E-Book, Italienisch, 432 Seiten
Wegelius La scimmia dell'assassino
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-989-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 432 Seiten
ISBN: 978-88-7091-989-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Tuta da lavoro addosso e chiave inglese in mano, non c'è al mondo migliore macchinista di Sally Jones, una gorilla molto speciale che non parla ma legge, scrive e capisce sempre quel che accade intorno a lei. È proprio Sally Jones a raccontare le peripezie che le toccano in sorte dopo che la Hudson Queen, la barca del marinaio finlandese Henry Koskela, che per lei è solo «il Capo» nonché migliore amico, viene assaltata dai banditi lungo il Tago e affondata. E le disgrazie sono appena cominciate: a Lisbona, Koskela è arrestato per l'omicidio del losco Alphonse Morro. Costretta alla fuga, la «scimmia dell'assassino», come la chiamano ormai giù al porto, scopre che il Capo è stato incastrato e senza esitazioni decide di scagionarlo a tutti i costi, indagando in un mondo attraversato da complotti monarchici internazionali e dai primi voli aerei, popolato di artisti della fisarmonica e poliziotti corrotti, tra bettole malfamate e serate di gala a teatro, attraverso gli oceani fino alla corte di un maharajah indiano. Per fortuna ad aiutarla ci saranno Ana Molina, operaia dalla voce sublime, e il signor Fidardo, burbero liutaio dal cuore d'oro. Con il suo ritmo incalzante e i suoi personaggi memorabili, La scimmia dell'assassino è un'avventura da leggere tutta d'un fiato e un romanzo sull'amicizia, sulla lealtà, sull'amore e sul potere della musica di aprire anche i cuori più induriti.
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SECONDA PARTE
31
Una scalfittura nella lama
Rimasi sull’ala del ponte e guardai scomparire le luci, una dopo l’altra. Alla fine la costa portoghese sparì del tutto alla vista. Qua e là, quando un’onda sollevava la sua cresta di schiuma, si coglieva uno scintillio nel buio. Per il resto c’era solo mare nero in tutte le direzioni.
Ero partita, e non potevo tornare indietro.
La porta del ponte di comando si aprì e il capitano Anderson guardò fuori con la pipa puzzolente all’angolo della bocca.
«Mezzanotte meno dieci», disse. «Cambio della guardia. Sei pronta per un turno alle macchine?»
La nausea dopo l’incontro con il commissario Garretta non era passata, ma le mani non mi tremavano più. Annuii.
«Passa dalla mensa dei fuochisti mentre scendi», disse Anderson prima di richiudere la porta. «Credo che il cuoco abbia preparato qualcosa da mangiare.»
Sulle grandi navi l’equipaggio di solito è organizzato su due guardie. Quando la prima lavora, l’altra riposa. Ogni quattro ore ci si dà il cambio. Così era anche sulla . Avevo saputo che nella mia guardia saremmo stati in quattro, nella sala macchine: il secondo macchinista, Geoff Gerrard, due fuochisti e io, l’ingrassatore.
Il macchinista è il capo nella sala macchine e l’ingrassatore è il suo aiutante, si può dire. Il lavoro dei fuochisti è spalare carbone nei fornelli in modo che il vapore sia sempre a riva. È un lavoro sporco e pesante. Il caldo nella sala caldaie è insopportabile e l’aria satura di polvere di carbone. L’ingrassatore se la passa meglio, ma deve avere maggiori competenze sui motori e la meccanica.
Ero contenta che il capitano Anderson mi avesse presa a bordo come ingrassatore e non come fuochista. Dovevo dimostrare di meritarmi la sua fiducia.
Trovai i miei tre compagni di guardia nella mensa dei fuochisti, una cabina stretta con al centro un tavolo chiazzato di sporcizia e delle panche di legno fissate alle pareti. Lì il personale addetto alle macchine consumava i pasti e giocava a carte nelle ore di riposo. Dall’alto, a ritmo con i movimenti della nave, oscillava una lampada a cherosene che diffondeva una luce fioca su quello spazio angusto. Mi sedetti. Geoff versò una porzione di zuppa di patate in una gamella e me la diede.
I due fuochisti mi guardarono senza troppo interesse. Uno dei due era alto, con le spalle larghe, una zazzera bionda e la faccia lentigginosa sotto la fuliggine. Si stava pulendo le unghie con un coltello a serramanico molto grande. L’altro era più anziano e segaligno. Aveva un paio di baffoni spioventi e una pipa di gesso in bocca. Geoff me li presentò. Il biondo si chiamava Paddy O’Connor e il segaligno Johnny Doyle. Erano tutti e due irlandesi, di Dublino.
«E questa è Sally Jones», disse Geoff in tono gioviale, dandomi una pacca sulla spalla. «La famosa Sally Jones! La macchinista della ! Ne avrete sentito parlare, no? E adesso farà la guardia con noi. Che onore, eh?»
Paddy O’Connor mi rivolse un breve cenno del capo. Johnny Doyle si tolse la pipa dalla bocca e mi sorrise amichevolmente sotto i baffi.
«Piacere di averti a bordo», disse. «Dimmi un po’, sei una scimpanzé o una gorilla?»
Paddy alzò gli occhi al cielo, chiuse il coltello con uno scatto sonoro e si alzò.
«Sei una testa di rapa, Johnny», disse. «Le scimmie non sanno rispondere alle domande. Mica parlano! Ci vediamo giù.»
Aprì la porta e sparì nella notte buia. Quando fu uscito, Johnny si sporse un po’ per guardarmi negli occhi.
«Secondo me invece tu parli. Ho ragione?»
Scossi la testa.
Lui sorrise di nuovo, scoprendo molti spazi vuoti tra i denti scuri.
«Non fa niente, amica», disse ammiccando. «Tanto Geoff parlerà abbastanza per tutti e due.»
Johnny Doyle aveva ragione. Durante la mia prima guardia nella sala macchine della il macchinista parlò e scherzò quasi senza interruzione. Penso di non aver mai conosciuto una persona più chiacchierona e allegra di lui. Nello stesso tempo non mi perdeva d’occhio un momento. Ovviamente voleva assicurarsi che facessi il mio lavoro a puntino, e in questo non c’era niente di strano, visto che ero appena entrata a far parte dell’equipaggio.
La macchina a vapore della era un motore a tripla espansione della Wigham Richardson & Co., un modello comune che conoscevo bene. Sapevo dove trovare tutti i punti di ingrassaggio e i nottolini, e sapevo dove mettere le mani per controllare che i cuscinetti non si surriscaldassero.
Geoff era soddisfatto di me, o per lo meno fu quello che disse a tutti i membri dell’equipaggio che scesero curiosi in sala macchine per darmi un’occhiata prima del cambio delle quattro. Diversi mi salutarono con una pacca amichevole sulla testa o sulla spalla e mi diedero il benvenuto a bordo. Alcuni mi strinsero addirittura la mano.
D’un tratto mi sentii abbastanza a mio agio all’idea di essere in viaggio. E la nausea era passata.
La mattina doppiammo il cabo de São Vicente ed entrammo nel golfo di Cadice. Il mare era calmo e in cielo splendeva il sole, anche se io non vidi granché di quel bel tempo: il macchinista della seconda guardia, Mr Bullworth, mi mise al lavoro nel mio turno di riposo.
«Sai lavorare il ferro?» chiese.
Annuii.
«Siamo a corto di chiavi inglesi. Ne hai già fatte?»
Le chiavi inglesi si usano per stringere o allentare i bulloni e sono l’attrezzo più importante per il macchinista. Ne avevo già fatte: tutte quelle a bordo della le avevamo realizzate io e il Capo.
«Bene», disse Mr Bullworth. «Nella sala caldaie ci sono incudine, martello e fuoco. I pezzi di ferro li trovi nello sgabuzzino. Comincia pure.»
Alla sera ero stanca. Lavorare il ferro mi piace, ma è faticoso. Inoltre erano quasi due giorni e due notti che non dormivo. Visto che tutte le brande dell’alloggio dei fuochisti erano occupate dovetti sistemarmi nello sgabuzzino dei macchinisti, un piccolo locale di fianco alla sala macchine, con un angolo adibito a officina. C’era giusto il posto per appendere un’amaca.
Andai a letto subito dopo la guardia serale e sprofondai immediatamente nel sonno. Non so da quanto tempo dormivo quando accadde. Ricordo solo che sognai di cadere e che mi svegliai battendo forte la testa.
Per qualche istante non capii dov’ero né cosa fosse successo. La porta era socchiusa e dalla sala macchine arrivava una sottile striscia di luce. Ero a terra, sul pavimento di metallo grezzo, quello che in una nave si chiama pagliolato. Sotto di me c’era l’amaca. Era caduta, e io pure. Come poteva essere successo?
Mi alzai con cautela. Perdevo sangue dalla nuca e mi faceva male la schiena. Avevo legato l’amaca a un gancio di fianco alla porta. Quando controllai, il nodo era ancora lì. Era la corda ad aver ceduto.
Sollevai alla luce le due estremità e sentii un brivido freddo lungo la spina dorsale. Il taglio era netto e pulito. Qualcuno aveva reciso la corda con un coltello. Un coltello molto affilato, tra l’altro.
Annodai i due capi, sistemai l’amaca e mi stesi di nuovo, ma non riuscii a riaddormentarmi. Mi faceva male la testa e i pensieri si accavallavano.
Inoltre ero tesissima: chiunque avesse tagliato la fune dell’amaca poteva tornare.
In mare niente è importante quanto poter riporre fiducia nei propri compagni di bordo. Lo sanno tutti i marinai. In quel momento capii che qualcuno sulla mi voleva male, ma non avevo idea di chi fosse. Era terribile.
In realtà, però, non avrei dovuto meravigliarmene. Dopo tutto sapevo che un membro dell’equipaggio aveva fatto una soffiata alla polizia: lo aveva detto il commissario Garretta in persona. . Aveva detto così.
Chi aveva tagliato la fune della mia amaca era la stessa persona che mi aveva venduto alla polizia? O sulla avevo più di un nemico? Quelle domande mi tormentavano più della ferita alla nuca.
Dovevo essere prudente e attenta. Anzitutto dovevo evitare di farmi recidere di nuovo la corda dell’amaca. Il primo pensiero fu di chiudere la porta dello sgabuzzino con un chiavistello, ma mi venne in mente che sulle navi è proibito serrare dall’interno le porte, per questioni di sicurezza in caso di incendio. Sostituii invece la corda con un pezzo di cavo metallico arrugginito che trovai in un cassetto di scarti sotto il banco da lavoro. Senza un seghetto o un tronchese non si poteva tagliare. Chi ci avesse provato con un coltello ne avrebbe solo rovinato la lama.
Più tardi quello stesso giorno oltrepassammo lo stretto di Gibilterra. Appoggiati all’impavesata, io e Geoff prendevamo un po’ d’aria in attesa di montare di guardia. Attraverso la foschia intuimmo i contorni dell’alta rocca che veglia sullo stretto da nord.
«Ho sentito dire che lassù abitano delle scimmie», disse Geoff.
Era arrivata voce anche a me. Credo si tratti di un qualche genere di cercopitechi.
«Magari sono tuoi parenti? Vuoi che attracchiamo, così le saluti?»
Guardai Geoff. Aveva la faccia raggrinzita in un sorrisone. Mi diede di gomito per farmi capire che scherzava, ma lo sapevo già. Scherzava di continuo, su tutto e con tutti. Prendeva in giro il capitano e i comandanti in seconda, battibeccava con fuochisti e mozzi, canzonava il cuoco e il burbero Mr Bullworth. Nessuno se la prendeva, anzi: tutti, a bordo, lo apprezzavano. Anch’io. Ero stata fortunata ad avere lui come macchinista...




