Wieringa | Santa Rita | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 252 Seiten

Reihe: Narrativa

Wieringa Santa Rita


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7091-587-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 252 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-587-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Agosto 1975. Turbando la tranquilla, secolare vita rurale di un paesino della pianura olandese, un piccolo aereo si schianta su un campo di mais dietro la casa di Aloïs e Alice Krüzen. A bordo c'è un russo in fuga dall'Unione Sovietica. Agonizzante ma vivo, il pilota è accudito dai Krüzen, ma non appena si rimette in piedi se ne va con Alice per mano: Aloïs e il figlio Paul, di otto anni, restano soli. Passa il tempo ma Paul, ormai cinquantenne, è ancora tormentato dal ricordo di quel russo caduto dal cielo che gli ha portato via la madre. La sua esistenza si sta consumando tra la casa in cui vive con il padre, la stalla adibita a magazzino per il suo commercio di cimeli militari, il bar del posto di nuova gestione cinese e il bordello del sinistro Steggink appena oltre il confine tedesco. Qui, ad aspettarlo, ci sono sempre le consolazioni dell'amore a pagamento della «materna Rita», che come lui porta al collo una medaglietta della santa sua omonima, patrona delle cause perse. Unico vero amico di Paul è Hedwiges, un'altra anima grigia che per vivere manda avanti l'anacronistica drogheria di famiglia e che una volta all'anno lo accompagna in vacanza in un qualche paradiso della prostituzione. E quando Hedwiges e Rita, gli unici punti fermi di Paul, gli vengono tolti, il precario equilibrio si spezza e la rabbia esplode. Con la sensualità della sua prosa, e uno sguardo amaro ma capace di totale empatia, Tommy Wieringa ci sprofonda nella provincia degli ultimi, dove la modernità arriva sotto forma di nuovissimi smartphone e di cinesi senza radici che oggi gestiscono un bar e domani chissà, dove la forza dei desideri indotti è inversamente proporzionale alla possibilità di realizzarli. Il luogo dove cova il rancore del nostro vivere contemporaneo.

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1


Paul Krüzen si sputò sui palmi, brandì l’ascia e la sollevò sopra la testa. Sul ceppo d’appoggio il ciocco s’incrinò, ma senza spezzarsi. Gli uccelli che avevano cercato rifugio sugli alberi per la notte fuggirono nel crepuscolo. I merli si dileguarono nel sottobosco lanciando gridi frenetici. Paul Krüzen calò di nuovo l’ascia, e poi ancora, e ancora, finché il ciocco di quercia si spaccò in due. Dopodiché tutto fu più facile. I pezzi volavano in tondo. Schegge di legno ovunque, macchie di luce sul fondo del bosco. Dev’essere l’ascia a lavorare, gli aveva insegnato suo padre tanti anni prima, ma a Paul piaceva usare la forza.

Nel cielo spuntò qualche pallida stella. Molto al di sotto, nella radura, il demone agitava la sua ascia. La faceva schioccare come una frusta. I ciocchi vorticavano nell’aria. I faggi tutt’intorno, forti e lisci come braccia di ragazzo, tremavano alla violenza dei colpi.

Era questa la sua vita: mettere il ciocco sul ceppo e spaccarlo. La camicia gli si appiccicava addosso. Fitte di dolore alle reni. Ogni colpo andava a segno. Gesti che ormai ripeteva da un pezzo, sempre con una fretta misurata, contenuta. Doveva sudare, sentire dolore. Si passò un deodorante a biglia sotto le ascelle e si infilò una camicia a scacchi pulita. «Io esco», disse a suo padre, che leggeva sotto la lampada.

La serata era fresca, sul prato aleggiava l’odore del sedano. Guidò fino in paese con il finestrino aperto. Sulla strada si contavano tre alti dossi. I dissuasori di velocità e le rotonde erano un segno del progresso, di un’eccessiva accelerazione del ritmo della vita e della necessità di tenerlo a freno, perfino a Mariënveen, dove nei finesettimana capitava che uno di quei bifolchi finisse ammazzato al volante. Ogni due o tre anni, Paul Krüzen si ritrovava seduto nel letto, svegliato di soprassalto dallo schianto, dalle sirene e dopo un po’ dallo stridio delle seghe circolari; sulla curva, spettrali riflessi di luce sulle querce. E il mattino dopo vedeva un altro squarcio nella corteccia. Ogni tanto, negli ultimi anni, i parenti deponevano lì accanto dei fiori o una foto.

Paul accostò davanti alla casa di Hedwiges Geerdink. Suonò alla porta e tornò in macchina ad aspettarlo con la portiera aperta. Non pensava a niente. Inizio giugno, l’ultima luce dell’orizzonte occidentale. Poco dopo, Hedwiges era seduto accanto a lui. «Buonasera a tutti», disse l’amico con la sua voce acuta. Erano due le voci che aveva Hedwiges, e non sapevi mai quale avrebbe tirato fuori: quella acuta e pigolante o quella di petto, bassa e roca. La prima volta che lo sentivi parlare te lo vedevi davanti di colpo sdoppiato: l’Hedwiges alto e l’Hedwiges basso. Il Bottegaio, come lo chiamavano in paese. Pigolino.

Paul tirò dentro le gambe, chiuse la portiera e si diresse in paese.

Allo Shu Dynasty, l’ex Bar e salone per le feste Kottink, Laurens Steggink era al tavolo da biliardo con uno sconosciuto.

«Signori», li salutò Steggink.

Paul andò a sedersi in fondo al bancone, nella nicchia di perlinato. Gli piaceva avere le spalle coperte, come un cowboy, e poter vedere chi entrava. Hedwiges comparve sullo sgabello accanto. La radio era mal sintonizzata, tra scariche di fruscii arrivavano note di Die Sonne geht unter in Texas.

Mamma Shu disse «ehi Paul» e «ehi Hedwiges», e mise una bottiglia di Grolsch davanti a Paul e un bicchiere di coca davanti a Hedwiges. L’emittente pirata stava ringraziando per il sostegno snack bar, ditte conto terzi, segherie e imprese di demolizione. Paul sapeva dove si trovavano gli studi della radio: in un capannone dietro la Tien Ellenweg. A volte si sentiva anche da lontano il rimbombo sordo dei bassi.

Steggink si chinò sopra la stecca per mirare. Se la prese comoda. Giocava bene a biliardo; aveva imparato nell’esercito, nelle lunghe ore vuote trascorse al bar della sua unità a Seedorf.

Paul Krüzen era stato in classe con Hedwiges Geerdink e Laurens Steggink.

Una volta lui e Steggink avevano costruito una capanna sotterranea nel bosco. Pensavano di dormirci. Avevano arrostito salsicce surgelate su un piccolo falò fumoso e srotolato i sacchi a pelo, ma poi, quando si era fatto buio, alla prospettiva di una notte in quella tana tra ragni e porcellini di terra, Paul si era tirato indietro, aveva preso la bici ed era tornato a casa. Steggink era rimasto lì da solo. Lui non aveva paura del buio.

L’amicizia si era guastata: Paul aveva cominciato a provare un fastidio crescente per i brutti tiri e le panzane di Steggink, oltre che per quel suo codino bisunto. Alla festa per il ventitreesimo compleanno di Theo Abbink, Steggink aveva tirato il collo ai tre gattini della ragazza di Theo e li aveva buttati nei campi. La sua giustificazione: era ubriaco e detestava i gatti.

Non si erano parlati per una ventina d’anni.

Per Paul non era stata una sorpresa quando un giorno aveva saputo che Steggink era stato condannato per coltivazione di cannabis nel fienile dei genitori della fidanzata e per truffe su un sito di compravendita. Non si era sorpreso lui né nessun altro. Tutti se l’erano aspettato. Quella di Laurens Steggink non era una biografia, era una fedina penale. La sua ex, quando lo incontrava, se la faceva ancora sotto.

Uscito di galera, aveva trasferito i suoi traffici dall’altra parte del confine. Aveva messo su un bordello nell’ex tipografia di una squallida area industriale fuori Stattau, con ragazze che arrivavano da tutto il mondo. Al Club Pacha se ne stava con quel suo lungo corpo appollaiato su uno sgabello, una bibita davanti a sé e il cellulare incollato all’orecchio. Non gli sfuggiva nulla. Ma quel giorno era lunedì, e il lunedì il Club era chiuso.

Ogni tanto Paul attraversava il confine nella speranza di trovare una delle sue preferite, la smodata Thong di Bangkok o, meglio ancora, la materna Rita di Quezon. Chi pensava che l’amore a pagamento non fosse amore non conosceva i loro cuori appassionati.

Con un tonfo sordo la palla colpì la sponda lunga, sfiorò la biglia gialla e prese in pieno quella rossa. Che bel rumore, pensò Paul, quello di un tiro che va a segno, eseguito con forza e disinvoltura.

Steggink tirò altre due volte prima di sbagliare. L’altro scelse la posizione, sotto la lampada spuntò la sua faccia. Occhi slavati, di sicuro un polacco, il corpo chino appesantito da lardo e zampini di maiale. Ogni tanto nel cortile di Paul si presentavano i vari Marek e Wojciech, e con loro c’era poco da fare affari. Ma su qualche eccezione si poteva contare. Come la meraviglia che gli aveva mostrato quel commerciante di Breslavia: un baule pieno di uniformi estive russe della Grande guerra, ancora complete di decorazioni.

Il polacco tirò. Le biglie rotolarono sul tappeto.

Entrarono gli Hennie, esitanti, e si misero al bancone uno accanto all’altra. Si chinarono sopra il loro nuovo cellulare: il display proiettava sui due visi una luce azzurrina. Dopo un po’ lei alzò gli occhi e chiese: «E tuo padre, Paul?»

Paul Krüzen fece segno con la mano: così così. Che senso aveva raccontare per l’ennesima volta della disinfezione quotidiana della ferita allo stinco che non cicatrizzava? Bisognava decidersi a tornare in ospedale.

Erano quarantanove anni che condividevano la vita, lui e suo padre. Un giorno ormai non lontano sarebbe rimasto soltanto lui, in quella fattoria sassone nel Muldershoek, dove avrebbe cominciato a parlare da solo e fare cose strambe.

Il timer del biliardo ronzò. Steggink prese una moneta da cinquanta centesimi dalla pila sopra il timer e la infilò nella fessura sul fianco dell’apparecchio.

Gli Hennie tornarono a chinarsi sul loro nuovo Sony Xperia. Cosa non si riusciva a fare con il sussidio di disoccupazione! A casa avevano già messo a letto i bambini. Veniva da chiedersi se era giusto che si consentisse a persone come quelle di riprodursi, ma ormai il danno era fatto: in assenza di un controllo da parte di una qualsiasi autorità, avevano duplicato la loro disgrazia.

Poco dopo, con Theo Abbink e Alfons Oliemuller, la compagnia dei solitari fu più o meno al completo. Furono aggiunti dei posacenere: da quelle parti il divieto di fumare non era ancora arrivato. La legge aveva perso forza e mordente prima di raggiungere Mariënveen.

Quando la pila di monetine sul timer del biliardo si fu esaurita, Steggink e lo sconosciuto, come sicari, smontarono le loro stecche da biliardo e ne riposero i pezzi nella borsa.

Ora al bancone non c’era più un solo sgabello libero. Alfons Oliemuller sbirciò da sopra la spalla dell’Hennie maschio e disse: «Ti serve il 4G. A Kloosterzand ce l’hanno, qui figurarsi.» E avanti a parlare della fragilità del nuovo iPhone e della scocca difettosa del Galaxy Note. La conversazione si interruppe quando Steggink infilò il braccio, come una spada, nella compagnia. Tutti si zittirono stupiti, come se avesse messo sul tavolo una mano di carte vincenti.

«E quello cosa sarebbe?» chiese Oliemuller.

«A te cosa sembra?» replicò Steggink.

Oliemuller gli prese di mano lo smartphone e lo girò. «Gresso», lesse ad alta voce.

«Made in Russia», chiarì Steggink. Fece un gran sorriso allo sconosciuto polacco.

L’oggetto luccicava oscenamente in mano a Oliemuller. Tutti guardarono, come avevano guardato la prima volta che Steggink si era presentato con la sua Ferrari rossa. Come schiavi lungo una strada sterrata che vedono passare per la prima volta un’automobile. Un colpo di clacson e si sarebbero buttati in ginocchio a farsi il segno della croce.

La Testarossa di Steggink, il suo...



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