E-Book, Italienisch, 407 Seiten
Reihe: Saggi
Vitantonio Bolero Avana
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6783-438-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un memoir
E-Book, Italienisch, 407 Seiten
Reihe: Saggi
ISBN: 978-88-6783-438-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dopo la Corea del Nord e il Myanmar, Carla Vitantonio, alla guida della sua automobile cinese, ci porta tra le strade dell'Avana, lungo i litorali e nelle zone rurali dell'isola del Caribe, raccontando un altro pezzo della sua vita eccezionale nei luoghi impossibili del globo che sceglie di far diventare la sua casa. Pagina dopo pagina entriamo e usciamo dall'intimita? dell'autrice, e la accompagniamo mentre nuota nella piscina diroccata del Copacabana colma di pesciolini tropicali, la scortiamo nelle camminate forsennate per vicoli, scale, terrazze e corsie di supermercati sprovviste di quelli che noi consideriamo beni di consumo di base (il burro!). In questo vortice esperienziale ci ritroviamo a meditare con lei su temi quali razzismo, postcolonialismo, femminismo bianco, e siamo sempre con lei quando celebra passi fatidici della sua nuova vita, fino al momento dell'ennesimo addio.
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PRIMO INDIZIO: SULLA STRADA PER SANTIAGO
Quando il rumore delle ventole dell’aria condizionata e quello dei vecchi autobus diretti fuori città alimentati a cattivo petrolio venezuelano si fa troppo intenso, quando a questo si aggiunge il ronzio delle anziane e scoppiettanti motociclette, insieme al vociare mezzo soffocato dei camerieri di piano nell’albergo Las Americas, eccellente costruzione in stile realismo socialista tropicale situata da qualche parte a Santiago de Cuba, a quel punto, nonostante sia ancora buio e dunque ufficialmente notte, a quel punto mi sveglio.
Sono le 4 e 48 e la mia ventennale, arrabbiata e intensa esperienza nel settore teatrale europeo mi insegna che queste prime ore del mattino sono il momento migliore per psicosi, suicidi di scena, suicidi reali e altre amenità sanguinolente e bruciacchiate. So che la cosa migliore è restare in camera nell’attesa che i fantasmi di Sarah Kane, Sylvia Plath e compagne siano dissipati dalle prime luci del mattino, le quali – pigramente come si conviene nel Caribe – si manifestano intorno alle sette insieme al guaire di cani randagi.
Mi trovo nella seconda città di Cuba per importanza, nell’estremo ed esotico Oriente dell’isola, dove è sepolto il corpo del , e ci sono arrivata dopo un ben refrigerato viaggio in aereo dall’Avana, con l’obiettivo di visitare i progetti che l’organizzazione gestisce in questa parte dell’isola, e presentarmi ai vari . Il cubaplano aveva due eliche e un codino puntato verso l’alto come nei cartoni animati. Due attempati e vistosamente demotivati assistenti di volo uscivano temporaneamente da un film di Almodóvar e, muniti di un grembiule usato almeno per un paio di decadi, servivano caffè zuccherato in bicchierini di plastica, preparato con una grossa moka su una piastra elettrica situata vicino ai bagni. L’aria condizionata era tanto alta da far concorrenza a quella di un obitorio, e il rumore dei motori così inquietante che, quando l’apparecchio ha finalmente, rumorosamente e confusamente cominciato a zigzagare sulla pista d’atterraggio, un applauso di sollievo e sorpresa ha unito gli ospiti della camera mortuaria riportati improvvisamente a vita da cotanta fortuna. E io che pensavo che gli italiani fossero gli unici ad applaudire. Per parte mia, ero così stordita dal freddo e dal rumore da non essere in grado di capire quello che dovevo fare. Ho così mestamente seguito il collega e predecessore attraverso il check-in presso l’hotel Las Americas, una cena in strada a base di panini con porchetta cubana – dicesi – che dio ce l’abbia in gloria, tutta piccantina e salatina e croccantina al prezzo di dieci CUP, ovvero – la prima delle due monete in uso in questo Paese – che sono circa trenta centesimi di euro per le cronache. Mentre masticavo il benedetto porco, piano piano le membra ritornavano alla vita, grazie alla piacevolissima temperatura della fine stagione ciclonica ovvero gradi 31 più o meno stabili. Ay come si sta bene, mi dicevo, ricordandomi intanto che non sono qui come turista ma come , e che il grande sogno timidamente espresso nella primavera dell’anno 2000 alla mia amica e sublime attrice Valeria “Duse” Battaini – compiere i quarant’anni a Cuba, vestendo abiti svolazzanti e indossando un bianco cappello a falde larghe – ecco, cotesto sogno è ora qui nella mia carne e nei miei piedini stanchi, grazie alla vita, all’universo, a tutto quanto, forse un po’ alla mia testardaggine e disciplina ma sicuramente alla sorte, alla sorte e probabilmente a una discreta botta di culo, che sempre accompagna i circonvoluti percorsi esistenziali di quelli con gli scoramenti, tipo io. Ma bisogna fare un passo indietro:
Sono sbarcata sull’isola pochi giorni fa. Mi sono presentata alla dogana con due giorni di viaggio sulle spalle, piedi congelati (che cosa gli ha preso a questi degli aerei, perdio), e la bellezza di otto valigie otto, un numero così esagerato da insospettire anche il più pigro e negligente ufficiale di dogana, figuriamoci i doganieri cubani che stanno lì ogni giorno a controllare diligentemente che il male non sia introdotto illegalmente nel Paese da qualche compagno concittadino incauto o, peggiancora, collaborazionista. Le otto valigie contenevano tutti i miei averi, la mia vita materiale, il mio posseduto, la mia casa. L’organizzazione per cui lavoro e che mi ha spedito qui – come se dovessimo redimere gli infedeli e se l’epoca delle colonie non fosse mai terminata – avrebbe dovuto autorizzare il trasporto di queste cose da una all’altra attraverso qualche efficiente compagnia di spedizione dal nome esotico. Ma purtroppo siccome non sono seri, diobuono, non sono stati in grado di trovarla e mi hanno così obbligata a questo trasbordo improbabile dal Myanmar a Cuba, passando per Thailandia e Italia, trasbordo che mi è costato fatica, denaro, moltissime bestemmie, il danno permanente e irreparabile alla mia fisarmonica e qualche anno di vita, senza contare il tempo, il tempo speso in ciascuna delle quattro dogane che ho dovuto attraversare spiegando ogni volta che, per quanto potesse apparire impossibile, stavo semplicemente traslocando. Un’organizzazione davvero professionale, ne converrebbe chiunque, che è stata in grado di farmi sentire alla stregua di una boy scout, di una volontaria dei primi anni Duemila, di una cooperante improvvisata, tutto insomma fuorché la magnifica del cazzo che ce ne strafrega, la quale dovrebbe andare nientepopodimenocché a dirigere una serie di progetti focalizzati sull’inclusione economica di persone disabili (ovvero aumentare le loro possibilità di impiego), di riabilitazione in luoghi remoti dove non ci sono ospedali, e di gestione del rischio di disastri, che vuol dire fare in modo che le persone di certe comunità migliorino la loro capacità di prevenire e limitare i danni provocati da grossi disastri tipo uragani e terremoti. Ma sono finalmente arrivata a Cuba, o forse a Tropea, ci sono arrivata e mi sono piazzata davanti alle compagne doganiere con le mie otto valigie, seminando il panico a più livelli, fino a che la capa del capo delle compagne doganiere è riuscita a trovare un cavillo burocratico secondo il quale io sarei stata autorizzata a entrare nel Paese pagando solo venticinque CUC (l’altra delle due monete in uso a Cuba, che si cambia ufficialmente 1 a 1 col dollaro statunitense), a mo’ di franchigia, e senza passare nemmeno un controllo. In meno di due ore ero fuori, nel giubilo di tutti i che mi attendevano, i quali mi hanno poi confessato che il tempo medio di attesa alla dogana per una valigia è sette ore. Si erano apprestati a passare la notte in aeroporto aspettandomi, e invece, invece il buon karma che tutti in Myanmar insistevano a dire mi accompagnasse, evidentemente non m’abbandona ed eccomi!
Neanche il tempo di dormire, già cominciava il turbinio del passaggio di consegne col predecessore, le strette di mano, i , i , ma quanti si danno in un giorno ’sti cubani? Possibile che la debba dare a tutti un quando entra in ufficio? E un pure all’ufficiale del ministero, proprio quello che non mi sta firmando il permesso di soggiorno? È normale? È normale che il autista, fermato dalla vigilessa, sia sceso dall’auto per darle un mentre lei gli ripeteva diligentemente alcuni dettagli di una regola del codice della strada che lui aveva trascurato? Mi si dice di sì, qui a chiunque, e al tassista si può dire , che tanto lui ti risponderà .
Sono subito costretta a occuparmi di un dettaglio forse non troppo affascinante ma non trascurabile: il permesso di soggiorno. Ogni Paese ha le sue scientifiche metodologie per far vivere lo straniero nel terrore. In Italia ci pensano i carabinieri quando minacciano di stracciare il cedolino provvisorio di quelli che aspettano di ottenere il permesso. In Corea del Nord ci levavano il passaporto per settimane intere e ci obbligavano a chiedere con diversi giorni di anticipo l’autorizzazione per uscire dal Paese. Qui no. Qui il passaporto te lo puoi tenere. Però ci vogliono due documenti: il (permesso di lavoro), e il (carta di identità). Entrambi legati alla tua posizione a Cuba ovvero con scadenza annuale così come il mio contratto. Siccome prima che io potessi entrare nel Paese ho dovuto passare una specie di controllo incrociato pluriministeriale e transfrontaliero, verrebbe da dire che ’sti documenti sono una pura formalità. E invece no. Eccomi a far parte dell’immensa schiera di esseri umani in attesa di permesso. Si vive in questo limbo, aspettando la firma, non si capisce dove stiano le carte, cosa manchi e cosa serva, centinaia di ufficiali ministeriali a vari livelli controllano, emendano, timbrano e consegnano, e intanto il tempo passa, si fa presto a diventare illegali perché il visto d’entrata scade, e il non è pronto. Io diventerò illegale fra tredici giorni, e...




