Westerman | I soldati delle parole | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 289 Seiten

Westerman I soldati delle parole


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-219-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 289 Seiten

ISBN: 978-88-7091-219-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La penna sarà sempre più forte della spada? Spinto da urgenti domande, narratore lucido e inquieto di questo tempo di crisi, Frank Westerman si mette in viaggio per capire ciò che il linguaggio può ancora fare contro la violenza e per indagare i cambiamenti che, a partire dagli anni '70, hanno interessato i vari fronti del terrorismo moderno, modificandone pratiche e principi e complicandone l'interazione con l'avversario più eccellente, lo Stato. Westerman incontra esperti di terrorismo a Parigi, beve tè alla menta con un poeta ex-dirottatore di treni, prende parte come ostaggio a un'esercitazione di sicurezza all'aeroporto di Schiphol e partecipa a un corso per negoziatori delle Forze Speciali della Polizia olandese. E mentre ricorda alcune tra le più intense esperienze della sua vita, come le azioni di un commando di terroristi moluccani a cui assistette da bambino e l'orrore degli attentati ceceni quando era corrispondente in Russia, riflette su temi cruciali del nostro presente, come la lotta al terrorismo, le possibili reazioni al terrore, il senso dell'empatia e della comprensione, l'opportunità di dialogare. 'I soldati delle parole' è un saggio documentatissimo, appassionato e rigoroso nello stile inconfondibile di Frank Westerman che intreccia Storia, reportage, autobiografia e sapienza narrativa.

Westerman I soldati delle parole jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


1


Del paese di Ossendrecht, attaccato alla frontiera olandese-fiamminga, esiste una copia segreta.

L’Ossendrecht originale giace placido tra i prati che dominano la Brabantse Wal. Dalla cima del campanile della chiesa cattolica si abbracciano con lo sguardo i polder zelandesi riformati di stretta osservanza, un’ansa della Schelda, le torri di raffreddamento della centrale nucleare di Doel e le gru del porto di Anversa.

Il duplicato di Ossendrecht, grande come l’originale quanto a superficie, non possiede chiese. È una località satellite con costruzioni di cemento, situata anch’essa sopra la Brabantse Wal, ma nascosta tra le conifere dei boschi sulla frontiera. Sebbene non vi abiti nessuno, è circondata da una recinzione con sorveglianza video. «Ossendrecht-2», potremmo chiamarla, per analogia con «Tomsk-7» o «Krasnojarsk-26» le città sovietiche proibite e non riportate sulle cartine, nella taiga siberiana, solo non così oscura, certo, in fin dei conti siamo nei trasparenti Paesi Bassi.

Ossendrecht-2, con tanto di albergo, palestra e strada dei negozi, è di proprietà del ministero degli Interni, che vi addestra la polizia.

A sgombrare le case occupate.

A mediare nelle contese tra vicini.

A dividere gli attivisti ambientali.

A usare i gas lacrimogeni.

A neutralizzare i criminali più pericolosi.

A far desistere dai loro propositi i suicidi saliti sul tetto di un albergo.

«Li chiamiamo saltatori», spiega la mia guida, un ufficiale di polizia in uniforme blu con medaglie dorate appuntate qua e là. È disposto a mostrarmi Ossendrecht-2 a patto che non riveli il suo nome, per via del suo ruolo di «mediatore operativo».

Prendo il suo biglietto da visita e chiedo che cosa significhi esattamente «mediatore operativo».

«Che se tu fossi venuto la settimana prossima, non avrei avuto tempo per te.»

Non mi viene in mente niente di straordinario in programma per la settimana prossima.

«Abbiamo il vertice nucleare all’Aia, con pezzi grossi come Obama e Merkel.»

Lo guardo con deferenza, in attesa che arrivi al punto.

«Quindi saremo in stand-by.» Gli occhi e gli angoli della bocca non rivelano nulla di più, se non che il resto della risposta è dato per scontato.

«Nel caso venga sequestrato qualcuno?»

«Allora entriamo in azione.»

«I mediatori operativi.»

«Appunto.»

Chiamiamolo Kees. Ha sessant’anni, un tipo pacato. L’aria rassicurante di uno sbirro di quartiere che da dietro i suoi occhiali tiene sotto controllo i dintorni. Siamo seduti uno di fronte all’altro alla mensa dell’Accademia di Polizia, «località Ossendrecht», Scuola per la Gestione delle Crisi e dei Pericoli.

«Lo Stato ha il monopolio della violenza», dice Kees. «E vogliamo che resti così.» Entrano gruppetti di agenti della Squadra Mobile, in maglie con le spalle imbottite. Pezzi d’uomo con la testa rasata, caricature di se stessi. «La vedi?» chiede Kees accennando col mento al distributore di Snickers, Mars e patatine Croky.

«No, lì accanto.»

Sul muro laterale c’è una scritta a caratteri uniformi:

Nei Paesi Bassi tutti vengono trattati allo stesso modo nelle stesse circostanze. Ogni discriminazione sulla base di religione, convinzioni, idee politiche, razza, sesso o per qualsiasi altro motivo è vietata.

«Ecco perché lo facciamo.»

Anche Kees ha cominciato nella Squadra Mobile nel 1976, con un casco, uno scudo e un manganello. Eseguendo incarichi semplici. Imparando a prelevare un manifestante da un sit-in con una sola mossa di judo, anche se è agganciato a un compagno. Le lezioni di judo fanno ancora parte dell’addestramento, gli agenti della Squadra Mobile sono tutti cintura nera o marrone. Ma la carriera di Kees ha preso un’altra piega: è diventato mediatore nei casi più rischiosi di sequestro e rapimento. «I disarmati», li chiamano con sarcasmo all’Accademia. Kees non crede di avere un lavoro più comodo dei suoi colleghi. «Essere l’ultimo a parlare con qualcuno che è sul punto di essere fatto fuori non è una passeggiata.»

Come la maggior parte degli altri mediatori, anche lui viene da Rotterdam – una predominanza sorprendente che Kees non sa spiegarsi.

Forse, suggerisco, ha a che fare con il loro proverbiale spirito mercantile?

Kees aggira abilmente la mia analisi. «Nell’addestramento la reattività è tutto», risponde. «E si impara con l’esercizio.»

Chi lavora in polizia viene addestrato a combattere e passa almeno trentadue ore all’anno al poligono di tiro. Il rovescio della medaglia è che spesso il poliziotto medio non sa dire «scusa» o «grazie», spiega Kees, perché di rado te la cavi con un «fermo» o «butta quell’arma». Per questo insegna agli agenti come usare le loro armi verbali.

«Prima di mettere un corsista davanti a uno che sta per saltare da un tetto, gli dico: quanto pensi che ti servirà il tuo spray al peperoncino?»

Kees si piega verso di me per coinvolgermi nel dilemma. Dev’essere una sua strategia: lascia la domanda sospesa tra noi, in modo quasi ipnotico, e non sono nemmeno nella stanza degli interrogatori. Per un paio di secondi mi fissa negli occhi, poi si alza. È il momento della visita guidata. Kees si infila la giacca e si tira su la cinta con la fondina.

Attraverso un corridoio che costeggia la sala del judo raggiungiamo un’uscita posteriore. Davanti a noi si stendono dei giardini pubblici e più in là un quartiere residenziale. A prima vista Ossendrecht-2 sembra una cittadina qualunque. La Merelweg incrocia la Dennenlaan. Ma ecco parcheggiate di sbieco sul marciapiede una Opel e un furgoncino Ford Transit, entrambi carbonizzati. Sul ciglio della strada, vicino a un lampione, giacciono delle tute imbottite – corpi senza vita e senza testa, con membra ritorte in posizioni innaturali.

«Ogni pezzo pesa ottantacinque chili», dice Kees, «e dev’essere trascinato fin laggiù, oltre la recinzione.»

Esprimo la mia ammirazione a parole. Alla mia guida sta bene che io prenda appunti, ma non aspetta. Prosegue verso la stazione.

Ossendrecht-2 ha una stazione.

Sul piazzale antistante un autobus è in attesa di una folla immaginaria. Si possono leggere le PARTENZE su un tabellone delle ferrovie olandesi. Sono entrato in un set cinematografico e mi muovo sotto un tetto di nuvole basse. Davanti a noi c’è un treno giallo, arrugginito sui binari, rimosso da ogni servizio. Senza destinazione. Non è un vecchio modello a «muso di cane», ma un moderno intercity con la cabina del macchinista arroccata in cima alla motrice, modello «battistrada». I binari terminano davanti e dietro il treno con un paraurti. È una vista bizzarra: sullo sfondo verde scuro del bosco una striscia gialla e blu di ferro solido. Una linea che taglia in due il paesaggio e nello stesso tempo, inevitabilmente, fa riemergere dalle quinte della mia gioventù i due treni dirottati.

Kees mi si affianca, pancia in fuori.

«Questo è per il dirottamento di treni?» chiedo.

«Lo simuliamo qui, sì.»

«Con degli attori?»

«E delle comparse, i passeggeri.» Kees mi mostra dove viene messo il cordone e da quali punti i cecchini tengono sotto tiro il treno. «Uccidere è sempre un’opzione. Persuadere è più difficile, ma è meglio.»

Ci dirigiamo verso il vagone di testa. Una volta questo treno conduceva all’aeroporto di Schiphol.

«La nostra unità è nata col primo sequestro di un treno, nel 1975. Prima di allora non avevamo mediatori. Alla fine uno di noi è andato a chiedere lumi a Scotland Yard.»

Comincia a piovigginare. Le nubi sono ora così basse da arrivare quasi a coprire le cime dei pini. Posso scattare tranquillamente delle foto, tanto secondo Kees non si vede niente di speciale. Un treno è un treno.

Sono venuto a Ossendrecht-2 per approfondire l’arte della persuasione. Più precisamente: spero di imparare qualcosa da un mediatore professionista come Kees. Le domande fondamentali che più mi premono sono:

Come può un parlatore opporsi a un assassino?

Le parole possono contrastare i proiettili?

Quali parole?

La notizia del momento: il rapimento di quasi trecento ragazze delle scuole medie in Nigeria a opera di una confraternita islamica chiamata Boko Haram. «L’educazione occidentale è proibita.» Quanto può essere utile una campagna su Twitter? Quanto può servire che Michelle Obama diffonda un selfie in cui tiene in mano un pezzo di carta con la scritta #Bring-BackOurGirls?

Se la lingua e il terrore si sfidano a duello, chi soccombe?

Sono domande che continuano a tormentarmi e a cui non riesco a dare una risposta. Ci...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.