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E-Book

E-Book, Italienisch, Band 67, 250 Seiten

Reihe: Le storie

Vartolo Sotto tiro

La libertà di stampa sul banco degli imputati
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81695-51-1
Verlag: Zolfo Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

La libertà di stampa sul banco degli imputati

E-Book, Italienisch, Band 67, 250 Seiten

Reihe: Le storie

ISBN: 979-12-81695-51-1
Verlag: Zolfo Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Sotto tiro è un libro di straordinaria attualità. Ci porta dentro le aule dei tribunali d'Italia e non solo: attraverso casi emblematici, mostra come la libertà di stampa ogni giorno viva - e non di rado muoia - tra le contraddizioni e le miserie di un sistema giudiziario in crisi, tra crescenti restrizioni imposte a un principio cardine dello Stato di diritto e attacchi mirati a silenziare le voci critiche. Non è un manuale di diritto, né offre facili scorciatoie o soluzioni che possano sostituire il ricorso a uno studio legale. Con uno stile sferzante e spesso ironico, smaschera la retorica solenne legata all'idea dei giornalisti come 'cani da guardia della democrazia'. Li riporta alla realtà quotidiana, segnata da resistenze e prepotenze che accompagnano l'esercizio della professione nel nostro Paese. Racconta anche di giornalisti che talvolta si nascondono dietro questo principio per condurre operazioni ben lontane dal vero diritto di cronaca. Di avvocati che diventano il 'braccio armato' delle querele temerarie intentate dai clienti contro la libertà di informare e il diritto dei cittadini a essere informati. Di alcuni giudici pronti a difendere certe libertà solo finché non sfiorano le ombre del potere giudiziario. E infine di potenti, o presunti tali, che non tollerano la stampa libera.

Avvocato, è specializzato in Diritto penale dell'informazione, in particolare nella difesa dei giornalisti nei procedimenti civili e penali per reati legati all'esercizio della professione. Assiste in tutta Italia giornalisti, freelance e editori di piccole testate. Inoltre ha collaborato con la rivista penale 'La Tribuna' ed è stato difensore dell'Associazione della Stampa dell'Emilia-Romagna e dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia-Romagna nel maxiprocesso 'Aemilia'.Nel corso degli anni numerosi casi giudiziari trattati hanno avuto rilevanza nazionale per la notorietà dei soggetti coinvolti e per i temi: il diritto di cronaca, il diritto di critica e il diritto di satira, nonché la tutela delle fonti confidenziali.
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1.


Prime impressioni


Ho prestato il mio giuramento a Bologna, nei palazzi storici e bellissimi del suo tribunale. In piazza dei Tribunali, a pochi passi da piazza Maggiore. Mura possenti, tetti con affreschi e stucchi ma aule talvolta buie e austere, quasi l’emblema di un sistema giudiziario poco funzionale ma rigorosamente – ed eccessivamente – formale.

Mi trovavo lì, dinanzi a magistrati e avvocati, i miei genitori e mio fratello a «guardarmi le spalle», e pensavo che da quel momento in poi sarebbe toccato a me. Avrei indossato la toga e avrei esercitato questa professione per gli anni a venire.

Naturalmente, lo avrei fatto con tutte le incognite del caso, soprattutto quando non si ereditano gli studi legali dai genitori: i rischi della libera professione e soprattutto le difficoltà se già si è deciso di voler esercitare prevalentemente nel ramo penalistico. Perché se vuoi recuperare un credito va bene qualunque avvocato, anche uno giovane, in questo disgraziato Paese. Ma se vuoi evitare la prigione ti serve un avvocato che non sia solo bravo, ma che sia già affermato, magari abbastanza di grido. E poco importa se prevalga il fumo. Anzi, talvolta sembra che il fumo di certi colleghi serva per offuscare le menti degli spettatori-clienti, meglio di un prestigiatore.

Bisognerebbe aprire un capitolo a parte per chi – avvocato – ha trasferito negli studi televisivi armi e bagagli, scambiando il conduttore di turno per un giudice e imbastendo arringhe sui propri processi o – peggio ancora – su processi di cui nulla si conosce, se non per ciò che la stampa racconta. Ma, magari, sarà per un altro libro.

Ti raccontavano, nelle scuole post universitarie, che era finita la stagione degli avvocati che si occupavano di tutto, dalle liti fra condomini ai ricorsi al giudice di pace per le multe per divieto di sosta. Devi specializzarti, ti dicevano.

Meno prosaicamente, dovevi trovare un bravo che non ti facesse passare la giornata davanti a una fotocopiatrice, per quanto – negli anni – ho scoperto come gran parte della nostra professione consista non solo nel fare la fila davanti a una fotocopiatrice – oggi sostituita da – ma anche nel fare la fila davanti a una Cancelleria e talvolta davanti alla stanza di un magistrato, sperando di non tirare troppo tardi.

E poi dovevi decidere su cosa puntare: iniziare come difensore d’ufficio, ed eccoti quasi quotidianamente nelle aule dei tribunali a occuparti di clienti irreperibili il cui conto lo avrebbe pagato lo Stato. Oppure avresti potuto decidere di entrare nelle carceri, e il tuo nome forse si sarebbe diffuso cella per cella. Oppure far sì che a decidere fosse un po’ il caso.

Per me è stato il caso. Oltre che un competente, a Bologna. Il era una avvocatessa brava e scrupolosa. Stefania Mannino. Mi ha insegnato molto. Iniziai a frequentare il suo studio, a scrivere i primi atti, a seguire le udienze e talvolta a farne qualcuna: di quelle che un praticante avvocato può fare. Un percorso mai frustrante, sempre appagante.

Il caso, invece, è coinciso con una seconda passione: il giornalismo. Sono sempre stato un avido lettore e per qualche tempo non mi dispiaceva l’idea che il mio futuro fosse nella redazione di un quotidiano. Negli anni del liceo, qualche articolo in un foglio cittadino l’ho scritto. E poi, ho avuto anche la fortuna di scrivere dei piccoli «pezzi» per la redazione locale di un giornale nazionale. Ma gli impegni universitari e la passione per il Diritto mi orientarono in tutt’altra direzione.

Il caso, per me, ha anche un nome e un cognome: quello di un amico, mio conterraneo, siciliano. Giornalista e scrittore e da anni compagno di avventure e di : Giacomo Di Girolamo.

Tornerò dopo su di lui, perché numerose sono le storie, spesso di ordinaria follia, che abbiamo vissuto insieme, tribunale per tribunale. E tante volte, di ritorno da un interrogatorio o da un’udienza ci siamo detti, fra un caffè e un panino di quelli già pronti disponibili sul bancone – prendere o lasciare – nei bar dei tribunali, che prima o poi quelle storie dovevano essere raccontate, perché segno di un Paese che con la libertà di stampa ha un rapporto malato e insensato.

A proposito dei tribunali: scherzando – ma forse non troppo – ho sempre pensato che prima o poi un report sulla giustizia dovrebbe prevedere soprattutto la valutazione delle strutture in cui la giustizia si esercita: talvolta sono strutture nuove e funzionali – Rimini e Marsala, la mia città, per esempio – ma spesso sono edifici fatiscenti, con mobilio e arredamenti in pessimo stato, con servizi sanitari al cui confronto quelli degli autogrill sembrano appartenere a catene alberghiere di lusso.

Direte che cosa c’entri, e invece c’entra, eccome se c’entra: perché l’incuria e la sciatteria dei luoghi sono il segnale – peraltro il primo che coglie chi vi accede – che determinano il grado di (in)civiltà e arretratezza di un sistema, particolarmente in un’epoca in cui tanto è misurabile con il design e la funzionalità.

A ogni modo, caso dopo caso, querela dopo querela, citazione dopo citazione e tribunale dopo tribunale ho iniziato a occuparmi prevalentemente dei reati di opinione. E ogni volta mi ritrovavo – frustrato – a dover spiegare la libertà di stampa a un collega che chiedeva folli risarcimenti con una semplice lettera indirizzata alle redazioni che seguivo, a un magistrato o a un poliziotto o carabiniere che come prima domanda – in un interrogatorio – chiedeva quale fosse la fonte. Dico io: lo sanno pure i sassi che è l’unica cosa da non chiedere mai a un giornalista! Oppure mi ritrovavo davanti a un giornalista che nel corso di un convegno credeva che calunnia e diffamazione fossero la stessa cosa. Talvolta aggiungeva anche l’ingiuria, giusto per non dimenticare nulla, credendo di far sfoggio di una sua ampia conoscenza lessicale in tema di sinonimi.

Cominciai così ad accorgermi che la libertà di stampa, a poco a poco, moriva a causa di una serie di colpevoli.

Ho iniziato, come naturale, a occuparmi di reati d’opinione per conto di giornalisti di provincia, free lance, cronisti di piccole redazioni. Sono i più esposti, senza dubbio. Per mille ragioni: non hanno un editore solido alle spalle, o hanno un editore che vive (anche) con le pubblicità commissionate dai Comuni o da piccoli e grandi imprenditori locali, che credono che comprare una pubblicità equivalga a comprare il giornalista. E di conseguenza, semmai dovesse arrivare una querela, il povero cronista si trova messo alla porta, se va male. O, se va bene, deve comunque pagarsi un avvocato, perché non sia mai che paghi l’editore. Naturalmente, di scrivere ha finito. Se è poco più fortunato avrà una certa solidarietà da parte dei suoi colleghi, ma spesso neanche quella perché il coraggio costa. E anche tanto, in certe realtà.

Mi è capitato infatti – negli anni dell’«editto bulgaro» di Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, con l’ostracismo che ne seguì per Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi – di assistere a ipocrite manifestazioni di solidarietà ai giornalisti allontanati dal servizio pubblico, ma anche di osservare un omertoso silenzio nei confronti di denunce e insulti a giornalisti locali che avevano avuto, magari, il torto di raccontare il potente di turno. Non era schizofrenia, naturalmente: il potente di turno poteva farti perdere il lavoro o negarti qualche prebenda, Berlusconi non veniva certo a cercarti in una città di provincia. E così la libertà di stampa era salva se esercitata nei confronti del premier Berlusconi ma veniva definita come libertà di offendere o calunniare o infangare se esercitata a Marsala, o a Varese.

Nella mia città, per esempio, Marsala, la stessa amministrazione comunale che ospitava il Festival del giornalismo di inchiesta – e i suoi ospiti erano i più agguerriti nemici del governo Berlusconi – citava in giudizio un giornalista perché riteneva che i suoi scritti e la linea editoriale del suo giornale fossero diffamatori, tanto da arrecare un danno alla comunità: ora, fermatevi un solo istante e pensate cosa possa significare per un giornalista di provincia essere portato in tribunale dal sindaco della propria città, a nome dell’intera comunità. Che quella fosse una giunta di centrosinistra poco importa. Ma serve a marcare il segno di una ordinaria follia: lo stesso Partito Democratico che a Roma difendeva Biagi, Santoro e Luttazzi a Marsala trascinava in giudizio un giornalista, reo di aver sollevato questioni scomode per il potere. Un potere piccolo, ma è di poteri piccoli che muore o sta morendo questo Paese.

Accade così anche ora, d’altronde. Non esiste una difesa del principio sacro e inviolabile della stampa quale contro-potere: si difende questo o quel giornalista, spesso, a seconda di chi lo attacca. E così, può capitare che destra e sinistra si diano il cambio in uno straniante gioco delle parti.

Dicevo dei giornalisti che ho iniziato a difendere. Il repertorio a poco a poco si andava completando, mostrando un assortimento immenso: c’è che consuma le suole delle scarpe per cercare e scovare la notizia; c’è , che si aggira quasi furtivo tra le aule dei tribunali, a caccia del processo più interessante; c’è , la cui cronaca è poco più di questa o quella pista seguita dal pm di turno. Non manca il cronista che tenta di...



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