Tomasi / Bonini | Il potere gentile dell'ascolto | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 217 Seiten

Tomasi / Bonini Il potere gentile dell'ascolto

Dalla teoria alla pratica
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-590-3514-5
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Dalla teoria alla pratica

E-Book, Italienisch, 217 Seiten

ISBN: 978-88-590-3514-5
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il volume affronta il tema dell'ascolto da molteplici prospettive: creativo, sociologo, psicoterapeuta, giornalista, formatore... Voci diverse aiutano il lettore a esercitarsi nel potere di lasciare all'altro lo spazio di essere ascoltato, di rispecchiarlo e restituirgli valore. Tutti noi abbiamo bisogno di essere ascoltati, eppure capita raramente di fare esperienza di un ascolto autentico, forse perché ad ascoltare, come a respirare, nessuno ci insegna. Ascoltare, infatti, non significa sentire ciò che viene detto, quanto piuttosto riconoscere i significati impliciti nelle parole e nei gesti e riportarne il senso. È la capacità di comunicare accoglienza, di offrire comprensione. Il volume invita i lettori a riflettere sull'importanza dell'ascolto, quell'ascolto capace di nutrire le nostre relazioni e dare sostentamento, per riportare l'ascolto al centro dell'attenzione del nostro presente e, soprattutto, del nostro futuro. Il libro è pensato come un ipertesto. È partito dall'interesse di due persone curiose che hanno condiviso una parte della loro storia professionale e si è poi sviluppato in molteplici direzioni affrontando il tema dell'ascolto da diversi punti di vista: quello del sociologo, del creativo, dell'etnografo, quello di chi l'ascolto non ce l'ha, quello dello psicoterapeuta, del giornalista, del coach, del formatore. È anche un manuale tecnico perché propone un allenamento auditivo: alcune tecniche principali per conoscere l'alfabeto e la grammatica dell'ascolto. Equamente diviso tra esplorazione scientifica e culturale e approccio pragmatico, Il potere gentile dell'ascolto è una call to action, un invito a scoprire perché una competenza così quotidiana è, nelle relazioni con gli altri, anche così rivoluzionaria.

Enrica Tomasi Executive e Life coach certificata, formatrice e consulente aziendale. Da più di 25 anni incontra persone, aziende, gruppi di lavoro, direttori e imprenditori cercando e proponendo soluzioni per lavorare diversamente e meglio. Il suo obiettivo è fare sì che i luoghi di lavoro diventino, per tutti, un posto migliore in cui essere e stare. Luca Bonini Psicologo, psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico e consulente di coppia. Da sempre si occupa di cura dei legami, lavora anche con ruoli direzionali in servizi pubblici e presso lo studio di Brescia. La sua attività clinica si accompagna a quella di supervisione di servizi educativi. Collabora inoltre con la Facoltà di Psicologia, cattedra di Psicologia Clinica di Brescia.
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Weitere Infos & Material


Capitolo primo


Perché ascoltare è importante


Enrica Tomasi

Presta a tutti il tuo orecchio,
a pochi la tua voce.

William Shakespeare, Amleto, atto I, scena III

Noi tutti vogliamo essere ascoltati. L’ascolto è un bellissimo regalo, perché quando ci accorgiamo di avere l’attenzione di qualcuno ci sentiamo importanti, confermati, amati. Ogni interazione, ogni scambio, ci offre l’opportunità di far sentire le persone «riconosciute», e questo non è solo interessante, ma è anche potente, significativo e umanamente nutriente.

Quando affrontiamo il tema della comunicazione spesso dimentichiamo che, in una relazione, il messaggio che viene inviato a qualcuno ha bisogno di un ricevente. Questi dovrebbe essere impegnato ad ascoltare. Dico «dovrebbe» perché questa è forse la parte più trascurata dello scambio: emittente e ricevente, di solito, non hanno pari importanza.

Il valore della funzione e della responsabilità di chi ascolta è intuitivo, una responsabilità che, in un dialogo a due, si alterna nel gioco infinito dello scambio: io parlo, tu ascolti, tu parli, io ascolto. A questa fase del processo si dedica spesso poca attenzione, perché ci si concentra prevalentemente su una parte del sistema relazionale, ovvero la costruzione del messaggio di invio, senza considerare che l’ascolto, oltre a dimostrare rispetto, è un atto benefico per chi lo riceve. In molte situazioni è anche strategico, dato che permette di avere accesso a informazioni e dati che, pur essendo a disposizione, non vengono colti nella loro importanza o, meglio, non vengono interpretati dal punto di vista di chi li esprime.

Rispondere alla domanda su quali siano i vantaggi dell’ascolto è complicato: si rischia di fare un elenco poco proficuo. Possiamo tuttavia dare un’idea delle sue più immediate applicazioni e dei contesti in cui esso può essere efficacemente speso: con l’ascolto migliorano le situazioni di lavoro, si è più abili nella negoziazione in caso di disaccordo e conflitto, si prendono decisioni più soddisfacenti e durature, si gestiscono i clienti con maggiore professionalità, si capiscono meglio i problemi, si mantiene un costante livello di attenzione, si consolidano i rapporti, si ha a disposizione un maggior numero di informazioni. In sintesi, con l’ascolto si può diventare leader, genitori, professionisti e persone più capaci.

Se provassimo a incrociare tutte queste dimensioni per individuare il denominatore comune ai benefici dell’ascolto, il risultato potrebbe essere riassunto in tre parole: efficacia e benessere relazionale. L’ascolto ci permette di essere più capaci di comprendere ciò che accade dentro e fuori di noi, favorisce la connessione con gli altri e la ricezione delle informazioni, permettendoci di scegliere con maggiore consapevolezza parole e azioni. Ma perché ciò accade? Il modo che abbiamo di percepire noi stessi durante lo scambio dipende in buona parte dalle reazioni dell’ascoltatore e/o dalla mancanza di qualsiasi effetto in relazione alla nostra comunicazione. È Herbert Mead (1934), nell’opera Mind, self, and society, a spiegare quanto i fattori esterni — come, ad esempio, il comportamento degli altri — possano influenzare l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di sé. Ciò che accade fuori di noi, infatti, ha un impatto sulla nostra autostima: se l’ascoltatore reagisce positivamente a ciò che stiamo dicendo, sperimentiamo emozioni positive; se, al contrario, le reazioni sono negative o neutre tendiamo a sentirci imbarazzati o poco accettati.

La nostra scelta di ascoltare di fatto è un messaggio: comunica interesse, attenzione, disponibilità di tempo ed energie. È in grado di restituire alla persona che parla una misura del significato e dell’importanza che le riserviamo. In altre parole, se scelgo di ascoltare esprimo considerazione. Questa scelta non è neutra: veicola la possibilità che l’altro si riconosca — o meno — come portatore di valore. Ecco perché ho definito l’ascolto «nutriente»: perché ha una ricaduta concreta e reale sui mondi che attraversiamo, dato che i rapporti interpersonali ne sono intrisi.

Può essere interessante considerare anche il costo del non ascolto: disinformazione, comunicazioni non chiare, clienti e persone insoddisfatte, necessità di investire tempo e risorse — e spesso anche denaro — per recuperare inefficienze dovute a informazioni imprecise: questi sono solo alcuni esempi delle conseguenze del cattivo ascolto negli ambienti di lavoro.

E cosa accade, invece, quando ciò si verifica in famiglia? Potremmo avere a che fare con affermazioni del tipo: «Con mio padre proprio non ci parlo, non c’è niente da fare, meglio stare zitti!», oppure: «Con mia madre non c’è verso di andare d’accordo. Mi fa una rabbia quando dice che non capisco nulla», o ancora: «Il mio ragazzo fa finta di ascoltarmi, ma aspetta solo che io abbia finito, dopo non cambia nulla, è come se non avessi parlato».

Quando non si è capiti si soffre: questa è un’esperienza piuttosto comune. La incontro spesso nel mio lavoro. Durante la sessione di formazione sul tema dell’ascolto propongo sempre ai corsisti un esercizio illuminante: li invito e a pensare a una situazione in cui si sono sentiti ascoltati e a una in cui questo non è avvenuto. Non faccio raccontare le due esperienze, ma chiedo solo che le riportino alla memoria e che condividano — riassumendola in una parola — l’emozione che le ha accompagnate. Poi raccolgo due elenchi, gli elenchi delle emozioni. Ecco quanto emerso in una delle ultime occasioni, molto simile a tante altre in cui l’ho proposto in aula.

  • Come mi sono sentito/a quando sono stato ascoltato/a?
  • Bene, soddisfatto, capito, felice, importante, utile, considerato, compreso, valorizzato.
  • Come mi sono sentito/a quando non sono stato ascoltato/a?
  • Arrabbiato, teso, frustrato, inutile, non esistevo, c’era un muro, incompreso, mi sono messo in discussione, insoddisfatto.

È interessante quello che emerge da queste parole. Il collegamento tra «come vengo ascoltato» e «come mi giudico» è piuttosto evidente: tra le righe delle esperienze raccontate dai partecipanti si percepisce lo sguardo che dà valore alla persona, se questa sceglie di mettere in campo la competenza. Se vengo ascoltato registro positività, considerazione e, così facendo, le mie emozioni si allineano e mi restituiscono un’interpretazione dell’esperienza proficua e produttiva.

Ascoltare i segnali di futuro


Intervista a Roberto Poli1


C’è una relazione tra società e ascolto? La capacità di ascolto e l’attenzione, che ne è una delle precondizioni fondamentali, sono influenzate dalla cultura di riferimento di una società? In altre parole, la nostra è una società che favorisce l’ascolto? Cosa possiamo aspettarci per il nostro domani, quali sono i segnali di futuro rispetto all’ascolto e come può questa competenza intercettare le nuove forme di comunicazione, in particolare i social?

È su queste direzioni di riflessione che si muove il contributo di Roberto Poli. La conversazione con lui è ricca e vivace: il professor Poli spazia tra l’oggi e il domani, tra il presente e i futuri possibili, ci aiuta a comprendere il suo lavoro di futurista, facendoci entrare nelle pratiche di una professione che costruisce scenari possibili. Stimola chi lo ascolta ad andare oltre e a intravedere quello che potrebbe essere.

Professor Poli, ci aiuti a capire come lavora un futurista e come in questa — mi permetta — «insolita professione» si utilizza la competenza dell’ascolto.

Il tema dell’ascolto si coniuga naturalmente con il tema del futuro. Se lavoro con un’organizzazione devo prima di tutto ascoltare i suoi bisogni, le difficoltà che vede, i problemi che ha presenti, la necessità di ripensare i prodotti o i servizi che sviluppa, le difficoltà della struttura organizzativa o i limiti della propria cultura aziendale.

Anche se una componente di ascolto è indispensabile, nasce subito un problema: la capacità di sviluppare un’idea di futuro è una capacità rara; le persone non sanno guardare avanti, è una competenza che la nostra società ha perso. Inoltre, la gran parte delle persone e delle organizzazioni ha idee di futuro disarticolate e contraddittorie. Emergono frammenti di speranza, voglia di fare qualcosa, ma non possiamo parlare di vere e proprie visioni di futuro. Uno dei problemi è come trasformare frammenti disorganici in un vero progetto. Potrebbe essere un progetto personale se si lavora con gli individui, potrebbe essere un progetto di sistema se si lavora con un’organizzazione. Il solo ascolto non è sufficiente, bisogna integrarlo con altre componenti: la comprensione delle dinamiche interne, ad esempio, soprattutto se pensiamo che i singoli e i gruppi sono inseriti in un contesto organizzativo e sociale e che i contesti cambiano in continuazione.

Un secondo aspetto è che le idee di futuro che le persone si fanno possono essere errate, inadeguate. Molti immaginano il futuro come una ripetizione: abbiamo già visto alcuni cambiamenti e pensiamo che gli stessi cambiamenti ci saranno anche domani. Ognuno di noi ha la tendenza a proiettare automaticamente in avanti le sue esperienze, ma queste possono diventare dei vincoli. Chi concepisce il futuro come una proiezione del presente vede un futuro sbagliato perché, qualunque cosa accadrà, il futuro sarà...



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