E-Book, Italienisch, 186 Seiten
Ullman Accanto alla macchina
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-914-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La mia vita nella Silicon Valley
E-Book, Italienisch, 186 Seiten
ISBN: 978-88-7521-914-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dopo un dottorato in materie umanistiche, e con un passato da attivista politica alle spalle, Ellen Ullman si ritrova nella mitica Silicon Valley quasi per caso: all'inizio degli anni Ottanta un periodo di crisi del sistema accademico statunitense la spinge a cercare un lavoro temporaneo dove è più facile trovarlo, e cioè in quel settore tecnologico che, nella California del Nord, sta facendo da incunabolo alla rivoluzione digitale. Programmatrice della primissima ora, doppiamente outsider in quanto donna e ultratrentenne, la Ullman racconta il fascino e le insidie legati al trovarsi «accanto alla macchina»: l'irresistibile attrazione esercitata da un lavoro neutro e razionale, tutto numeri e codici, e il rischio di dimenticarne la destinazione e la finalità ultima, che tocca sempre e inevitabilmente altri esseri umani, e spesso proprio i più indifesi e i meno preparati a fare i conti con il trionfo di un'economia immateriale. Scritto nel 1997, quando l'era digitale era ancora alle porte, Accanto alla macchina è insieme saggio critico, riflessione personale e memoir, e conserva ancora oggi un'inquietante attualità. Attingendo alla propria esperienza professionale, familiare e sentimentale, con un talento compiutamente narrativo che, di lì a pochi anni, l'ha condotta a scrivere romanzi di considerevole successo, Ellen Ullman racconta cosa accade quando, illudendoci di «creare un sistema per i nostri scopi e a nostra immagine», finiamo per proiettare in quel sistema solo la parte di noi in cui regnano la logica, l'ordine e la chiarezza: con il rischio concreto che «più tempo passiamo a osservare un'idea ristretta dell'esistenza, più la nostra idea di esistenza si restringe».
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LO SPAZIO È NUMERICO
Non ho idea di che ore siano. In questo ufficio non ci sono finestre né orologi, solo i LED del microonde che lampeggiano – 12:00, 12:00, 12:00, 12:00. Io e Joel stiamo programmando da giorni. Abbiamo un bug, un bug malefico e cocciutissimo. Quindi il bagliore rosso, con l’indicazione dell’ora che pulsa senza andare avanti, è adatto alle circostanze, come un’immagine dei nostri cervelli, inspiegabilmente sincronizzati sulla stessa frequenza luminosa.
«E se selezionano tutto il testo e...»
«...premono Canc».
«Cazzo! Di nuovo NULL».
«Altrimenti, se siamo fuori dal campo di testo e premono spazio...»
«...sì, e...»
«...manca il parametro...»
«Cazzo!»
«E se la riempiamo di spazi di default?»
«Non so... Aspetta!»
«Sì, se mettiamo una fila di spazi di default...»
«...e impostiamo lo spazio come numerico».
«Ecco! Basta impostare SendKey(space) a...»
«...un oggetto numerico».
«Oddio! Ma così è risolto!»
«Sì – funziona, se...»
«...se lo spazio è numerico!»
«Se lo spazio è numerico».
Ci fissiamo negli occhi. Riusciamo a malapena a respirare. Per una frazione di secondo siamo insieme in un universo nel quale due esseri umani possono comprendere simultaneamente l’espressione «se lo spazio è numerico».
Io e Joel abbiamo iniziato questo giro di debug venerdì mattina. A un certo punto, forse venerdì sera, è arrivato in ufficio Danny, un altro programmatore. Ora deve essere domenica, perché è da un po’ che non si vedono in giro i dipendenti del nostro cliente. Lungo il percorso, in momenti arbitrari del giorno o della notte che non riusciremmo a ricostruire, abbiamo ordinato tre pasti al cinese e sei pizze extralarge, bevuto svariate birre e innumerevoli bottiglie di acqua frizzante, e scolato due bottiglie di vino. A un certo punto ricordo di aver pensato che, se la gente sapesse come viene scritto materialmente il software, non sono certa che continuerebbe a mettere i soldi in banca e a prendere aerei.
A cosa stiamo lavorando? Un programma di intelligenza artificiale per identificare le conversazioni «sovversive» sulle dorsali telefoniche intercontinentali? Un software per la seconda start-up di un magnate della Silicon Valley appena estromesso dalla prima? Un sistema per aiutare le persone con l’AIDS a usufruire dei servizi sanitari? Ora come ora i dettagli mi sfuggono. Forse stiamo aiutando dei poveri malati terminali, forse stiamo mettendo a punto una serie di routine di verifica su un protocollo di database distribuito – non mi interessa. Dovrebbe interessarmi: c’è un’altra parte di me alla quale – più tardi, forse, quando emergeremo da questa stanza piena di computer – interesserà molto sapere perché e per chi e a quale scopo sto scrivendo questo software. Ma al momento no. Ho attraversato una membrana oltre la quale il mondo reale e i suoi fini perdono di consistenza. Sono una software engineer, una consulente indipendente ingaggiata da un dipartimento dell’amministrazione comunale. Ho assunto Joel e altri tre programmatori per darmi una mano. In fondo al corridoio c’è Danny, un ragazzo smilzo con gli occhiali in filo di titanio e un cane che si porta sempre appresso e che ha il pelo più o meno della stessa consistenza. Dal lato opposto della baia, Mark è probabilmente intento a lavorare al database, dal capanno degli attrezzi ristrutturato in cui vive. Bill, il sistemista, ormai starà già dormendo – chissà dove. Ora come ora solo due cose in tutto l’universo hanno importanza per noi. La prima è che abbiamo un sacco di bug da risolvere. La seconda è che il sistema deve essere installato entro lunedì, e sospetto che lunedì sia domani.
«Oh, no, no!», geme Joel, accasciato sulla tastiera. «Noooooo». La sillaba si trascina in un lungo lamento. Ha il suono dell’amore perduto, del rimpianto di una vita. Abbiamo entrambi abbastanza esperienza di programmazione per sapere che siamo . Anche solo un altro problema privo di soluzione immediata e non ce la faremo. Non installeremo. Ci toccherà la tremenda, inevitabile fine cui è destinato il software: il ritardo.
«No, no, no, no. E se poi gli elementi dell’insieme iniziano con spazio? Cristo. Non funzionerebbe».
Non ho mai visto nessuno così vicino alla disperazione più nera, se non in un film. Qui, , non conosciamo vergogna. Lui mi ha vista dormire per terra con una pozza di saliva sotto le labbra. Abbiamo entrambi visto la pancia flaccida e bianchissima di Danny – così giovane, che peccato – quando si spogliava per lavorare in mutande nel caldo della sala server. Ho visto da vicino la forfora di Joel, la patina di pelo di gatto che copre ogni suo indumento, ho notato dettagli del suo corpo che avrei preferito ignorare. E sono certa che lui abbia notato i miei capelli unti, che si sia reso conto di quanto sembro scialba quando sono struccata, che abbia colto dettagli troppo intimi per includerli in questo elenco. Ma ormai nulla di tutto ciò ha importanza. I nostri corpi sono stati abbandonati da un pezzo, costretti alla fame e all’insonnia e alla tortura di passare ore incollati a mouse e tastiera. Le nostre spoglie fisiche sono state ridotte all’obbedienza. Al momento ci conosciamo in un modo solo: attraverso il codice.
E poi, so che fra un istante gli procurerò un piacere di un’intensità che nella vita si conosce raramente: sto per salvarlo dalla disperazione.
«Non è un problema», dico lentamente. Gli poso una mano sulla spalla, per rassicurarlo. «I parametri non iniziano con uno spazio».
Proprio come immaginavo. La sua disperazione svanisce. Si fa elettrico, si gira verso la tastiera e comincia a digitare a tutta velocità. Ora l’ho perso. Sta sparendo nel codice – ora che sa con assoluta certezza che funzionerà, ora che l’ho rassicurato sul fatto che nel nostro universo, che abbiamo creato insieme, lo spazio potrà essere sempre, solidamente numerico.
Il collegamento, il flusso condiviso di pensieri, si interrompe. La frustrazione è la stessa di quando un amante ti abbandona poco prima dell’orgasmo. So che il nostro non è amore fisico. È troppo giovane, lavora per me; è un uomo, e ultimamente sono più attratta dalle donne; in ogni caso è troppo perbenino, troppo economia-e-commercio per i miei gusti. So che dietro questa sensazione non c’è vera attrazione: è solo il traboccamento, il sovraccarico che la mente prova tornando nel corpo che aveva lasciato. . Bella questa. Ecco un’altra cosa del mondo reale che non ha importanza. Vorrei con tutta me stessa tornare a fondermi con questo essere geniale, elettrico, con cui ho condiviso una sola mente per venti secondi.
Irrequieta, vado nella stanza accanto. C’è Danny chino sulla tastiera. Il grosso cane dal pelo metallico mi ringhia contro. Danny alza lo sguardo, ringhia come il cane, poi si rimette a digitare. Io sono l’architetta di sistema, il suo capo, in questo progetto. Ma non fa neanche uno sforzo per nascondere il disprezzo. Tipico programmatore, penso. Ha quindici finestre piene di codice aperte sul desktop. Ha gli occhi, i pensieri, l’immaginazione sovrappopolata. Sta affogando in un mare di bug, e so che potrei aiutarlo, ma al momento lui mi vuole morta. Sono l’ultima goccia di liquido urticante. E parlo: Merda! Ma proprio non ci arrivo? Perché mai dovrei volergli ? Non mi rendo conto che è sull’orlo di uno stack overflow?
«Forse Joel è riuscito a sistemare l’overlap dei controlli», dico.
«Ah sì?», non alza lo sguardo.
«Gli ho fatto da beta-tester», dico. «Vuoi che proviamo a vedere insieme gli errori di navigazione?» Errori di navigazione: grave. Clicchi per andare da una parte e ti ritrovi altrove. Molto, molto grave.
«Che cosa?» Fa finta di non avermi sentito.
«Gli errori di navigazione. A che punto siamo?»
«Ci sto lavorando». Un altro ringhio rabbioso. Un disprezzo che un essere umano non dovrebbe mai esprimere nei confronti di un suo simile. Un’ostilità che mi ucciderebbe se non ci fossi abituata, se non ci avessi fatto il callo, se non fossi ormai esperta nel riceverla. E poi, siamo . So che questo programmatore pieno d’odio è l’unica barriera tra me e i bug di navigazione. «Ripasso più tardi», dico.
Più tardi: ma quanto possiamo tardare ancora? Non può mancare tanto all’alba. Il piccolo tsunami di follia pre-installazione, però, comincia a infrangersi non appena attraverso il corridoio per tornare da Joel.
«Sì! Funziona!», dice lui, sentendomi arrivare.
Mi guarda negli occhi. «Avevi ragione», dice. È la cosa più estrema che un programmatore possa dire a un collega, un trofeo così raro da risultare quasi inaudito per la nostra specie. Mi guarda negli occhi e me lo dice: «Avevi ragione. Come sempre».
Questo è addirittura più che raro. : la cosa che un programmatore desidera più di ogni altra. : un dono indicibile, incalcolabile.
«Non avrei potuto avere ragione senza di te», dico. Anche questo è vero, al di là di ogni dubbio. «Ho solo aperto la porta. Sei tu che hai capito come attraversarla».
Mi viene subito in mente la pubblicità di un famoso profumo: un uomo con un violino in mano stringe a sé una donna seduta al pianoforte. Voglio essere in quella pubblicità. Voglio...




