E-Book, Italienisch, 284 Seiten
Reihe: The Passenger
The Passenger - Svizzera
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-950-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 284 Seiten
Reihe: The Passenger
ISBN: 978-88-7091-950-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Temuta e invidiata, spesso caricaturizzata, idealizzata o ridicolizzata: che paese è realmente la Svizzera? L'interesse verso l'eccezionalità elvetica è tornato di grande attualità con l'entrata in vigore della Brexit, un motivo in più per The Passenger per lanciarsi nella sfida di svelare un luogo intrigante, anche perché famoso per i suoi segreti, quello bancario su tutti. Nel frattempo è stato rimosso ma ne rimangono altri, come il muro di discrezione che protegge la più grande collezione d'arte del mondo, che riusciamo a infrangere grazie a un reportage di Isabelle Mayault. Il volume si apre con un'intervista allo scrittore Peter Bichsel, storica voce critica e controcorrente che si interroga proprio su questo: l'anima del paese. Spesso sono gli stessi svizzeri a essere corresponsabili della diffusione di un'immagine distorta di paradiso rurale e alpino da cartolina, tematica che affrontiamo grazie a Oliver Scharpf che ha dedicato un intero libro ai miti svizzeri, da Heidi al coltellino, e di come hanno contribuito ad alimentare l'industria del turismo. Quest'idillio di sole, chalet e prati fioriti non corrisponde del tutto alla densità di centri urbani, peraltro abitati dalla percentuale più alta di immigrati in Europa dopo il Lussemburgo: uno su quattro. Lo scrittore di origini camerunensi Max Lobe ci racconta cosa significa integrarsi e affannarsi per provare a diventare un «bravo svizzero». Le procedure per ottenere la cittadinanza, come si sa, sono tra le più rigide al mondo e così molti si limitano a fare i frontalieri in un paese incastonato tra le montagne che è tutto un confine: tra cantoni e stati europei, tra comunità linguistiche e religiose. Yari Bernasconi, poeta e giornalista, ci porta in tre crocevia simbolo: Ginevra, Basilea e Chiasso. A proposito di diversità linguistiche e culturali non poteva mancare un contributo in romancio, è quello di Leo Tuor che racconta le montagne tra i Grigioni e il Ticino con gli occhi di chi le vive da vicino: pastori e cacciatori. Oltre alle quattro lingue ufficiali ce n'è una quinta che in realtà è la più parlata di tutte - un altro segreto, ma questa volta di Pulcinella - il dialetto svizzero tedesco. Glorificato come «lingua del cuore», secondo Irena Bre?ná, scrittrice senza peli sulla lingua - è il caso di dirlo - ha invece un retrogusto sovranista e provinciale che tende a escludere chi non lo mastica. La Svizzera è primatista europea nell'accoglienza di turisti che affrontano un viaggio di sola andata, quello per ricorrere al suicidio assistito, garantito dall'approccio laico e libertario dello stato, raccontato in prima persona da Daniel de Roulet, autore di un romanzo sul ricorso all'eutanasia da parte di sua madre. Infine, per comprendere la Confederazione elvetica, non possiamo non affrontare due capisaldi della sua identità: la democrazia diretta, spiegata dall'autorevole storico Georg Kreis, e l'esercito, sviscerato dal giornalista della Radio Svizzera Enrico Bianda.
Weitere Infos & Material
Cartoline vintage in un negozio di Ginevra.
Mitologia del turismo
OLIVER SCHARPF
Da tutto il mondo i turisti si riversano in Svizzera in cerca di un idillio alpino di aria fresca, sole, chalet di legno e prati fioriti, di un luogo in cui la vita è rimasta semplice e sana. È un richiamo potente, che ha il personaggio di Heidi come ambasciatrice globale. Ma è solo uno dei miti che hanno formato l’immagine del paese e con cui il paese si è promosso, sia dentro che fuori dai confini, come paradiso del turismo.
OLIVER SCHARPF — Scrittore, poeta e giornalista ticinese, ha ricevuto vari riconoscimenti tra cui il premio Montale per le poesie inedite, il premio Città dell’Aquila e il premio Fondazione Schiller. Nel 2010 esce , da cui è tratto questo articolo, un viaggio tra il serio e l’ironico. Tra i 28 miti descritti nel libro ne abbiamo selezionati quattro, che parlano della Svizzera come di un «Eden alpestre simulato perfettamente in mezzo all’Europa», miti che perpetuano «la rappresentazione continua di se stessa in un autoritratto impossibile».
Gli orologi a cucù, si sa, sono un falso mito svizzero già sfatato da tempo, ma a cui i turisti americani credono ancora. L’entrata definitiva dell’orologio a cucù nell’immaginario collettivo come icona svizzera è forse databile al 1949, anno di uscita del film di Carol Reed. La pellicola è famosa anche per la splendida battuta del personaggio di Harry Lime, interpretato da Orson Welles: «In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassini, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.» La sceneggiatura del film l’ha scritta un certo Graham Greene, ma questa battuta, come altri spunti, è opera di Orson Welles, perciò il mito degli orologi a cucù è riconducibile a lui. Ed è il preludio ideale alla nostra riflessione sui miti svizzeri.
Se l’orologio a cucù è un mito svizzero che non esiste perché nasce in Germania nel 1738, nella regione della Foresta Nera, ne contiene però due veri: i famosi orologi e lo chalet, uniti dalla specialità tipica svizzera della miniaturizzazione. Perciò è difficile non credere che gli orologi a cucù nei negozi per turisti non siano il souvenir perfetto della Svizzera da farsi mandare in America. Un’estate di fine Novecento, infatti, ho lavorato nel piccolo negozio di mia zia in via Nassa a Lugano, e se i coltellini svizzeri erano gli articoli più venduti a ogni genere di cliente, gli orologi a cucù li prendevano solo gli americani, facendoseli spesso spedire. Comunque, se allora il cucù è un’invenzione tedesca, il cucù come souvenir potrebbe essere invece il contributo svizzero agli orologi a cucù.
E se il souvenir nasce a Parigi nel 1878 con la della Torre Eiffel, la nostalgia stessa è stata inventata in Svizzera. La parola «nostalgia» appare per la prima volta all’università di Basilea il 22 giugno del 1688, nel titolo della dissertazione del medico svizzero Johannes Hofer: . Nostalgia è un neologismo coniato combinando il greco (ritorno in patria o a casa) con (dolore). Perciò, come dice lo stesso Hofer, è il «dolore che nasce dalla perduta dolcezza della patria». La nostalgia traduce il famoso elvetismo poi entrato nel tedesco corrente di : più o meno il «dolore» o «mal di casa», , , diventando ufficialmente una malattia conosciuta anche come o . Se Hofer riteneva che l’origine della nostalgia fosse nel cervello, nel 1716 Johann Jakob Scheuchzer sviluppa una teoria secondo la quale la causa sarebbe nell’effetto della pressione atmosferica, che nei paesi in pianura è più elevata rispetto a quelli delle Alpi, ostacolando così la circolazione sanguigna degli svizzeri all’estero. Albrecht von Haller, un po’ il padre della cosiddetta «scoperta» delle Alpi, verso il 1774 sostiene che la nostalgia può portare alla morte. Va detto che dal Settecento a oggi la nostalgia è entrata nella categoria dei sentimenti con un significato più ampio; mentre la nostalgia con l’accezione originaria combacia alla perfezione con il della trama di , la prima delle nostre tappe.
«Cinquanta milioni di copie vendute, terzo libro più tradotto di tutti i tempi dopo Bibbia e Corano. Un’intera regione turistica che prende il suo nome per pubblicizzarne il paesaggio.»
HEIDI
Nel 1880 lungo un sentiero sopra il villaggio di Maienfeld si può incontrare per la prima volta Heidi, una bambina di circa cinque anni tenuta per mano dalla zia, nelle prime righe di un libro intitolato proprio , scritto da Johanna Spyri. Heidi, diminutivo di Adelheid, è oggi un mito svizzero che supera Guglielmo Tell. Cinquanta milioni di copie vendute, tradotto in cinquanta lingue; terzo libro più tradotto di tutti i tempi dopo Bibbia e Corano. Un’intera regione turistica che prende il suo nome per pubblicizzare il paesaggio. Più di cento souvenir che hanno come soggetto la piccola svizzera dal cuore d’oro, mito della montagna al pari del Cervino.
Ma prima di tutto, come diceva Alfred Hitchcock: meglio cominciare con una banalità che finire con una banalità. Perciò, brevemente, la storia: l’orfanella Heidi viene affidata al burbero nonno dal passato burrascoso che vive come un eremita in una baita facendo il formaggio. La zia ha trovato un lavoro come cameriera in una famiglia di Francoforte e non vuole più avere la bambina tra i piedi. Heidi e il nonno, conosciuto anche come il «vecchio dell’Alpe», vanno subito d’amore e d’accordo e per Heidi inizia una vita semplice e felice tra i pascoli. Diviene presto amica di Peter, l’undicenne pastorello che si occupa delle caprette del nonno. Heidi conosce anche la nonna cieca di Peter che non esce mai dalla capanna e che si affeziona molto alla piccola. Nonno, Peter, nonna cieca, tutti vengono rallegrati dal buonumore e dall’altruismo di Heidi. Dopo due anni quest’idillio alpino viene però interrotto dalla visita della zia che trascina Heidi a Francoforte. Heidi deve fare la dama di compagnia a Clara, una bambina tredicenne malaticcia, sola e in sedia a rotelle, ricevendo al contempo un’istruzione. Heidi e Clara diventano subito grandi amiche e anche il signor Sesemann, il padre di Clara spesso assente, come pure la nonna di Clara che viene ogni tanto in visita, subiscono il fascino della genuinità e spontaneità di Heidi. Eppure, nonostante a Francoforte tutti le vogliano bene, a parte l’insopportabile governante Rottenmeier, la nostalgia di Heidi per i suoi monti è troppo forte. Heidi in città s’intristisce e deperisce, ma per non dare un dispiacere a Clara si sforza di rimanere. L’unica cura per la piccola Heidi, afferma il dottore di Clara e amico del signor Sesemann, è quella di ritornare a casa in montagna. Heidi corre così tra le braccia del nonno una sera d’estate. L’anno dopo, Clara va a trovarla e, bevendo latte di capra e conducendo una vita all’aria aperta in montagna, miracolosamente guarisce.
«Questa storia va ben al di là del solito lieto fine; è tutto un lieto fine diluito per l’intera seconda parte del libro.»
Questa storia va ben al di là del solito lieto fine; è tutto un lieto fine diluito per l’intera seconda parte del libro, vale a dire da quando Heidi torna a casa sui monti e mette in pratica quello che ha imparato. Ecco che incomincia così una gara a oltranza di buonismo; questa fatina buona senza poteri magici trasforma la realtà con piccoli gesti, e tutti ne sono contagiati. Anche se non siamo in un romanzo di Dostoevskij, non abbiamo comunque il tempo di fare un’analisi dei personaggi né di entrare nei dettagli della trama, sottotrame, eccetera. Va almeno detto che oltre ai buoni sentimenti e un po’ di religione spicciola, è il paesaggio alpino sponsorizzato a ogni pagina da Spyri a essere protagonista e non solo della storia.
Heidi e le montagne incantate conducono dunque i destini dei personaggi di questa soap opera alpestre di fine Ottocento verso il lieto fine, immersi nell’aria pura delle Alpi. Una specie di catarsi collettiva, resa possibile solo nelle Alpi taumaturgiche. Quasi un Eden ritrovato in contrapposizione alla città paralizzata nell’infelicità. Un classico «ritorno alla natura» in stile Rousseau.
A ogni modo il personaggio e la storia di Heidi sfuggono ben presto dalle pagine del libro per creare un universo a sé, rappresentato per la prima volta al cinema in un film muto americano del 1920. Ma è la pellicola del 1937, con la bambina prodigio Shirley Temple, a trasformare la svizzerotta ottimista in una star. Heidi approda a Hollywood: boccoli biondi al posto dei capelli neri del testo di Spyri, il nonno stile Babbo Natale della Coca...




