Westerman | Ingegneri di anime | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 347 Seiten

Reihe: Narrativa

Westerman Ingegneri di anime


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-997-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 347 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-997-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il 26 ottobre 1932 Stalin si presenta a una riunione di scrittori a casa di Maksim Gor'kij. «I nostri carri armati non valgono niente», dice, «se le anime che devono guidarli sono di argilla.» Spetta agli scrittori, «ingegneri di anime», forgiare l'uomo nuovo sovietico. Nasce così l'estetica proletaria della costruzione e della produzione, utile per celebrare quelle colossali opere idraulico-ingegneristiche dei primi piani quinquennali che, grazie al lavoro forzato dei Gulag, stanno domando la «nemica» natura del territorio sovietico: deviazioni di alvei fluviali, migliaia di chilometri di canali, impianti di desalinizzazione dell'acqua di mare. Dalla lettura di un libro di Konstantin Paustovskij del 1932 sulla «eliminazione dei deserti» prende le mosse il viaggio narrato in Ingegneri di anime, che porta Frank Westerman, giornalista d'inchiesta con studi di ingegneria agraria alle spalle, dalle rovine industriali del golfo di Kara-Bogaz fino al canale Belomor, il progetto che il collettivo di scrittori guidato da Gor'kij fu chiamato a cantare come «storiografia istantanea del socialismo». Un viaggio concreto, quello di Westerman, che si intreccia con l'esplorazione della vita e delle opere di chi, tra dubbi, debolezze e scetticismo, dedicò penna e capacità espressive al rafforzamento dell'URSS postrivoluzionaria. Concentrandosi non sui grandi dissidenti ma sui «più o meno accomodanti», come lo stesso Paustovskij, o il tormentato Platonov, o il grande Pil'njak morto in un Gulag dopo alterne vicende, Westerman ricostruisce con accenti personali il rapporto tra potere e artisti, e il loro sofferto sforzo di trovare uno spazio possibile tra diktat e ispirazione.

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Prologo


Una volta volevo diventare geometra. Mi affascinavano i geometri che vedevo all’opera nella mia strada, uomini in giubbotto arancione con strisce fluorescenti. Scrutavano nei loro binocoli e controllavano che tutto, nei dintorni, fosse effettivamente a posto come sembrava.

Dovevo avere dieci anni. A scuola imparavamo le capitali d’Europa con l’aiuto di una cartina muta.

Non appena il maestro Hulzebos srotolava la tela cerata su cui era rappresentato il continente, sapevamo che la situazione stava diventando critica. Spalle imponenti e gesti scarni, l’insegnante toglieva da un gancio la sua bacchetta, una stecca da biliardo sottile con una fascetta di ottone intorno alla punta. Poi si rivolgeva alla classe e chiamava uno di noi alla lavagna.

Con quella bacchetta di legno bisognava indicare un punto sulla cartina e poi un compagno. Se quello non sapeva la risposta, allora potevi esclamare ad alta voce: «Atene», o «Reykjavík», o «Helsinki». In quei momenti avvertivo un formicolio alle dita. Sfiorare dei punti sulla cartina, trasformandoli di colpo in suoni misteriosi, mi sembrava magia pura.

La cartina muta dell’Europa che avevamo a scuola era punteggiata di segni rossi, cerchiati in nero. Le città con meno di un milione di abitanti erano rappresentate con cerchietti grandi come una moneta da un quarto di fiorino, quelle con più di un milione di abitanti con cerchietti delle dimensioni di un bottone da giacca. E poi c’erano le metropoli vere e proprie, Parigi, Roma, Berlino, talmente brulicanti di persone che secondo il maestro Hulzebos da soli ci saremmo persi di sicuro. Le metropoli con più di un milione e mezzo di abitanti erano indicate con dei quadratini.

Fra tutti quei quadratini ce n’erano due, proprio vicino al bordo della cartina, che non eravamo tenuti a conoscere.

«Si trovano fuori dell’Europa», fu la spiegazione del maestro Hulzebos.

«Ma quella come si chiama?» chiesi.

«Mosca.»

Di Mosca avevo sentito parlare, solo che non capivo come mai quella città non potesse entrare nel gioco come il resto d’Europa.

«E questa?» domandai, puntando il dito sul quadratino isolato nel vuoto che si estendeva oltre Mosca. Il pensiero che, anche così lontano, ci fosse una città con un milione e mezzo di abitanti mi faceva venire i brividi.

«Gor’kij», disse il maestro. La classe ridacchiò. Gor’kij! Sembrava uno di quei nomi che si incontrano nelle fiabe o nelle descrizioni dei pianeti. Giove, Venere, Gor’kij. Cercavo di immaginare una cartolina illustrata con la scritta «Saluti da Gor’kij», ma non era facile. Che cosa avrebbe dovuto raffigurare?

«Gor’kij è una città chiusa», disse il maestro Hulzebos. «Certe persone vengono spedite a Gor’kij per punizione e devono restarci per sempre.»

Mi piacciono i libri che non hanno figure ma iniziano con una cartina. Basta un’unica fotografia e la magia sparisce. È meglio invece osservare la pianta di un monastero in cui è stato commesso un omicidio o il percorso di una spedizione al Polo Sud finita in tragedia. Le linee punteggiate del fronte nei pressi di Gallipoli? Un panorama dell’Arcipelago Gulag? La cartina-prefazione dovrebbe funzionare come un vaccino: somministrando al lettore una piccola dose di allucinogeno geografico prima della partenza, lo protegge dalla follia tropicale durante il viaggio.

Di primo acchito, è quel che accade anche con Il Kara-Bugaz, il libro con cui Konstantin Paustovskij nel 1932 si fece conoscere come scrittore sovietico.

Ho iniziato a leggerlo quando mi sono stabilito a Mosca e ho deciso di documentarmi sull’ex Unione Sovietica per farne oggetto dei miei servizi giornalistici. Era scontato cominciare con Paustovskij, considerato il cronista per eccellenza della Rivoluzione russa, della successiva guerra civile e degli anni della costruzione del socialismo. Tutti i corrispondenti da Mosca sognavano di poter fornire notizie di prima mano, dall’interno, proprio come faceva lui.

Il Kara-Bugaz, secondo lo stesso Paustovskij, tratta della «eliminazione dei deserti», vale a dire del modo in cui entusiasti ideatori di piani quinquennali progettarono un complesso industriale per il trattamento del sale sulla costa orientale del Mar Caspio. «Un simile complesso assesterà un colpo mortale al deserto. L’estrazione dell’acqua, del petrolio, del carbon fossile creerà intorno al golfo una serie di oasi, da cui prenderà le mosse una campagna sistematica contro le sabbie.»

Dopo la copertina e il frontespizio, ma prima dell’inizio del primo capitolo, la cartina-prefazione ci racconta in quali contrade ci porterà: il golfo di Kara-Bogaz sembra un bambino al seno e il Mar Caspio, come una madre ansiosa, è chino su di lui. Il cordone ombelicale non è ancora stato reciso. A una prima occhiata i luoghi sembrano costituiti unicamente da deserti disabitati e da altopiani senza nome. I riferimenti più vicini sono il delta del Volga e il lago d’Aral, lontani entrambi circa cinquecento chilometri.

Paustovskij cita il rapporto di un viaggio per mare di un certo tenente Žerebcov, cartografo al servizio dello zar: «Mi preme informarla che ho soddisfatto la sua richiesta e che dalla spedizione marittima da me compiuta porto due uccelli assai rari, che ho ucciso personalmente nel golfo di Kara-Bogaz. Il nostro cambusiere si è azzardato a impagliarli e adesso stanno nella mia cabina. Questi uccelli provengono dall’Egitto, si chiamano fenicotteri e hanno un piumaggio rosa di delicata bellezza.»

Seguendo la rotta di questo esploratore dei mari, Paustovskij ci fa approdare sui confini meridionali dell’impero sovietico.

Consulteremo cento volte la cartina, con la stessa frequenza con cui il tenente Žerebcov ha puntato sugli astri il sestante. Da una localizzazione all’altra, il racconto segue la sua rotta con rigore, in un percorso in linea retta.

Questo, almeno, è quello che potremmo presumere. Ma nel libro di Paustovskij succede alla geografia una cosa strana. Non facevo che tornare alla cartina-prefazione e non riuscivo a staccare gli occhi dalla pagina. Il mare interno, che aveva la forma di una bolla ed era chiamato Kara-Bogaz, mi sembrava incredibilmente grande. Se quel golfo (la cui circonferenza, secondo Paustovskij, misurava ottocento chilometri) era veramente un elemento paesaggistico così importante come la cartina voleva far credere, allora perché non l’avevo mai notato prima?

In una galleria della metropolitana moscovita ho comprato da un geologo disoccupato quattro cartine arrotolate, che aperte misuravano in totale due metri e venti e comprendevano tutti e undici i fusi orari dell’ex impero sovietico. Da Kaliningrad a occidente fino allo stretto di Bering, vicino all’Alaska.

Con la custodia di cartone sotto braccio, sono salito su una scala mobile, diretto verso la luce del giorno. Nel frattempo ero arrivato al KorPunkt del mio giornale di Rotterdam, sul Proletarskij Prospekt. Il KorPunkt, «centro dei corrispondenti», era un piccolo ufficio decrepito, dotato di un telex ceco, che si trovava in una dépendance riservata alla stampa, annessa a una residenza diplomatica, residuato di epoca sovietica. Girava voce che le griglie di ventilazione e le prese di corrente fossero imbottite di microfoni non più grandi di capocchie di spillo. Non so se fosse vero. Osservavo, però, che i miei vicini erano stati suddivisi, secondo criteri sovietici, in stranieri provenienti da nazioni amiche (portico 1) e da paesi borghesi (portico 2).

Davanti all’unica finestra del mio studio c’era una scrivania di metallo. La vista era deprimente: il locale dava su un edificio di mattoni alto quattordici piani. Se appoggiavo la fronte contro i vetri, vedevo da una parte anche un cantiere recintato. Non c’erano proletari al lavoro laggiù, altrimenti lo scavo non sarebbe stato infestato da sambuchi e scarti di legname.

Per non essere costretto a contemplare ogni giorno una simile natura morta, ho spostato la scrivania di un quarto di giro. Sul muro davanti a me ho inchiodato la cartina delle quindici ex repubbliche sovietiche costruendomi così un nuovo panorama di cui, dopo tanti anni, non mi sono ancora stancato.

Seduto davanti alla tastiera (nel mio cubicolo), vagavo su un sesto del mondo abitato. Senza tutti quei meridiani presenti al di sopra del mio computer, avrei perso di continuo l’orientamento.

La cartina che avevo appeso al muro risaliva al 1991, anno del crollo dell’Unione Sovietica. In questa edizione, città come Leningrado, Gor’kij e Andropov avevano recuperato i nomi che avevano prima della Rivoluzione. Solamente la più alta montagna sovietica (7495 metri) continuava a chiamarsi «Picco del Comunismo».

Una delle prime cose che ho cercato sulla cartina nel KorPunkt è stato il golfo di Kara-Bogaz. Il mio sguardo seguiva la costa del Mar Caspio. La forma sbilenca sulla parete coincideva con quella della cartina presente nel libro che stavo leggendo: eppure, il golfo di Kara-Bogaz non c’era proprio!

I miei occhi si spostavano febbrilmente dal libro alla parete. Ma com’era possibile? Paustovskij si era inventato il golfo di Kara-Bogaz?

Oppure dopo il 1932 quella laguna grande come le Fiandre era sparita dalla cartina e dalla faccia della Terra?

Naturalmente, l’assenza di un mare interno di grandezza media sulla cartina dell’Unione Sovietica poteva essere un esempio di manipolazione cartografica. Nemmeno città come Krasnojarsk-26 e Tomsk-7, dove si produceva plutonio su scala industriale, erano indicate. E se i cartografi sovietici erano stati capaci di spostare intere catene...



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