E-Book, Italienisch, 300 Seiten
Reihe: Asia
Vitantonio Myanmar Swing
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-6783-332-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 300 Seiten
Reihe: Asia
ISBN: 978-88-6783-332-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Due cose sapevo di certo: la prima, che la Birmania era l'ombelico del mio mondo, ovvero della cooperazione. La seconda, che la Birmania era l'amico più sporco della Corea del Nord. L'amico che probabilmente ordinava armi nucleari e simili prodotti d'intrattenimento. L'amico che aveva chiesto ai nordcoreani assistenza tecnica per costruire la nuova, inespugnabile capitale Naypyidaw. Insomma, un filo diretto correva tra Pyongyang e Naypyidaw, e su quel sottile ma solido filo mi vedevo a camminare trionfalmente io, la sopravvissuta.» Dopo aver vissuto quattro anni in Corea del Nord, Carla Vitantonio sbarca a Yangon, la più popolosa e vivace città del Myanmar. Proprio come il Paese che la ospiterà, sta attraversando una travolgente trasformazione, sballottata tra antichi conflitti e promettenti novità. Il suo incarico è quello di direttrice regionale per un'importante Ong. L'obiettivo è assistere le persone disabili tramite numerosi programmi, tra cui quello di supporto alle vittime delle mine antipersona. Il primo anno non è affatto semplice, in Myanmar tutto segue una logica impossibile da decifrare e ci vuole tempo per trovare il proprio posto. Poi, grazie a due gatti, una bicicletta su cui sfrecciare tra i pericoli delle strade birmane, una comunità queer tra le più aperte del continente asiatico e le trattative nella giungla con le milizie ribelli, l'autrice inizia a sviluppare un legame sempre più profondo con queste lande remote e con le persone che le abitano, offrendo ai lettori uno sguardo unico - di donna, attrice, attivista, cooperante,- per comprendere un altro pezzo di Asia. A seguire il successo di Pyongyang blues, Carla Vitantonio regala il suo sguardo unico sul Myanmar (ex Birmania), per raccontarci chi sono quei birmani che stanno invadendo le strade del Paese in protesta contro l'ultimo colpo di Stato militare.
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Casella 3. Il karma della potatura degli alberi
Il mio sesto giorno da Direttrice Regionale, e primo da sovrana assoluta dopo una settimana di compresenza col mio predecessore, comincia con me e tre ore di irrimediabile ritardo. Posso timidamente provare a spiegare che prima di vivere in Birmania non ero mai stata in ritardo in vita mia. Potrei chiamare il mio infedele amico Cois a testimoniare le ore, i giorni, i mesi passati ad aspettarlo in questi ventitré anni di amicizia, io un’ d’eccellenza, lui sempre in cerca dei suoi occhiali e per questo cronicamente di corsa. Ma il danno è tanto e tale che anche la testimonianza di Cois sarebbe inutile: le tre ore di questo ritardo marchieranno tutta la mia missione e so che c’è già chi, negli stanzini oscuri di qualche ministero, ha preso nota. Forse proprio quel signore con uno strano walkie-talkie e un (la gonna tradizionale che vestono quasi senza eccezione gli uomini in Birmania) che l’altra sera mi ha seguita per tutto il tragitto dalla porta di casa mia fino al piccolo alimentari dove ho comprato quattro birre Heineken in bottiglia e alcuni panini dolci per la colazione. Il signore in , sudato e panzuto, parlava al walkie-talkie senza preoccuparsi del fatto che lo avessi notato. Anzi ogni tanto controllava che non mi fossi distratta. Diligente, ha aspettato che io terminassi le mie compere e mi ha seguita di ritorno fino al cancello del compound. Il messaggio mi è parso chiaro: sappiamo chi sei, dove stai, e sappiamo anche che preferisci la Heineken alla locale Myanmar beer (pronuncia ). Su quest’ultimo punto avrei qualcosa da ridire, visto che la Heineken la fanno proprio in Birmania, e che la stessa nazionalissima è in realtà prodotta grazie a una joint venture con la giapponese Kirin, e quindi in qualche maniera anche questa birra è a Km zero, però non avevo voglia di mettermi a discutere col panzuto spione, quindi ho chiuso il cancello di casa e mi sono stappata la mia prima birra nel patio, sotto l’ombra di un albero troppo cresciuto (scoprirò solo tra qualche mese che il tema della potatura degli alberi in Birmania è alquanto delicato perché ha a che vedere con la metempsicosi e l’atto di uccidere, e in genere si limitano le potature a dei piccoli sfalci estetici. Per questa ragione un giorno mi troverò un’enorme biscia in camera da letto, caduta direttamente in casa dalle fronde che lambiscono la finestra).
Nel frattempo riflettevo su come quest’episodio avesse provato la veridicità di una delle poche informazioni che avevo sulla Birmania: i consiglieri d’eccellenza, soci d’affari al di là e al di sotto delle sanzioni, e maestri della sicurezza e della militarizzazione della società, sono stati e sono i coreani del Nord, i quali sono peraltro gli unici ad aver trasferito l’ambasciata nella nuova capitale Naypyidaw. Adesso che Stati Uniti ed Europa stanno rimuovendo le sanzioni contro la Birmania, Aung San Suu Kyi promette che chiuderà i ponti con Pyongyang. Ma i generali, che comandano dai loro cruciali tre ministeri, sono d’accordo? (Nonostante le elezioni “democratiche”, la giunta si è assicurata, attraverso la Costituzione approvata nel 2008, il controllo di un quarto del Parlamento, più i ministeri dell’Interno, della Difesa e degli Affari di frontiera).
Mentre bevevo la mia birra nemica non potevo saperlo, ma gli eventi relativi al massacro dei rohingya perpetrato da questo governo sarebbero costati nuove sanzioni, le quali però non avrebbero frenato la grande apertura economica e politica verso il Nord del mondo. Non potevo nemmeno sapere che nel 2021 i militari avrebbero operato un nuovo colpo di Stato proprio mentre io mi apprestavo a finire questo libro, ribadendo la fragilità del processo democratico e il loro presunto potere assoluto sul Paese. Quindi, terminate le mie colte riflessioni, mi sono addormentata piuttosto presto, pronta a essere svegliata per la terza mattina consecutiva all’alba dal consesso di corvi, e invece sono le dieci del mattino e io mi alzo sudatissima, trafelata e colpevole, mentre la voce di Claudine al telefono mi chiede se va tutto bene, visto che un’ora fa avevo un appuntamento nientepopodimenocché col presidente dell’associazione di persone disabili con la quale organizziamo l’intero programma di assistenza alle vittime delle mine antipersona. Non vale nemmeno la pena di inventare una scusa: ammetto di non aver sentito la sveglia, né la vibrazione del telefono che ha suonato numerosissime volte tra le otto e le dieci di mattina. Claudine, con lo stesso tono di voce della paziente governante di una capricciosa bambina ricca, mi dice di non preoccuparmi, che il mio ospite capirà, che succede a tutti, ci vediamo in ufficio appena riesco ad alzarmi dal letto. Il sottotesto è che, a pochi giorni dal mio arrivo, la mia autorevolezza di direttrice è già tragicamente compromessa.
Il signor Aye Ko Ko per mia fortuna è un uomo gioviale e flessibile, la cui associazione ha accesso a fondi e progetti rilevanti proprio grazie all’Ong per cui lavoro, così, di fronte alla mia ingiustificata assenza, senza battere ciglio mi fa comunicare che posso incontrarlo il giorno dopo alla stessa ora. Questa volta, dopo settanta minuti in auto, con l’autista Zio Ho impegnato a sopravvivere all’indescrivibile traffico e alla pioggia torrenziale che avvolge e stravolge Yangon durante la stagione dei monsoni, arrivo puntualissima, abito elegante, profumo e gioielli. Mi accompagna Nyo Nyo, la più anziana delle mie colleghe e memoria storica della nostra organizzazione, una donna karen cristiana cresciuta nello stato Shan (nella Birmania nord-orientale). Le chiedo come mai Zio Ho abbia metà della faccia praticamente cancellata da una cicatrice e lei mi spiega con neutralità che Zio Ho era un giovane studente nel 1988, aveva preso parte alle rivolte studentesche e qualcuno del Tatmadaw lo aveva bruciato con l’acido. Anvedi. Nyo Nyo sa la storia di tutti quelli che è importante che io incontri, conosce tutti i rappresentanti di tutte le Ong locali con cui lavoriamo, e in qualche maniera conosce pure le nostre autorità di riferimento. Almeno quelle ufficiali. Questo perché sono amici su Facebook, dice. Imparerò prestissimo che in questo Paese l’amicizia su Facebook ha realmente una funzione importante. C’è chi dice che Aung San Suu Kyi abbia vinto le elezioni grazie a Facebook, e io non faccio fatica a crederlo. Qui c’è sempre più gente che tra avere le scarpe o un telefonino e una rete Internet sceglierebbe i secondi, la qual cosa appare ancora più singolare se si pensa che fino al 2012 era praticamente impossibile avere un cellulare, e una sim costava ottocento dollari.
Questa informazione è una specie di salto spaziotemporale senza preavviso. Aiuto, mi manca il pesce Babele5. Tre mesi fa ero in Corea del Nord, un posto dove Internet non esisteva, dove il traffico era così scarso che non c’era bisogno dei semafori, dove l’unica associazione di persone disabili esistente era stata creata e foraggiata dallo Stato. Oggi eccomi qua, sono in Birmania, un luogo dove pare che l’associazionismo civile e sociale sia l’occupazione principale di vasti strati della popolazione, almeno a partire dal 2010, dove le numerosissime associazioni di disabili passano almeno metà del loro tempo a discutere sulle varie ed eventuali applicazioni della UNCRPD (la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità) e a dibattere di quanto sia giusto che un’associazione buddhista appoggi anche i cristiani e una cristiana appoggi i buddhisti. Dei kaman, i musulmani birmani, nessuno parla, e i rohingya sembrano essere un problema delle Ong straniere. Mi rendo già conto di essere stata scaraventata in un Paese con almeno quattro autoproclamati governi alternativi i quali, in zone piuttosto estese del territorio nazionale, hanno strutture parallele, incluse organizzazioni della società civile. Forse è per questo che ieri non mi sono svegliata: non so se sono pronta. Anzi meglio, non so se sono capace.
Aye Ko Ko nella sua sedia a rotelle ultraleggera (ho già capito che non sono in molti ad avere accesso a una sedia a rotelle così, in questo Paese) mi accoglie con un grande sorriso, l’immancabile anello d’oro con pietra preziosa al mignolo, i capelli tinti di nero cromatina (pare che sia uno standard asiatico che gli uomini in età lavorativa debbano tingersi i capelli per non mostrare il grigio e l’età), e la maglietta con la bandiera degli Stati Uniti. Degli Stati Uniti? Sono ancora sotto choc. Non riesco a immaginare un simile sfoggio di ammirazione per il Paese di cui per quattro anni non ho potuto pronunciare il nome. Aye Ko Ko mi spiega entusiasta che lui è un grande fan degli USA, che la maggior parte dei birmani lo è, che lui negli USA ha famiglia, ha pure un appartamentino a Nuova York e ogni anno va a correre la para-maratona. Sono fantastici gli Stati Uniti, la libertà il denaro i grattacieli eccetera. . Cerco malamente di nascondere il mio attonimento, non so davvero se ci riesco, mi domando quanto mi ci vorrà a guarire dalla coreanite, sarà forse un trauma che porterò con me per sempre? Intanto Aye Ko Ko ha cominciato a parlarmi delle prime protesi costruite nel Paese, del lavoro per assistere le vittime delle mine che facciamo...




