Vitantonio | Pyongyang blues | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 288 Seiten

Reihe: Asia

Vitantonio Pyongyang blues


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6783-258-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 288 Seiten

Reihe: Asia

ISBN: 978-88-6783-258-3
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Cosa succede quando una giovane donna risponde al precariato del sistema capitalista trovando lavoro in una delle ultime realtà comuniste rimaste? In gioco ci sono la propria visione del mondo, le relazioni amorose e amicali, la ricerca di stabilità e dignità. Attrezzata con un master in diplomazia e una precedente esperienza in Corea del Sud, in questo libro Carla Vitantonio presenta la Corea del Nord con uno sguardo inedito, che arricchisce di sfumature e sottigliezze la consueta rappresentazione del regime monolitico per eccellenza. Il suo punto di vista, fresco e ironico, incrocia due riflessioni principali: quella su un modello ideologico sopravvissuto a un'epoca scomparsa, e quella generazionale sul modello di flessibilità lavorativa che il sistema capitalista ha imposto. Carla Vitantonio è atterrata la prima volta all'aeroporto di Pyongyang con un lavoro come insegnante di italiano, era poco più che trentenne e non sapeva che avrebbe trascorso quattro anni della sua vita in Corea del Nord, diventando nel frattempo capo missione di una Ong internazionale. La sua lettura del Paese è trasmessa attraverso esplorazioni esistenziali e relazionali, in un quotidiano ordinario e straordinario, in cui la vita stessa è un atto politico. Seguendo il ritmo delle stagioni e la ciclicità senza scampo della natura, l'autrice propone un parallelo con gli andamenti ossessivamente ripetitivi delle fasi politiche nazionali di calma e di tensione domestica e internazionale.

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Le regole del gioco


A 31 anni, quando a tutti tranne che a me sembrava che la mia carriera di attrice solista stesse per decollare, decisi di abbandonare le scene e di partire per la Corea del Nord.

Non era esattamente la cosa più immediata che mi potesse venire in mente per un cambio di vita e di aria, tanto più che pareva che i nordcoreani non fossero molto generosi in fatto di visti, specie di fronte al curriculum di una che per tutta la vita aveva fatto l’attrice e l’attivista. Il piano, tanto dettagliato quanto raffazzonato, prevedeva che riuscissi a farmi spedire in Corea del Nord con qualsiasi tipo di contratto, a qualsiasi condizione, con qualsiasi ruolo. Una volta lì, sarei riuscita a dimostrare le mie capacità e dunque a entrare seriamente nel mondo della cooperazione internazionale, che fino a quel punto avevo solo costeggiato.

L’attuazione del mio formidabile piano prevedeva un anno e mezzo di fasi preparatorie, compresi un master in diplomazia all’università di Bologna, uno stage non retribuito all’ambasciata italiana di Seul, l’organizzazione di un laboratorio su Pier Vittorio Tondelli in una delle più prestigiose università sudcoreane (e, incidentalmente, di uno su Andrea Pazienza per un gruppo di ambientalisti), la disponibilità immediata a partire, un fidanzato che – alla notizia della mia partenza – si andò a unire alla già lunga lista dei miei ex, e un discreto contributo fornito dalla dea bendata.

La notizia della mia dipartita suscitò reazioni non proprio entusiastiche.

I compagni credevano che mi sarei fatta chiudere in un campo di lavoro nel giro di una settimana. Mia madre temeva che sarei morta di fame o di freddo. I colleghi di master concordavano nel dire che una vita senza internet non fosse degna di essere vissuta – tutti eravamo convinti che in Corea del Nord internet fosse inaccessibile anche agli stranieri. Tale supposizione si sarebbe rivelata infondata, in quanto gli espatriati a Pyongyang hanno accesso a Internet tramite collegamento satellitare cinese, il che significa connessione lentissima e i maggiori social bloccati. Dal 2013 esiste anche la possibilità di connettersi attraverso una rete nordcoreana a condizioni simili.

Tutti restavano esterrefatti quando dicevo che sarei andata a Pyongyang a insegnare italiano all’università: insegnare italiano era, infatti, un’attività alla quale mi ero dedicata solo sporadicamente e solo quando quella teatrale andava particolarmente male. Per lo più avevo fatto lezione a giovani migranti e allievi attori stranieri, coi quali facevo tandem linguistici la mattina del mercoledì nel bar all’angolo di via Orfeo a Bologna, dove abitavo. Insomma, sebbene i vecchietti del bar avessero partecipato con entusiasmo alle lezioni, correggendo e proponendo opportuni miglioramenti alle parti dedicate all’arte amatoria, tutti sapevano che insegnare la lingua di Dante non era per nulla parte delle mie – pur numerose – passioni, e se si fosse trattato di qualsiasi altro Paese non mi sarei mai sognata di propormi in quella veste.

Ma il piano imponeva l’accettazione di qualsiasi lavoro, e fu così che il 29 giugno 2012 partii. Avevo con me ventitré chili di vestiti, un litro d’olio extravergine d’oliva Tre Colli di Rotello, un piccolo salame artigianale, una bustina di bottarga Smeralda e una bottiglietta di grappa fatta da Alvise, il papà della mia amica Cecilia, a Farra d’Alpago provincia di Belluno. Il tutto in una valigia rossa comprata a metà prezzo.

L’anno 2012 segnava, per il popolo nordcoreano, il centesimo anniversario della nascita del fondatore della Patria Kim Il Song, l’anno 100 del calendario Juche. Il Juche è una reinterpretazione delle teorie marxiste operata da Kim Il Song e Kim Jong Il. È la teoria fondante di tutto il sistema nordcoreano e da essa prende nome anche il calendario, il cui anno zero corrisponde alla supposta nascita di Kim Il Song.

Celebrare ricorrenze, creare rituali, rivitalizzare l’epica nazionale sono parte integrante del meccanismo di sopravvivenza e legittimazione interna operato dal regime. Per questo motivo l’arrivo del centenario era stato annunciato nel 2010, con ben due anni di anticipo, dal leader Kim Jong Il (figlio di Kim Il Song) come momento di grande rinnovamento e celebrazione per il popolo intero: ingenti spostamenti di cittadini e materiali furono organizzati per permettere il restauro di buona parte della capitale Pyongyang e delle maggiori città del Paese. Le università rimasero chiuse quasi tutto il 2011 perché gli studenti contribuissero ai lavori nazionali, nuove canzoni furono composte, innovazioni proclamate, vittorie annunciate. Tutti furono chiamati ad abbandonare le occupazioni quotidiane per partecipare con entusiasmo e patriottismo alla preparazione del centesimo anno Juche.

Quando le condizioni di salute di Kim Jong Il peggiorarono all'improvviso, la scelta del successore divenne urgentissima.

Kim Il Song aveva designato il suo successore con ampio anticipo, e il figlio Kim Jong Il aveva avuto tempo e maniera per imparare il mestiere, e farsi conoscere dal suo popolo quale erede legittimo. Quando il Padre della Patria era morto nel 1994, nessuno aveva dubitato che a succedergli sarebbe stato Kim Jong Il: stratega e grande conoscitore di cinema agli occhi dei coreani, dongiovanni e appassionato di whisky secondo gran parte della stampa occidentale.

Gli eventi del 2010-2011 non furono tanto favorevoli alla dinastia. Kim Jong Il aveva dovuto scartare i primi due figli a causa di una netta incongruenza tra i loro comportamenti pubblici e l’etica nordcoreana: il primogenito Kim Jong Nam (ucciso a Kuala Lumpur nel 2017) doveva essere l’erede, finché nel 2001 fu scoperto con passaporto falso in Giappone e cadde di conseguenza in disgrazia. Il secondogenito Kim Jong Chol fu scartato in circostanze e per ragioni non meglio specificate, anche se varie fonti internazionali asseriscono che il padre lo considerasse troppo fragile o «effeminato» per governare. Così Kim Jong Il nominò in fretta e furia il terzogenito Kim Jong Un, nemmeno trentenne e non ancora formato per governare. Il figliolo cominciò ad apparire sempre più spesso a fianco del padre, ma non fece in tempo ad acquisire l’arte del governo, perché un improvviso peggioramento della salute di Kim Jong Il portò alla morte di questi il 17 dicembre 2011. A quel punto, l’opinione pubblica internazionale non aveva idea di cosa sarebbe successo nel Paese. Era l’anno delle «primavere arabe» e qualcuno nei corridoi delle ambasciate arrivò a congetturare che un sommovimento del genere potesse accadere anche in Corea del Nord. Invece, dopo pochi giorni, il prevedibile lutto nazionale di tre anni fu proclamato, e il giovane Kim Jong Un apparve in pubblico, ufficialmente a capo del Paese. I lavori per il centenario furono portati a termine, le celebrazioni officiate come da protocollo, e a settembre 2012 scuole e università furono riaperte.

Nel bel mezzo di questa incertezza geopolitica, ero riuscita a procurarmi un contratto di nove mesi, non firmato da alcuno ma pagato in contanti, la cui prima metà riposava, in banconote da cento euro, nel marsupio ultrasottile da viaggiatrice incallita che avevo infilato tra pantaloni e mutande. Scoprii presto che questo era l’unico modo per fare entrare valuta straniera nel Paese.

La Corea del Nord stava nel mio immaginario, e in quello di amici e compagni, come un meteorite impazzito in un universo geopolitico altrimenti ragionevolmente ordinato: pareva che la guerra fredda fosse finita per tutti tranne che per i nordcoreani. Per questo motivo, e anche perché era bello avere un argomento di conversazione diverso dalla nostra ormai strutturale precarietà sentimentale e lavorativa, avevo trascorso le settimane precedenti alla partenza discettando con i miei amici più stretti su possibili pericoli e vie di fuga. Avevamo infine accettato il consiglio del Cois – compagno di discussioni politiche e di avventure nell’ex blocco sovietico sin dall’anno 1999 – notoriamente il meno pragmatico di tutti noi, quello che non sa mai dove ha messo gli occhiali, nonché uno che con le sue azioni riusciva spesso a scatenare un effetto domino tale che, all’interno del gruppo, ogni gesto che porti con sé conseguenze spropositate e incontrollabili è comunemente chiamato una coisada. Insomma, a mio rischio e pericolo, il sistema di allarme rosso consisteva in una frase:

LE TARTINE SONO BUONE.

Da non pronunciare mai, né tantomeno da scrivere in alcuna mail, a meno che non si trattasse di una situazione di estrema emergenza. Tipo mi stanno deportando, o cose del genere. In quel caso, avrei (secondo la nostra fantasia cresciuta sulle note di 007 e Missione Goldfinger) trovato il modo di far arrivare fino ai sei amici più fidati il codice rosso:

LE TARTINE SONO BUONE.

Nessuno di noi aveva la più pallida idea di cosa fosse quel Paese. Io stessa, nonostante il master dal titolo roboante in diplomazia e politica internazionale, e il soggiorno in Corea del Sud, non potevo immaginare come vi si vivesse e quali fossero le regole, quali le prassi. La Corea del Nord per me era un ricordo della guerra fredda, un rombo grigio sulla cartina geografica evocato da sporadiche notizie al tg legate alla dittatura, alla mancanza di libertà, alla paura, alla fame. Ci ricordavamo vagamente di qualche ostaggio, di un leader appassionato di cinema che per questo aveva sequestrato per anni le due star del cinema della Corea del Sud e non solo1, avevamo visto i suoi funerali in televisione, le lacrime della gente (che reputavamo finte), le scarpe di plastica, le case tutte uguali. Avevamo poi studiato cifre (o supposizioni?)...



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