E-Book, Italienisch, 603 Seiten
Reihe: I Corvi
Vaillant L'età del fuoco
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-781-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Una storia vera da un mondo sempre più caldo
E-Book, Italienisch, 603 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 978-88-7091-781-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È il 3 maggio 2016 e a Fort McMurray, Alberta, Canada, fa molto, troppo caldo: non piove da settimane, la foresta sterminata che circonda la città è secchissima, il suolo inaridito, i venti sempre più forti. E basta una scintilla perché scoppi un incendio incontrollabile: il Bestione, come viene chiamato, divora migliaia di chilometri quadrati di terreno e genera una nube di fumo che crea un sistema meteorologico a sé, fatto di fulmini e grandine nera. Sembra avere vita propria e una volontà distruttiva: lo raccontano gli abitanti in fuga, tutti miracolosamente illesi, le autorità che monitorano impotenti la situazione, i pompieri. John Vaillant raccoglie le loro testimonianze in una storia tesissima e mozzafiato che spazia dal Canada alla California all'Australia per raccontare il culmine del Petrocene, l'età del petrolio, in cui abbiamo risposto al nostro incessante bisogno di energia addomesticando il fuoco, costi quel che costi. Come è successo a Fort McMurray, la cui esistenza si fonda sull'estrazione del bitume, un processo complesso, energivoro, a malapena redditizio e che per di più non si può fermare, neanche quando la città è in fiamme. Si creano allora fenomeni per cui sono stati coniati neologismi come «tornado di fuoco» o «pirocumulonembo», con una potenza pari a una bomba atomica, e destinati a ripetersi con frequenza crescente in un mondo surriscaldato. Con il passo dei più incalzanti film d'azione e il rigore del grande giornalismo d'inchiesta, L'età del fuoco racconta del coraggio di chi il fuoco lo ha combattuto e dell'avidità di chi l'ha favorito, pur ricordandoci che invertire la rotta è ancora possibile se a Fort McMurray sono tornate a fiorire le aiuole.
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In Canada questa non è una questione da poco, perché il paese custodisce il dieci per cento delle foreste mondiali, vasti tratti delle quali sono disabitati. E quando si parla di foreste, o di incendi, definirli «vasti» è approssimativo. Per cogliere davvero le dimensioni del Canada, immaginiamo di partire in auto da Great Falls, nel Montana, e seguire la I-15 fino a Sweetgrass, al confine dello stato. Dopo averlo attraversato arriviamo a Coutts, in Alberta; qui azzeriamo il contachilometri e ripartiamo in direzione nord. A quel punto ci aspettano un paio di giorni di viaggio. Lasciando le Montagne Rocciose alla nostra sinistra, il tragitto ci porterà sul limite occidentale delle Prairies attraverso Lethbridge, Calgary e Red Deer: terre di campi coltivati e di bestiame. Superata la metropoli di Edmonton, sulla strada ci ritroveremo sempre più soli e circondati da ampie distese di arida prateria subartica: campi ghiacciati o semiallagati, per niente adatti a pascolarci il bestiame.
Sulla strada principale, larga ormai al massimo quanto una via cittadina, possiamo percorrere settanta o ottanta chilometri prima di incontrare un insediamento con un lampioncino solitario e una stazione di servizio. A est e a ovest si perdono verso l’orizzonte strade sterrate secondarie, e gli edifici costruiti dall’uomo sembrano sempre più bizzarrie fuori posto. Qui una chiesa ucraina grande quanto una scuola, con la cupola a cipolla rivestita di latta, spicca al centro di un deserto ventoso così sconfinato che sembra la steppa russa; là un fienile sbilenco ormai disabitato collassa sotto il peso dei suoi cento anni, metà dei quali trascorsi stretto nella morsa dell’inverno. Più avanti, ecco un lago di quattro ettari di un azzurro così incredibile da non poterlo spiegare, anche se il cielo che riflette è quello dell’Alberta. A un certo punto incroceremo il confine invisibile oltre il quale il cervo cede posto all’alce, la cornacchia al corvo e il coyote al lupo. Arrivati a North Star, gli spazi aperti che rendono famosa l’Alberta saranno pieni di foreste, basse e miste, e di torbiere che somigliano moltissimo a quelle siberiane. Quando ci fermeremo a prendere un caffè in un posticino isolato di nome Indian Cabins sarà passato un giorno, il contachilometri avrà superato quota 1500, ma saremo ancora nell’Alberta.
Quassù, nel subartico senza sbocchi sul mare, è come se tutto fosse extralarge: ci sono laghi vasti come mari abitati da trote che pesano fino a 45 chili, e i grandi animali selvatici – tra i quali il bisonte più grosso del continente – sono più degli esseri umani. Al Wood Buffalo National Park, il secondo parco nazionale al mondo per dimensioni, c’è la più imponente diga costruita da castori mai vista. Fu individuata nel 2007 con l’aiuto di un satellite, misura in lunghezza più del doppio della diga di Hoover e sembra che non abbia smesso di crescere. Nel 2010 un amante dell’avventura di nome Rob Mark partì dal New Jersey per andare a visitarla. In teoria non lo aveva ancora fatto nessuno, e non fu una passeggiata. «La vegetazione è densa, la visibilità scarsa», disse Mark alla Cbc, «poi il terreno diventa 1 e camminarci è di una difficoltà incredibile. Poi diventa palude vera e propria.» Ecco perché nei mesi più caldi sono in pochissimi a frequentare la zona, e perché la stagione migliore per attraversarla è l’inverno. «Le zanzare sono terribili, c’è da avere paura», concludeva Mark.
Un’eccezione al gigantismo diffuso sono gli alberi, che raramente superano i cinque metri d’altezza o il secolo d’età. Formano un insieme eterogeneo e in costante cambiamento di pini, abeti, pioppi e betulle che si definisce «foresta boreale»;2 non saranno enormi, ma in compenso sono tanti, tantissimi. La foresta boreale, che cinge l’emisfero omonimo lungo una fascia circumpolare, è il più grande ecosistema terrestre e include quasi un terzo delle aree forestali del pianeta (oltre 15 milioni di chilometri quadrati: più di tutti e cinquanta gli Stati Uniti d’America). Un terzo esatto del Canada, compresa metà della provincia dell’Alberta, è occupato dalla foresta boreale. Proseguendo verso ovest oltre la British Columbia, lo Yukon, l’Alaska e, al di là dello stretto di Bering, la Russia, la foresta boreale (che qui prende il nome di taiga) si spinge fino alla Scandinavia e, incurante dell’oceano Atlantico, approda in Islanda, riprende a Terranova e lì va a chiudere il cerchio, come una verde corona d’alloro.
Benché dalla strada appaia fitta di vegetazione, al suo interno la foresta boreale è molto più anfibia e contiene più sorgenti d’acqua di qualsiasi altro bioma. Sotto questo aspetto somiglia a una specie di spugna emisferica coperta di alberi che con miliardi di chilometri di radici formano un tessuto connettivo sotterraneo che mette insieme tutti i continenti. Pur senza essere fluidi quanto le Everglades della Florida, gli infiniti laghi, stagni, acquitrini, fiumi e torrenti della foresta boreale ne svolgono quasi la stessa funzione di raccolta, immagazzinamento, filtraggio e scarico di acque dolci. Centinaia di specie di uccelli, miliardi di esemplari, vivono e migrano in questo ecosistema.
Gli alberi della foresta boreale non diventano grandissimi né vecchissimi perché, tra le altre cose, bruciano a cicli regolari. Sono fatti apposta, cosa che rende questa foresta un vero e proprio ecosistema-fenice: rinasce dal fuoco e per rigenerarsi si deve incenerire, il che avviene in maniera casuale e territorialmente disordinata nell’arco di cinquanta-cento anni. Questo colossale bioma contiene tanto carbonio quanto la somma di tutte le foreste tropicali, forse di più, e quando brucia esplode come una bomba. In Nordamerica l’epicentro di queste esplosioni stratosferiche è l’Alberta settentrionale. Perciò quassù ogni abitato grande o piccolo si ritrova davanti allo stesso dilemma: dove finiscono le case, comincia la foresta. Là ci sono orsi, lupi, alci e persino bisonti, ma la cosa più pericolosa che vi si annida è il fuoco. Nelle condizioni giuste, un grosso incendio boreale sembra la fine del mondo, roboante e inafferrabile. Ci sono incendi che riescono a bruciare centinaia di chilometri quadrati di foresta con tutto quello che c’è dentro e a sfuggire comunque al controllo.
Il più esteso mai documentato nel Nordamerica è l’Incendio di Chinchaga del 1950, pressoché sconosciuto, anche perché ebbe non più di una manciata di testimoni. Scoppiò al confine tra la British Columbia e l’Alberta nel mese di giugno, e spostandosi verso oriente fece danni in un territorio di oltre 16mila chilometri quadrati di foresta (grosso modo l’equivalente di Connecticut e Rhode Island messi insieme). Dall’incendio si alzò tanto di quel fumo che passò alla storia come «La Grande Cappa del 1950». La colossale ombra del pennacchio, che con i suoi dodicimila metri d’altezza arrivava alla stratosfera, abbassò di diversi gradi la temperatura del suolo, costrinse gli uccelli a rifugiarsi nel nido anche in pieno giorno e girando attorno all’emisfero boreale creò strani fenomeni ottici; ci furono diverse testimonianze di gente che vedeva il sole color lavanda e la luna azzurra. In precedenza, soltanto l’eruzione del Krakatoa del 1883 aveva avuto effetti paragonabili per estensione e intensità all’Incendio di Chinchaga. Carl Sagan rimase così colpito dall’evento canadese che si domandò se avesse lo stesso aspetto di un inverno nucleare.
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Ogni anno la National Oceanic and Atmospheric Administration3 diffonde un rapporto dal titolo eloquente, , ovvero «Stime e previsioni sugli incendi nel Nordamerica», in collaborazione con scienziati canadesi e messicani. Vi compaiono mappe relative a ciascun mese della stagione degli incendi, sulle quali il colore rosso indica un probabile aumento dell’attività del fuoco e il verde la sua diminuzione. Come già nel 2015, le carte mensili del 2016 erano molto più rosse che verdi, e la più rossa di tutte era quella di maggio: oltre ad ampie porzioni del Messico, del Midwest statunitense e a tutte le Hawaii, il rosso copriva gran parte del Canada meridionale, dai Grandi Laghi alle Montagne Rocciose. Una zona enorme, che includeva la maggior parte dei pozzi petroliferi attivi in Alberta. Al centro della zona calda, nel cuore della foresta, c’era Fort McMurray.
Nel Nordamerica Fort McMurray è un’anomalia. Distante mille chilometri a nord del confine con gli USA e altrettanti a sud del Circolo polare artico, è un’isola industriale in un oceano di foresta. Senza il richiamo del petrolio, questa parte dell’Alberta ricorderebbe ancora di più la Siberia, alla quale già somiglia: è scarsamente popolata e vi nascono fiumi che puntano come gli aghi di una bussola verso l’oceano Artico; i suoi alberi sono bassi, non vivono a lungo e tendono a incendiarsi. Non più di cinque o sei centri abitati costellano una regione grande quanto il Kentucky e soltanto uno di essi ha più di ottocento abitanti. Nel 2016 Fort McMurray e le...




