E-Book, Italienisch, 288 Seiten
Reihe: Amazzoni
Viktorie Agnes
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-599-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 288 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-599-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
(Praga, 1980) Considerata l'astro nascente della letteratura ceca, è scrittrice, traduttrice e docente di lingue. Ha esordito nel 2015 con il romanzo Ane?ka, accolto positivamente da critica e lettori. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, catalano, tedesco, croato, polacco e arabo. La cercatrice di funghi è il suo terzo romanzo.
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2
Perché è andato tutto così storto?
Dov’è che posso aver sbagliato?
È quello che si chiede una persona disperata il cui destino segue una traiettoria che non s’interseca con i suoi sogni dell’infanzia e della giovinezza. Una persona così crede scioccamente che dietro la propria tragedia personale ci sia un unico episodio nel corso del quale il suo destino si è aggrovigliato, deviando sulle rotaie sbagliate. Cerca di trovare legami logici nella propria disgrazia, convinto com’è che tutta la sua disgraziata vita si possa ricomporre in una catena di eventi collegati da un nesso causale. Crede che, potendo tornare indietro e cancellando un solo e unico episodio del proprio passato, il suo destino rientrerebbe nei binari prescritti.
Se Julie avesse dovuto puntare il compasso su un punto preciso nella linea della sua vita a partire dal quale quella storia dolorosa aveva cominciato a dipanarsi, avrebbe scelto senza esitazione un breve istante occorso anni prima nel bagno delle donne di una società di logistica di Praga. Julie era venuta a liberare la vescica (in realtà voleva piuttosto imboscarsi per un attimo) dopo una faticosa riunione del venerdì. Chinatasi sul lavabo nell’angusto spazio di fronte alla cabina per sciacquarsi il viso appiccicoso di sudore, qualcosa la colpì sul sedere così forte da farle picchiare sonoramente la testa contro lo specchio.
“Ops,” borbottò Máca, indicando con aria di scuse la pancia prominente che con sfrontatezza si faceva largo dalla maglietta tesa “non succederà più, oggi è l’ultima volta che sto qui.”
E meno male, pensò Julie, costringendosi a fare un sorriso comprensivo: “Non è niente, hai tutta la mia ammirazione, a sopportare questo caldo.”
Si asciugò le mani e la faccia e si chiuse la porta del bagno alle spalle. Tornando in ufficio, in via eccezionale rifiutò la pausa sigaretta col contabile perché alla riunione il capo l’aveva letteralmente sommersa di lavoro.
Fino a qualche tempo prima l’azienda nella quale era impiegata aveva contato solo alcune decine di dipendenti, ma dopo l’acquisizione da parte di una multinazionale aveva avuto una crescita notevole. Nella filiale ceca la nuova gestione aveva ben presto cominciato a impostare dei cosiddetti processi di ottimizzazione che avevano mandato a gambe all’aria ogni abitudine. Anche il meeting di quel venerdì era stato dedicato a cambiamenti radicali. In quanto responsabile della sezione human resources, fino ad allora chiamata solo reparto risorse umane, alla riunione Julie era stata incaricata di un compito piuttosto impegnativo. Si trattava di suddividere l’organico in maniera trasparente in base alle mansioni e al contributo individuale all’azienda. Occorreva separare le persone davvero in gamba da quelle di minor valore, ovvero quelle la cui attività portava alla compagnia un profitto inferiore e difficile da quantificare. Attraverso la nuova gerarchizzazione, gli impiegati ordinari avrebbero dovuto avere maggiore consapevolezza della propria subalternità rispetto ai capi, e questi ultimi della propria rispetto al top management, tanto in Repubblica Ceca quanto nella sede centrale, in Gran Bretagna. Lo status di ogni dipendente doveva essere ora indicato in maniera visibile sul suo cartellino per mezzo delle lettere A, B e C. Da questa categoria non dipendeva solo la sua valutazione finanziaria: a essa erano collegati anche altri benefit, quali ad esempio l’accesso all’area VIP dell’azienda, la scrivania accanto alla finestra o addirittura l’ufficio privato, la tessera per la palestra e il solarium. Nel contempo, però, nessuna risorsa umana doveva sentirsi esclusa dal gruppo, per non comprometterne la lealtà nei confronti della leadership. Oltre a questi tre gruppi, esisteva anche una speciale categoria di impiegati chiamati replaceables o “rottamabili” che avevano cartellini beige. Si trattava di donne delle pulizie, manutentori o autisti, ossia persone facilmente rimpiazzabili nelle loro posizioni. A questi impiegati i benefit non si applicavano affatto, giacché essi non portavano profitto diretto all’azienda.
Il compito di Julie era di mettere in pratica la nuova dialettica e creare un sistema di valutazione qualitativo dei dipendenti. Non era entusiasta di quel lavoro. Erano anni che plasmava quella gente a propria immagine e somiglianza, che indicava la strada per diventare impiegati migliori, e la leadership sempre lì a interferire. Ma che si può fare, questo lavoro è una forma di prostituzione come un’altra, i soldi se li deve meritare. Ormai il compito gliel’hanno affidato, e perciò ora deve portarlo a termine, è così che gira il mondo. Come le era stato raccomandato durante la riunione, cominciò per prima cosa a elaborare una proposta preliminare di classificazione delle risorse umane in base alla mansione. Aprì l’elenco degli impiegati in ordine alfabetico, iniziando a ritagliare i nomi con il mouse e a gettarli come balle di paglia in una delle quattro colonne sul lato destro dello schermo. Ma dopo un po’ si rese conto di eseguire la classificazione in maniera del tutto errata. Per esempio Jana Machová, una qualunque addetta alla fatturazione, per giunta spesso in congedo parentale per via del bambino, non poteva condividere lo stesso gruppo con Petra Drápalová, segretaria privata del direttore generale della ditta. E d’altra parte un manager dell’ottimizzazione dei processi non apparteneva alla plebe.
Julie si spinse via dalla scrivania con entrambe le mani, appoggiando la nuca al poggiatesta della sua poltrona da ufficio e mettendosi a guardare il soffitto bianco. Fece diversi respiri profondi. Quindi accostò di nuovo la sedia alla scrivania e cliccò col mouse per riaprire il file. Fissava lo schermo che si era fuso in un nulla biancastro. Nada. Le lettere si erano offuscate perdendosi nel vuoto, le quattro colonne della tabella avevano formato un unico insieme. Un soffitto bianco. Julie serrò le palpebre con tutta la forza finché davanti agli occhi si scatenarono fuochi d’artificio argentati e alcuni secondi dopo tornò a puntare lo sguardo sull’infinito splendente. Tra lei e il mondo si era creata una foschia che le impediva di vedere le cose intorno. Julie rimase ancora un attimo a fissare immobile il monitor. Ma cosa le stava succedendo? Perché non riusciva a concentrarsi? Era arrabbiata con sé stessa perché non era in grado di riflettere.
Di colpo dallo schermo bianco balenò un’immagine nuova di zecca. La sua stessa faccia, che le faceva un ghigno grottesco dopo aver urtato sonoramente contro lo specchio. E dietro quella, una sagoma larga e sfocata. Julie aggrottò le sopracciglia incredula. Era stata forse la collisione insignificante con la collega a scombussolarla? Si toccò la fronte, tastando un piccolo bernoccolo. Il dolore lo avvertiva appena. Ma sotto il bernoccolo, molto in profondità, da qualche parte intuiva processi ben più turbolenti. Il cervello le si stava gonfiando come un pallone, sentiva un formicolio per tutta la testa. Urtando contro lo specchio, nel cervello si erano evidentemente interrotti percorsi neurali già rodati e le cellule nervose si erano dovute mettere a cercare nuove strade per trasmettere i segnali. Julie provò un risentimento improvviso ma ancora più sordo verso Máca e le altre colleghe che non vedeva più al lavoro. Nel contempo le stava montando dentro un’ansia che sentiva già da diversi mesi o forse anni. Si nascose il viso tra le mani, cominciò a respirare a fondo per allontanare le stilettate alle tempie. Migliaia di punteruoli le martellavano il cranio. Un bisturi affilato le stava incidendo la corteccia cerebrale, sezionandola in piccoli pezzi. Julie appoggiò i gomiti alla scrivania per non svenire, impiegando tutta l’energia residua per eliminare il dolore e il frastuono nella testa.
Finalmente. Le idee e i pensieri informi che fino ad allora le erano svolazzati nella mente in maniera caotica si stavano fondendo in un’unica immagine. Le macchie sbavate intorno a lei si stavano trasformando in oggetti concreti. Julie abbassò i palmi con cui si proteggeva il viso e prese a guardare davanti a sé. Mise a fuoco un punto distante, ben al di fuori di quell’ufficio e di quell’edificio. In lontananza vide qualcosa di minuscolo, ma dai contorni nitidi.
La donna che quel giorno lascia il lavoro è una Julie del tutto diversa. Nell’inserire il cartellino nel marcatempo elettronico, le mani non le tremano. Con la schiena dritta e il passo sicuro, scende le scale che portano all’uscita. A circondarle il corpo un’aura di determinazione e consapevolezza. Julie conosce ormai la soluzione al suo problema: anche lei vuole avere seni gonfi e pancia grossa per strofinarli con ostentazione alla scrivania e respingere aggressivamente le colleghe dalla macchinetta del caffè. Anche lei desidera essere toccata da gente che finora le ha dato del lei e le chiede se si tratta di fecondazione naturale o artificiale. Già si vede nel suo nuovo ruolo e con un sorriso trasognato si immagina di salire le scale ansimando, mentre sotto le ascelle le si formano chiazze di sudore.
In effetti la si può considerare una decisione del tutto logica e ragionevole. Per quanto riguarda la carriera, Julie ha raggiunto la massima posizione possibile, oltre non si può avanzare. La sua unica preoccupazione è come tenerselo, il lavoro, ma essendo realista sa che nel suo campo più in alto di così non si può andare. Si chiama soffitto di cristallo. Un bambino potrebbe quindi essere il giusto valore aggiunto alla vita che finora ha condotto. È tempo di mettere a frutto le proprie conoscenze ed esperienze. Adesso sa come investirle al...




