E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Reihe: cronache
Zambreno Eroine
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5480-181-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 336 Seiten
Reihe: cronache
ISBN: 979-12-5480-181-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Kate Zambreno (Chicago, 1977) è autrice di dieci libri. Suoi testi sono stati pubblicati, tra gli altri, su The New Yorker, The Paris Review e Granta. Nel 2021 è stata Guggenheim Fellow per la non-fiction. Insegna Scrittura alla Columbia University e al Sarah Lawrence College. I suoi saggi e romanzi sono tradotti in molte lingue, tra cui lo spagnolo, il francese, il tedesco, il giapponese e il turco. Eroine (pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2012, e riedito nel 2024), ormai libro di culto, è considerato una delle opere di non-fiction più originali e influenti degli ultimi anni.
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2005
Siamo appena tornati a vivere a Chicago dopo un anno trascorso a Londra. Per gran parte dei giorni non riesco a starmene sola nel mio studiolo rosso, il mio eremo di Hermitage Avenue nel quartiere di Ukrainian Village, in trappola come un monaco trappista, come osservò sagace Djuna Barnes a proposito del suo isolamento monacale a Patchin Place nel Village, negli anni del dopo Parigi, dopo Thelma Wood e La foresta della notte. Sto cercando di imparare a essere una scrittrice seria e scrivere libri importanti, eppure tutto quel silenzio non lo sopporto. Tutta l’estate ad accompagnare John alla Newberry Library, zoppicare nei sandali nuovi, mettere a mollo i piedi feriti e sudati nel lavandino al pianterreno neanche fossi una senzatetto, cambiare le bende che al caldo si squagliano. Siedo a Washington Square Park e scrivo nel mio taccuino, incapace di resistere a lungo in una delle sale lettura della biblioteca, a prendere appunti. Il lavoro di John consiste nello starsene seduto in un cubicolo di vetro e osservare la gente per far sì che nessuno rubi qualche volume raro. Fuggo di sotto nella sala visitatori, osservo chi compra snack e bibite dalle macchinette. Sono perennemente incapace di tollerare contesti istituzionali. In genere nel silenzio mortale di tali ambienti provo un maggior senso di alienazione, tutto l’opposto del narratore della Nausea di Sartre, e al femminile. Flâneuse, passeggio per Gold Coast ed entro ed esco dai negozi, senza comprar nulla, magari un rossetto da Marshall Field’s, sentendo la brezza del condizionatore che si alterna al calore del mondo esterno.
Sì, è così che è germogliata la mia infatuazione per le mogli pazze, mio eterno punto di riferimento: quando ho iniziato a leggere le vite di queste donne, spesso nient’altro che una nota a margine nel progetto della memoria modernista. Mi stanno accanto da che tento di scrivere – come spettrali mentori. Non avendo mai seguito corsi di scrittura creativa, fatto salvo un disastroso workshop alla triennale in Giornalismo, il tentativo di dare origine alla me scrittrice è stato solitario e privo di amici. Carente di una comunità, ne ho inventata una. “Ho stretto alleanze con le mie anime gemelle di carta”, scrive Hélène Cixous nel suo saggio La venuta alla scrittura. Queste donne hanno funto da comunità invisibile – come nel dramma di Susan Sontag, Alice a letto, sulla storia della geniale diarista e autrice epistolare Alice James (sorella-di-Granduomini, cioè Henry e William), solo che ora sono io la nevrastenica, e loro aleggiano tutte su di me. O come nell’installazione The Dinner Party, risalente agli anni Ottanta, in cui Judy Chicago apparecchia un posto a tavola per celebri eroine, reali e d’invenzione.
La mia comunità invisibile – sì, anche loro furono rese invisibili.
Di recente ho visto l’installazione di Judy Chicago al Brooklyn Museum, e a colpirmi è stata la qualità all’apparenza scadente dell’argenteria. Eppure i runner erano cuciti con tanta cura e dedizione.
2009
Akron, Ohio. Hanno ingaggiato John per curare e organizzare una piccola collezione di libri rari qui all’università, il cui pezzo forte era dono di un imprenditore del settore gomma, un collezionista con dalla sua molti degli immancabili classici: degli in-folio shakespeariani, il Dizionario di Samuel Johnson, due prime edizioni di Foglie d’erba di Whitman. Un incarico di ruolo (che, secondo le regole degli scacchi coniugali, batte una sfilza, per quanto soddisfacente, di contratti da professore aggiunto nella nostra base a Chicago – il Re mangia la Regina).
Alla moglie toccherà rimediare qualcos’altro, ovviamente. Aggiunta, aggiuntiva.
Abitiamo in un tozzo edificio vittoriano nei pressi dell’università. Ci trasferiamo a scatola chiusa (ormai ne abbiamo fatto un’abitudine). Il palazzo adiacente e il nostro sono gli unici condomini in questa strada che è altrimenti la quintessenza dei sobborghi. Sul retro delle case cortili disseminati di tutti i ninnoli dell’infanzia, come nota con un tremito Esther Greenwood nella Campana di vetro di Sylvia Plath. Bambini con le loro grida pungenti. La frase di Vivien(ne) aggiunta alla Terra desolata, da pronunciare al meglio delle proprie possibilità in tipico accento cockney: Che ti sei sposata a fare se non vuoi bambini?
Il mio studio è in pratica il solarium del nostro appartamento, una cornice di luce e finestre. Sulle prime ho pensato, ma sì, va bene. Una sorta di ritiro di scrittura. Una stanza tutta per sé. Quella roba lì. Virginia Woolf raccomandava l’atmosfera bucolica. Una tregua pacifica dall’isteria della città. (Dove abitavamo prima a Chicago, sulla Diciottesima, ero costantemente nel panico, l’uomo ammazzato nella nostra via la settimana della partenza, i bambini che giocavano beati vicino alla sua sagoma di gesso. Ciascuno dei nostri traslochi pare un’improvvisa, scriteriata fuga, senza ragionare dovutamente sulla successiva, ansiosi come siamo di districarci dalla precedente.)
Mi viene detto, in modo un po’ brusco dal direttore del dipartimento di Lettere, che non sono qualificata per insegnare letteratura. E però dei professori maschi senza alcun interesse per la materia insegnano letteratura femminile. Mi viene rammentato che non ho mai portato a termine gli studi. (Perché quell’idea mi suona sempre come una morte?)
Trovo un lavoro come insegnante del corso Introduzione agli Studi Femminili, traccio alla lavagna la parola SUFFRAGIO di fronte a visi annoiati e a volte sconcertati e all’occorrenza astiosi. Aule strapiene. Un corso obbligatorio in base alle norme pro diversità. Quest’università è di una cristianità allarmante – a un’estremità del campus troneggia una megachiesa soprannominata “La Cappella”, dono di un benefattore della facoltà. Tra i loro ministeri c’è un programma Scaccia-l’Omosessualità-a-Furia-di-Preghiere dal nome “Legami di Ferro”. Le condizioni di lavoro sono molto peggiori che a Chicago – in Ohio è illegale per i lavoratori part time iscriversi ai sindacati, e quindi non mi è assegnato un ufficio né un qualche straccio di spazio condiviso, e la paga è oscena.
Appena atterrati inizio a non desiderare altro che di andarmene da questo paesaggio da Midwest in bianco e nero, una città che fu industriosa, le fabbriche ora inerti come zanne marcescenti e vuote dell’industria. La vetrina tristemente adornata a tema Mago di Oz per Natale in uno dei negozi dismessi giù a downtown. Un tempo Clark Gable lavorava qui, in una delle fabbriche di pneumatici – un passo avanti dalla fattoria del padre, ma se ne andò anche da lì in cerca di successo. Chi non lo avrebbe fatto? In merito al trasferimento ci chiedono tutti: Perché? L’economia, sai com’è. Mormoro. Un’opportunità di lavoro. (In realtà vorrei dire: CHE CAZZO NE SO. Ma taccio. Racconto la menzogna concordata tra coniugi.)
La vicina Cuyahoga Valley è splendida sotto le fiamme dell’autunno. Ma la città in sé spesso ha un’atmosfera gotica da puro Midwest. Strani avvistamenti. La donna che si avventura nel negozio di elettronica con un hot dog sbocconcellato in mano, stuzzica la merce con l’altra intrisa di ketchup e senape. Un’altra donna che cammina a passo felpato in una Main Street spettrale con del nastro da pacchi appiccicato in viso, una bibita stretta tra le grinfie (John osserva: ostaggi in pausa pranzo). In questa condivisa distopia leghiamo di più. (Lo scrittore preferito di entrambi al momento è Thomas Bernhard; all’epoca del nostro primo incontro era Beckett.) Altra sorta di alienazione rispetto ai tempi di Londra, o del primo ritorno a Chicago.
Sono un alieno qui. I miei capelli corti e il giacchetto nero alla Giovanna d’Arco, lucido dopo anni di utilizzo, la fodera interna tutta lacera e rattoppata, residuo delle spese pazze nei grandi magazzini londinesi, offerte dal prestito studentesco di John. Mi sento gli occhi addosso al supermercato, in giro per il campus. Sono anche in fase butch, jeans attillati da uomo à gogo, sarà una ribellione sartoriale a questo mio recente ruolo più femminile. Anche John lo fissano, coi suoi capelli un po’ lunghetti e i gilè da dandy. Non ci bada. Anche se più spesso che no nemmeno esco di casa, e cazzeggio per giorni con gli stessi vestiti con cui vado a dormire, sotto la luce inclemente del mondo esterno non indosso granché i miei capi d’abbigliamento più amati e scoloriti. A parte le volte che, a cadenza regolare, ci rechiamo a Chicago per far visita a mio padre o, meno spesso, a New York. Come se fosse desolante indossarli qui. In questa terra desolata.
A quanto pare sono ormai avvezza ad assumere la postura da perenne forestiera.
Chicago ora nostro pellegrinaggio, che un tempo desideravamo con tutti noi stessi rifuggire. A Chicago New York era la nostra Mosca, come nelle Tre sorelle di Cechov. È il nostro copione: in men che non si dica scordiamo cos’è che ci ha messi in fuga, lo glassiamo di nostalgia, Zelda che dal manicomio scrive al marito romanziere lettere nostalgiche sulla loro luna di miele. Il reliquiario che erigiamo in omaggio alle nostre origini condivise. Il reliquiario di Viv per Tom, che già l’aveva abbandonata, accanto alla foto incorniciata di Sir Oswald Mosley, capo dell’Unione Fascista Britannica. (Ma ogni donna, sotto sotto, ama un fascista?)
Ho provato a estraniarmi dai tumulti cittadini legati alla separazione tra LeBron James,...




