturbare da nessuno, né dai miei urli, né dalle mani di Maryla che cercava di tirarlo via. Poi di colpo, quasi senza preavviso, rinunciò alla lotta, evidentemente annoiato. L’avventura per lui si concluse con la conquista di qualche brandello di stoffa (i miei jeans) e pezzetti di carne. La mia carne. Stanco, si distese per terra e cominciò a leccarsi le zampette: chiaro, quei resti di stoffa gli davano fastidio. Magari gli facevano schifo.
Un benvenuto coi fiocchi, non c’è che dire.
Questo il mio ingresso nella mia nuova ‚dimora‘.
A Roselle, in primavera, spesso di notte, capitava che una massa indistinta di queste miserabili creature si riunisse proprio nel nostro giardino – un territorio neutrale, aveva sentenziato papà, dato che non apparteneva a nessun gatto, almeno di diritto – per farsi guerra, prima con urla selvagge, poi con zuffe corpo a corpo da fare accapponare la pelle. Io mi tappavo le orecchie con le mani e strillavo a più non posso, finché papà si alzava dal letto sospirando, non so se per i miei strilli o per quelli dei gatti, e con l’aiuto di una scopa o di un secchio pieno d’acqua metteva fine a quel baccano. Quelle grida bestiali mi hanno sempre straziato i nervi e ancora adesso, se ripenso a quelle scene notturne, mi sento tutta rimescolare. Deve trattarsi di una paura ancestrale, risalente a tempi antidiluviani: paure immotivate, abissi oscuri, caverne impenetrabili, bestie feroci in agguato, gatti selvatici sui rami degli alberi, tigri, leoni. Perché mi perdo in queste fantasticherie? Sto dando i numeri? Deve essere una reazione alla solitudine, al silenzio che mi circonda appena entro in questa casa, all’essere sola in questa città per me in parte straniera.
Sono qui da due mesi e non conosco nessuno, o meglio, non ho ancora fatto amicizia con nessuno; il mio mondo, e potrei dire pomposamente ‚il mio universo‘, si restringe sempre più, delimitato dai muri della mia stanza e da una porta dietro la quale qualcuno, quella brutta bestiaccia, se ne sta in agguato. Lo so. Appena esco dalla mia stanza lui, disturbato dalla mia presenza, salta giù dalla cassapanca che sta nel corridoio, dove penso se ne stia acquattato tutto il giorno, e con studiata indifferenza mi viene incontro.
Gli studenti che frequento ogni giorno, all’Università, non sono come me. Loro sono stranieri, mentre io qui sono quasi a casa mia.
Quasi, un grosso QUASI.
Giapponesi, coreani, americani, più due arabi, provenienti da non si sa bene quale sperduto angolo del deserto. Pieno di pozzi petroliferi. Li abbiamo notati subito per il loro fare circospetto, il modo di confabulare sempre a voce bassa (del tutto superfluo tanto non li capisce nessuno), lo stare in disparte: noi li osserviamo a distanza, li escludiamo dai nostri discorsi, dai nostri scherzi. Mi sento coinvolta in un eccitante gioco di sospetti che mi provoca un pizzico di malessere. Fin dai primi giorni la classe si è divisa in due settori: noi, cioè tutto il gruppo, e loro due. Chissà come, fra di noi si è instaurato una specie di tacito accordo: quei due imparano il tedesco per chissà quali loschi motivi. Magari sono venuti qui per tessere intrighi, complotti terroristici, attentati e peggio ancora, per far saltare in aria tutta l’Europa. Meglio ancora: per islamizzare tutta l’Europa. Pensiero sconvolgente.
Hanno capelli corti, nerissimi; mani dalle dita sottili, straordinariamente espressive, di rara bellezza, mani che mi piace definire sensuali. Non avevo mai visto mani simili. Devo confessare che mi attirano, ne subisco il fascino: spesso mi sorprendo a fissarle, incantata. Vorrei toccare e a mia volta essere toccata da quelle mani, anzi sfiorata. Forse forse accarezzata. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Chissà cosa si prova a sentire il tocco di quelle mani sul proprio corpo. E gli occhi, poi! Occhi neri, profondi che guardano senza vedere, che non si soffermano negli occhi degli altri, che sembrano ignorare la materialità fisica del prossimo e delle ragazze in particolare. In loro presenza mi sento trasparente. Ho sentito dire che un musulmano non guarda mai una donna negli occhi. Perché?
D’altra parte neanche io riesco a fissare i miei occhi nei loro: c’è una impenetrabilità, un ‚vietato l’ingresso‘ che mi sconcerta, che, devo ammetterlo, non mi lascia indifferente. Ne sono attratta come da un abisso e me ne ritraggo ogni volta con un vago senso di disagio e di paura. Occhi che rifiutano ogni approccio, ogni contatto. Non vorrei incontrare quei due in un luogo solitario. Pregiudizi? Sentimenti contrastanti mi agitano, mi sorprendono. Non ci capisco niente e continuo a pensare a loro. Mi disturba anche il fatto che non abbiano l’abitudine di farsi la barba, anche se in realtà mi sembrano puliti.
Ci sono poi tre americani: quelli fanno capire fin troppo bene a cosa mirano. Tre ragazzoni latte e miele come uno si immagina siano gli americani, biondi, alti, dinoccolati. E sfacciati, soprattutto con le ragazze. Non mi interessano, anzi mi danno fastidio, anche perché già dal primo giorno tutti e tre di comune accordo hanno cercato con tutti i mezzi, spesso banali, per non dire sciocchi, di attaccare bottone con me: che abbiano fatto una scommessa a chi arriva primo? E non vogliono capire che nessuno dei tre arriverà, né primo né ultimo.
Le giapponesi neanche mi interessano, non fanno altro che ridacchiare fra di loro cinguettando fitto fitto in una lingua incomprensibile: una cascata di vocali in tutte le sfumature possibili, suoni gutturali stranissimi e una ridarella congenita.
Nessuno col quale mi piacerebbe andare a mangiare una pizza, fare quattro chiacchiere.
Devo seguire questi corsi preliminari per imparare a leggere e scrivere, soprattutto a scrivere.
La differenza fra me e tutti gli altri studenti è che io parlo speditamente, senza cercare né parole né forme, mentre gli altri, soprattutto le giapponesi, non parlano una parola di tedesco ma scrivono senza fare un solo errore. Le perfezioniste! Come le invidio.
Il professore mi ha detto che è solo questione di abitudine: devo leggere molto e scrivere, scrivere il più possibile.
Intanto, mentre imparo a scrivere il tedesco, dimentico la mia lingua, l’italiano. Si, proprio l’italiano, benché non sia la mia lingua materna né paterna. Con la mamma ho sempre parlato e continuo a parlare svedese, con papà parlavo solo tedesco. L’italiano l’ho imparato all’asilo e lo parlavo sempre fuori, a scuola, con i miei amici. Sono trilingue, ma so scrivere solo in italiano. Penso in italiano, sogno in italiano. Anzi no. Stanotte ho sognato la mamma e parlavo svedese, naturalmente. Ma a pensarci bene, non so se parlavo. Potrei dire che ci intendevamo in svedese. Ma sarebbe un errore. Io non mi intendo affatto con la mamma. E non si tratta di lingua.
Un giorno dovrò mettere ordine nella mia testa: la prima lingua che ho parlato è stato lo svedese, ma a pensarci bene anche il tedesco. Per i primi tre anni ho praticamente sentito solo queste due lingue. Basta. Questa storia delle lingue mi è venuta a noia.




