The passenger - Venezia | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 298 Seiten

Reihe: The Passenger

The passenger - Venezia


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-822-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 298 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-822-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Se altrove la modernità e l'urbanizzazione hanno cambiato radicalmente il volto delle città lasciando giusto qualche scorcio dei centri storici vagamente intatto, Venezia ha sempre rassicurato il visitatore: puoi venire oggi, domani o tra dieci anni, il museo a cielo aperto sarà sempre qui. Questa visione cristallizzata e in parte coltivata dagli stessi veneziani, i limiti fisici all'espansione in orizzontale così come in verticale hanno contribuito a dare questa sensazione di immobilità e astoricità: ingannevole e per definizione impossibile in un ambiente anfibio e mutevole come quello lagunare. Le pagine di questo volume dimostrano il contrario, infatti: Venezia non è solo attraversata da grandi cambiamenti, ma potrebbe addirittura essere presa a paradigma delle crisi contemporanee, come termometro di quello che accadrà nel mondo, a simbolo dell'Antropocene. La città sembra scivolare su un piano inclinato dove calano gli abitanti e cresce il livello dell'acqua. Sono state erette mura difensive, dall'acqua alta con le barriere del Mose, e dalla marea di turisti che invadono l'isola con un ticket d'ingresso in via sperimentale dal 2024, che in futuro potrebbero diventare una misura permanente. Il precario equilibrio su cui si regge la vita a Venezia è da sempre minacciato dagli elementi naturali, ma relativamente nuova è la percezione che lo spopolamento e la riduzione alla monocultura turistica siano una minaccia altrettanto esistenziale. La città ha riserve d'ossigeno nei suoi studenti, nella sua storia di resilienza così come in un attivismo associativo che ha pochi eguali in Italia: ha portato alla tardiva ma necessaria espulsione delle grandi navi dal bacino di San Marco e preme perché si adottino soluzioni contro la crisi abitativa, la privatizzazione delle isole della laguna e il moto ondoso. La società civile chiede di re-immaginare la città, ascoltando la voce dei residenti e rispettando l'ambiente, per non ripetere gli errori del passato, quando per inseguire un ideale di modernità si è insediato un polo industriale petrolchimico in un ecosistema così vulnerabile.

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Storie d’esodo


CLARA ZANARDI


Nel dopoguerra, in pochi decenni Venezia è passata da essere un luogo sovraffollato e popolare a una città sempre più elitaria e spopolata. Questo svuotamento non è iniziato con Airbnb né rappresenta il destino scritto di una città d’arte, ma ha radici vecchie di un secolo che vanno ricercate in una «bonifica umana» promossa dall’alto.

CLARA ZANARDI — Editor e ricercatrice indipendente nel campo dell’antropologia urbana, vive e lavora a Venezia, dove è tra i fondatori della casa editrice wetlands. Al tema di questo articolo ha dedicato il saggio (Unicopli, 2020).

Decisi affondi di pala nell’acqua: a poppa di una , il signor Furlan voga con vigore. Sua moglie e i quattro figli, seduti poco più avanti, si guardano intorno e chiacchierano con aria soddisfatta. Si direbbe una gita estiva, se non fosse che a prua sono accatastate le masserizie di una casa modesta, sovrastate da un materasso a strisce. In sottofondo, una voce suadente racconta il trasloco della famiglia Furlan, che lascia senza rimpianti il vecchio alloggio in una città d’acqua sempre più prigioniera della sua bellezza. La nuova casa non è lontana, giusto oltre un «ardito cavalcavia», al Villaggio San Marco, sulla terraferma verso Mestre, tra quattrocento altri appartamenti moderni, in un ambiente finalmente sano e arioso. Un istante dopo, i Furlan spariscono in un pertugio tra muri immacolati, come deglutiti dai nuovi condomini di edilizia popolare.

È il 1954 e siamo tra i fotogrammi di , un breve documentario prodotto da Francesco De Feo per conto della presidenza del Consiglio con l’intento di mostrare il progresso dei nuovi quartieri popolari che vanno sorgendo nella terraferma lagunare. È infatti qui – e non in una Venezia ormai «da mettere sotto vetro», imbalsamata nella sua splendida monumentalità – che si rivela un «intenso fervore di vita» e pare aprirsi per la popolazione un futuro radioso, fatto di abbondanza e prosperità, infrastrutture e servizi, case confortevoli e grandi abbuffate. Il dopoguerra italiano, con le sue miserie, non è mai sembrato tanto lontano.

Visto con gli occhi di oggi, il filmato ha però un effetto straniante, forse perché le immagini contrastano in modo stridente con l’ottimismo progressista della voce narrante. Le riprese del cavalcavia in costruzione hanno infatti qualcosa di inquietante: aguzzi speroni di ferro e cemento su una distesa pietrosa e sullo sfondo le ciminiere fumanti di Porto Marghera. Gli scampoli d’acqua su cui scivola silenziosa la batela dei Furlan sembrano fuori posto in mezzo a tanto grigiore. Quando finalmente la famiglia approda al nuovo quartiere, gli edifici sono addossati l’uno all’altro tra i piloni dell’elettricità: freddi, geometrici, ognuno con il suo terrazzino modulare e gli scuri ancora sigillati. I bambini esplorano allegramente i dintorni, ma la strada è deserta e, come in un quadro di De Chirico, non c’è anima viva.

Il documentario vorrebbe rappresentare l’armonioso scivolamento da una dimensione all’altra, da quella lagunare anfibia a quella di terra, ma non ci riesce. Il passaggio resta un salto e la continuità dell’elemento acquatico finisce per enfatizzare, anziché nascondere, un’incolmabile cesura. Venezia e la sua nascente terraferma urbana: non potrebbero esserci due mondi più diversi.

Nel corso del Novecento, questo stesso salto è stato compiuto da decine di migliaia di famiglie veneziane. Alcune, come i Furlan, animate dalla speranza di una migliore qualità di vita in una terra in pieno sviluppo; altre, invece, con più di una lacrima e la profonda inquietudine di un tuffo nell’ignoto, al di fuori del proprio ambiente e della propria comunità. Persona dopo persona, goccia a goccia, la città d’acqua ha perso così oltre i due terzi della sua popolazione, circa 125mila abitanti, in uno stillicidio impietoso che perdura tutt’oggi al ritmo di quasi mille abitanti all’anno. Un fenomeno di intensità e proporzioni drammatiche, che più di ogni altro ha plasmato la Venezia contemporanea e che in Laguna ha assunto il nome un po’ sinistro di «esodo».

Eppure, il vuoto lasciato da questo abbandono non sembra aver prodotto un’eco così forte. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se in città fossero crollate, nello stesso lasso di tempo, decine di migliaia di edifici storici: lo scalpore avrebbe fatto tremare le vene e i polsi dell’opinione pubblica mondiale. Se a sparire fossero state le pietre pregne di storia, anziché le persone con le loro storie, non si sarebbe parlato d’altro. Cos’è allora per noi una città – qualsiasi città? Le sue pietre o i suoi abitanti, o quale combinazione dei due? E se una città perde la sua comunità vivente, pur mantenendo intatti muri e calli, rimane se stessa o si trasforma in altro?

A rendere questa vicenda più difficile da raccontare c’è il fatto che l’esodo non è avvenuto in un unico grande evento, ma è stato il frutto di una pluralità di movimenti, che si sono susseguiti nel corso di circa ottant’anni. Si tratta infatti di un fenomeno complesso, che non si può semplificare con spiegazioni universali, anche se spesso ci si è limitati ad attribuirlo alle scelte di chi era alla ricerca di un tenore di vita più elevato o di un’esistenza più «moderna», come quella che la terraferma sembrava offrire, con le sue automobili e i grandi appartamenti luccicanti. Ma come mai tutte queste persone hanno scelto contemporaneamente di trasferirsi, abbandonando la città d’acqua? E si può davvero parlare di una scelta?

Per rispondere a queste domande, bisogna provare a immaginare cos’era Venezia negli anni Cinquanta. Drammaticamente sovraffollata, essendo un’isola circondata dalle acque lagunari, non aveva la possibilità di espandersi per offrire un alloggio decente a una popolazione sempre più numerosa. I proprietari degli immobili avevano quindi il coltello dalla parte del manico: potevano ottenere rendite spropositate anche da squallide stamberghe, che venivano frazionate dai poveri inquilini in una cascata di subaffitti. Nel 1952 addirittura tre veneziani su cinque alloggiavano in abitazioni misere e cinquantamila persone (l’equivalente della popolazione attuale) vivevano in baracche, tuguri malsani e case pericolanti.

Si trattava di una vera e propria emergenza, che avrebbe dovuto essere al centro dell’agenda politica. Ma la risposta delle classi dirigenti andò in direzione contraria a quella che potrebbe sembrare logica: anziché risanare le case della città storica per sistemare in modo più dignitoso i suoi abitanti, si optò per incentivare lo sfollamento di una fetta della popolazione verso i quartieri appena edificati in terraferma. Era un bingo: da un lato, i grandi investitori, che si erano impossessati per pochi spiccioli di vasti terreni e li avevano urbanizzati, ottenevano enormi profitti nella città di terra; dall’altro, si liberavano nella città d’acqua spazi che potevano essere restaurati e riconvertiti a nuove funzioni, certamente più remunerative dell’affitto popolare.

In realtà, non era una strategia nuova. La chiave di volta, nel 1917, era stata la creazione di Porto Marghera, una delle aree industriali più importanti del paese. Un’autentica rivoluzione: per la prima volta Venezia si era sdoppiata, e a ogni polarità si era potuta assegnare una specifica funzione. L’isola-pesce che, nonostante le dimensioni ridottissime, era sempre stata un concentrato di eterogeneità, tanto sociale quanto economica, veniva così interamente ridisegnata. Fin dall’inizio, era evidente che l’area industriale non costituiva solo un grande investimento, ma anche un vero e proprio intervento di chirurgia sociale: nella mente dei suoi ideatori, infatti, accanto alle fabbriche sarebbero dovuti andare a vivere gli operai e gli impiegati.

Il piano era esplicitamente promosso dal principale centro del potere locale: il cosiddetto «gruppo veneziano», che ruotava intorno al conte Volpi di Misurata, ministro fascista e sorta di doge simbolico della città. La chiamano la ed è una città a tre punte: «Da una parte l’antica, la storica, l’immortale […], che deve serbare per sempre inviolato il suo sacrario di monumenti e il suo museo vivo di splendori […]; dall’altra parte, una Venezia nuova, protesa sui margini della Laguna, intenta alacremente alle attività febbrili e mercantili, insomma una grande città industriale» (Giovanni Volpi, , 1939). Da un lato, quindi, la città storica, restaurata e valorizzata a fini di rappresentanza, sede ideale dei ceti dirigenti e dell’aristocrazia europea; dall’altro la terraferma, motore dell’economia pesante e di quello sviluppo sporco e brutale che la fragile Venezia non poteva ospitare, urbanizzata in fretta e furia per contenere le classi medio-basse espulse dalla città d’acqua. E infine il Lido, l’isola litoranea che avrebbe dovuto costituire il polo...



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