E-Book, Deutsch, Italienisch, 304 Seiten, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 400 g
Zapperi Zucker Das Schweigen
Neuauflage im VoG Verlag 2022
ISBN: 978-3-943810-85-1
Verlag: VoG - Verlag ohne Geld
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il Silenzio
E-Book, Deutsch, Italienisch, 304 Seiten, Format (B × H): 130 mm x 210 mm, Gewicht: 400 g
ISBN: 978-3-943810-85-1
Verlag: VoG - Verlag ohne Geld
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dieses Buch erschien zum ersten Mal 2010 bei alfa beta in Meran und hat im Jahr darauf den renommierten Chianti Literaturpreis erhalten.
Eine Neuauflage in einer zweisprachigen Ausgabe hat sich deshalb angeboten, da die aktuellen Ereignisse in Europa, (Krieg, Flucht und Verteibung), auch in diesem Roman eine wichtige Rolle spielen. Eine mittellose kalabresische Kleinfamilie aus einem Dorf in den Silabergen, erliegt den Versprechungen des faschistischen Podestà und wird nach Südtirol umgesiedelt. In dieser neuen, für sie völlig fremden und unverständlichen Umgebung, als Analphabeten und ohne italienische, geschweige denn deutsche, Sprachkenntnisse – sie sprechen nur ihren kalabresichen Dialekt – haben sie keine Chance irgendwo Anschluss, Verständnis oder Hilfe zu finden. Und dann bricht gegen Kriegsende das Unheil in in Gestalt von drei deutschen betrunkenen Soldaten über sie herein und zerstört die kleine Familie.
Die Mutter, eine in Stein gemeißelte archaische Figur von unzerstörbarer Härte, schafft es mit den beiden Töchtern zu überleben und Enza, die Hauptfigur des Romans, findet in ein normales und erfolgreiches Leben, wenn auch schwer von der Vergangenheit belastet, einer Vergangenheit, deren Einzelheiten sie erst nach und nach erfährt und nur langsam akzeptieren kann.
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Una notte di pioggia
Il rumore della pioggia che sferzava contro i vetri della finestra con sempre maggiore violenza la riportò alla realtà, alla notte che aveva davanti a sé. Si era di nuovo levato un gran vento, un vento di tempesta. Controvoglia decise di andare su. Si alzò e Wolf, non volendo restare solo in cucina, uscì da sotto il tavolo cautamente, vergognoso, nascondendo subito il muso impaurito contro la sua gonna. «Così non posso camminare», lo ammonì scostandolo da sé. «Adesso non tuona più. Senti?», e lo accarezzò sulla testa. Wolf ancora scosso da un tremito nervoso che in qualche modo lo rendeva ridicolo, grande e grosso com’era, si mise in ascolto: la pioggia, qualche tuono ormai lontano, e il vento, di più non si sentiva. Ancora titubante, ringhiando leggermente quasi per rassicurarsi, la seguì. Salirono insieme al primo piano. Senza indugio Enza spalancò la porta della sua stanza. Una ventata d’aria fredda la investì. La stanza era in penombra. L’infermiera aveva lasciato accesa solo la piccola lampada sul comodino. La finestra, come previsto, era aperta in un buco nero. Qui il tempo sembrava essersi fermato. Il fruscio della pioggia smorzava appena il silenzio; gli angoli della stanza sparivano nella semioscurità e le pareti quasi si allontanavano, allargandosi e perdendosi in un nulla inquietante. Si intravedevano solo i contorni dei pochi mobili, il piccolo armadio, il letto; tutto indistinto, sprofondato in un buio fuligginoso, come se la morta, nell’andarsene, si fosse portata via anche gli oggetti della sua stanza, muri compresi, lasciando dietro di sé il vuoto più assoluto. Enza, sopraffatta da una sorta di timore, un nodo alla gola, il respiro corto, restò impietrita davanti alla porta. Wolf al solito si era piazzato davanti a lei ostruendo l’ingresso della stanza. Guaiva leggermente, con discrezione. Qualcosa lo bloccava: ritegno? Un senso di repulsione per quell’essere disteso sul letto? Forse sentiva che quella persona per la quale non aveva mai avuto simpatia, ora non avrebbe più potuto reagire così insensatamente, come le poche volte in cui si erano incontrati sulle scale di casa. „Cosa pensa un cane in presenza di un morto?“, si chiese Enza, „ha delle percezioni che un essere umano non può intendere?“ Intanto l’acqua continuava a entrare con furia. Alcune gocce più aggressive cadevano fin sul letto, posto vicino alla finestra, raggiungendo il corpo inerte, spruzzandone il vestito, le gambe, senza alcun riguardo. Alla scarsa luce della lampada era possibile distinguere gocce isolate che brillavano un istante prima di sparire sotto la finestra, sopra il letto. Si fece forza ed entrò di slancio. Chiuse i vetri e tornò subito indietro. Andò in bagno, prese uno straccio e asciugò il pavimento di legno, sotto la finestra. Wolf non si mosse, né si fece da parte, anzi restò inchiodato in mezzo alla porta, come sua abitudine: Enza fu costretta a spostarlo ogni volta che passava. Lui, incuriosito, osservava quell’andare e venire, senza capirne il senso. Ferma ai piedi del letto, serrando ancora in mano lo straccio umido, la vide finalmente, piccola, vestita di nero, le gambe sottili infilate malamente in calze nere che facevano pieghe da tutte le parti, le scarpe così inutili ora, le manine incrociate sul petto, in un atteggiamento di devozione che non aveva mai avuto in vita. Era stata la signora Ferretti a metterla così, a vestirla di nero. Del resto non possedeva altro. Smagrita, minuta, il corpo di una bambina. La pelle del viso, leggermente raggrinzita, denunciava solo vagamente la vera età della donna, la signorina fra qualche mese avrebbe compiuto settantatre anni. Ora era una morta senza età. Un cadavere come tanti altri cadaveri. Enza non riuscì a distogliere lo sguardo da quel viso. Le palpebre erano leggermente abbassate tanto da lasciar trasparire una parte della cornea. La bocca appena dischiusa forse nell’ultimo respiro, aveva la normalità di chi dorme, senza sogni, senza i fantasmi della notte. Adesso era entrata nella quiete assoluta e sembrava esserne contenta, non fosse stato per qualcosa che ne disturbava l’armonia. Enza cercò in quel viso solitamente inespressivo, che conosceva in tutte le sue pieghe, l’origine di quella dissonanza: le sopracciglia leggermente aggrottate. Come era strano quell’accenno di pensiero su un viso del tutto inerte, sciolto da ogni spiritualità. La fissò a lungo, con un vago senso di sconfitta. Anche davanti al cadavere della madre aveva provato lo stesso sentimento di impotenza; si erano sottratte, prima l’una poi l’altra, a lei, all’unica grande domanda che aveva segnato la loro vita in comune: „Mi hai mai voluto bene?“ Domanda che del resto non era mai riuscita a formulare. La risposta avrebbe potuto ucciderla. Ora non temeva più nessuna risposta. Ma il dubbio restava, e l’impotenza. Anche la madre, come questa piccola donna, entrando nel grande vuoto, si era portata nel viso un’espressione in qualche modo significativa. Indecifrabile. E tante risposte mai date. „Ti ho permesso di morire nel tuo letto, nella tua stanza; ti ho evitato l’umiliazione dell’ospedale, la desolazione della corsia; le cure del personale ospedaliero, impaziente, disamorato, degradante. Hai avuto un’infermiera per il giorno e una per la notte… te ne sarai accorta?“ In quegli ultimi mesi era passata da uno stato di dormiveglia all’altro, senza nessuna differenza fra il giorno e la notte; ma nei rari momenti di semicoscienza, nel fondo dei suoi occhi era stato possibile intravedere un barlume, una rapida accensione di vita. Allora forse aveva riconosciuto la stanza, i mobili e chissà, anche lei che le parlava. Non seppe mai se effettivamente l’avesse sentita, avesse capito il senso delle sue parole, delle sue poche parole sempre uguali: „Come ti senti? Vuoi qualcosa?“ Non ebbe mai una risposta. Dal viso, dai suoi occhi traspariva solo quello stupore di vivere che lei conosceva fin troppo bene. Alle sue domande reagiva sempre abbassando le palpebre, affaticata forse dalla realtà che la circondava o dalla necessità di pensare, e ricadeva nel dormiveglia. Enza era uscita da quella stanza ogni volta oppressa. Fuori si scrollava di dosso con un brivido nervoso quell’odore penetrante di malattia, di disfacimento. Di morte. Appena fuori avrebbe voluto gridare, non sapeva lei stessa cosa, ma gridare per sentirsi viva… e respirava a pieni polmoni l’aria fresca, satura ancora degli umori notturni. Amava l’odore della terra e delle piante. Le visite quotidiane al cimitero avevano anche la funzione di ricongiungerla, di farla sentire parte della natura, nel suo continuo alternarsi di vita e di morte. Lo squillo del telefono lacerò bruscamente il silenzio di quella stanza. Era ancora davanti al letto, lo straccio in mano, smemorata. Si scosse. Si precipitò sulle scale. Wolf intanto, vedendo che le cose si mettevano per le lunghe, si era accucciato proprio lì, davanti alla porta e già si lasciava andare al sonno, soddisfatto, dimentico delle delusioni del giorno trascorso, quando quello squillo indiscreto e poi il salto della padrona, inciampata su di lui, e la solita esclamazione: «Sempre in mezzo», lo fecero sobbalzare. Tutto insonnolito si sollevò pesantemente come uno che non sa cosa gli stia accadendo e senza riflettere un secondo seguì la padrona lungo le scale, con poco, pochissimo entusiasmo: le telefonate gli avevano sempre dato un gran fastidio. «Ho saputo della morte di tua sorella…» «La povera creatura ha finito di soffrire», rispose dopo essersi schiarita la voce e si stupì di aver pronunciato una frase così banale. Una parente del marito. Riagganciò pensando: „Adesso chissà quanti mi telefoneranno per le condoglianze.“ Un languore allo stomaco le ricordò che non aveva mangiato niente, tutto il giorno. Aveva bevuto solo un cappuccino, la mattina, come sempre. Poi non le era più stato possibile inghiottire un solo boccone. Andò in cucina. Wolf la seguì, come un’ombra. Qualcosa lo rendeva inquieto e non voleva restare solo neanche un secondo. Dopo un momento di indecisione si sdraiò davanti a quest’altra porta, sbarrandola. È da qui che deve passare, sembrava riflettere, non la mancherò di certo. Finalmente tranquillo, allungò il muso sulle zampe e dopo un sonoro sbadiglio seguito da uno strano brontolio che era un po’ la sua specialità, si apprestò a proseguire il pisolino iniziato poco prima; ogni tanto però socchiudeva un occhio per sbirciare la sua padrona, sonnacchioso, le orecchie ancora vigili. Quel giorno poteva accadere di tutto, ormai ne era certo, meglio stare all’erta! La cucina era piuttosto antiquata, arredata con mobili bianchi, disadorni. Anche le mattonelle alle pareti erano bianche, come pure il pavimento. Una cucina disabitata, solo funzionale, pulita. Assomigliava stranamente a una sala operatoria o a un laboratorio medico. Lo studio del marito, a pochi metri di distanza, separato solo da una parete, non era molto dissimile. No, non era la sua cucina, quella, lì non aveva mai cucinato. C’era sempre...




