The Passenger - Spazio | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 311 Seiten

Reihe: The Passenger

The Passenger - Spazio


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-958-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 311 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-958-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Sessant'anni fa, il 12 aprile 1961, Jurij Gagarin volò in orbita dando inizio all'era spaziale. Ma dopo i primi successi sovietici e quelli delle missioni Apollo, la corsa allo spazio si fermò. Tra il 1969 e il 1972 dodici uomini (nessuna donna) camminarono sulla Luna. Poi, più nessuno. Dall'inizio di questo secolo l'esplorazione e lo sfruttamento dello spazio hanno subito un'accelerazione paragonabile a quella degli anni Sessanta, ma con modi e motivi del tutto diversi: adesso sono le aziende private a suonare la carica. È per raccontare questa nuova corsa allo spazio, in cui ambizioni diverse - scientifiche, tecnologiche, economiche, politiche, millenaristiche - fanno da combustibile per i razzi, che The Passenger viaggia più lontano che mai. I corvi di Odino, Huginn e Muninn si trasformano in sonde spaziali e rover su pianeti distanti, per riferirci cosa sta succedendo sopra le nostre teste, uno dei più grandi cambiamenti in atto nel - e fuori dal - mondo contemporaneo. Si parte con Jo Marchant, scrittrice e giornalista scientifica inglese, che racconta qualcosa a cui non capita tutti i giorni di assistere: la nascita di una nuova scienza, l'astrobiologia, che raccoglie discipline diverse - dallo studio di esseri viventi «estremofili» alla ricerca di pianeti fuori dal sistema solare - per indagare l'origine e l'evoluzione della vita nell'universo. La ricerca di vita intelligente, invece, è ormai un affare cinese, come racconta Ross Andersen, vicedirettore di The Atlantic, in visita al più grande radiotelescopio del mondo, costruito nelle spettacolari montagne carsiche della Cina sudorientale con l'esplicito scopo di captare onde radio di civiltà aliene. La Cina è anche all'avanguardia nell'esplorazione della Luna, ma non è da sola: l'autrice canadese-statunitense Rivka Galchen ci guida alla scoperta di tutti quelli - paesi o aziende - che vogliono in qualche modo sfruttare il nostro satellite. Lo scrittore olandese Frank Westerman ci riporta alla corsa allo spazio originale, quella tra Stati Uniti e Russia, che ha vissuto di prima mano nel glorioso cosmodromo di Bajkonur in Kazakistan quando le vecchie rivali hanno cominciato a collaborare al più ambizioso (e costoso) progetto comune, la costruzione della Stazione spaziale internazionale: lo spazio, spiega Westerman, è dove l'umanità proietta il meglio di sé, l'immagine che vorrebbe dare all'universo, come quella incisa sul disco d'oro a bordo delle sonde Voyager, in rotta per lo spazio interstellare. Del rapporto dell'uomo con lo spazio parla anche lo scrittore e attivista ambientale islandese Andri Snær Magnason che riflette su come siamo ormai distaccati dalla natura che ci circonda, con conseguenze tragiche, e abbiamo disimparato a guardare un cielo stellato. Paolo Giordano ci porta invece sottoterra, nel grande laboratorio scavato nel Gran Sasso dove paradossalmente si studia lo spazio: solo con la protezione di chilometri di montagna abbiamo qualche speranza di captare i neutrini, le particelle più elusive dell'universo, con cui il sole ci bombarda in ogni secondo senza che ce ne accorgiamo. Un altro pezzo d'autore è quello della pluripremiata scrittrice americana Lauren Groff, che in gita alla Disneyland dello spazio, a Cape Canaveral, si chiede se facciamo bene a delegare il nostro futuro all'egotismo di un paio di miliardari presuntuosi. Infine, pubblichiamo l'inchiesta della giornalista australiana Elmo Keep sulla start up Mars one, che prometteva un biglietto di sola andata per Marte, una delle storie più eclatanti di questo nuovo mondo che è il «NewSpace» delle aziende private.

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È NATA UNA SCIENZA


JO MARCHANT

Traduzione di Massimo Gardella

Un meteorite che viene da Marte, un pianeta che non dovrebbe esistere, creature che sopravvivono in condizioni estreme… Una serie di scoperte elettrizzanti quanto improbabili ha trasformato in pochi decenni uno dei grandi misteri dell’umanità in una vera e propria scienza, l’astrobiologia, che raccoglie discipline diverse per cercare di rispondere alla grande domanda: c’è qualcuno là fuori?

JO MARCHANT — Dottore di ricerca e specializzata in microbiologia, è una scrittrice e giornalista scientifica. Ha lavorato per le prestigiose riviste Nature e New Scientist e i suoi articoli sono apparsi su testate quali The New York Times, The Guardian e Smithsonian magazine. Le sue opere, tra cui il libro Cura te stesso (Mondadori, 2017), esplorano l’essere umano e il nostro universo, dalla scienza della connessione mente-corpo ai misteri delle civiltà del passato. Il suo ultimo saggio, The human cosmos, da cui è tratto questo articolo, è uscito nel Regno Unito e negli Stati Uniti nel 2020.

FRANCESCO MERLINI — Fotografo italiano, lavora su progetti personali a lungo termine, editoriali e reportage. Le sue foto sono state pubblicate su riviste e quotidiani nazionali e internazionali e i suoi progetti sono stati esposti in tutto il mondo in mostre collettive e personali. Nel 2020 è stato nominato per il Prix Hsbc pour la photographie.

«The last shuttle. The end of an era» è un progetto evocativo realizzato in una valle delle Alpi italiane: attingendo al realismo magico, Merlini vi ha ambientato una riflessione sul rapporto tra luoghi, ricordi ed elaborazione del lutto familiare, creando un percorso visuale in cui elementi tipici del panorama montano acquisiscono significati nuovi e diventano archetipi della memoria.

Il 27 dicembre del 1984 era una calda giornata d’estate sui campi di ghiaccio dell’Antartide orientale, nella Terra della regina Vittoria. Persino il vento, di solito pungente, dava un po’ di tregua e la temperatura era salita fino a venti gradi sotto zero. Ai piedi dei monti Transantartici il ghiaccio forma una vasta pianura che luccica al sole con una sfumatura bluastra. La geologa Roberta Score e i suoi colleghi trascorsero la mattinata pattugliando l’area sulle loro motoslitte, passandola al setaccio in formazione, a distanza di trenta metri l’uno dall’altro. Era una routine monotona che rischiava di annebbiare occhi e cervello, così subito prima di pranzo, il team leader John Schutt annunciò una pausa e il gruppo si radunò nei pressi di una vicina scarpata, circondata da guglie di ghiaccio scavate dal vento che somigliavano a giganti onde congelate.

Dopo avere ammirato la vista dalla cima del crinale, i geologi tornarono nella zona delle ricerche, attenti a evitare i crepacci e i cumuli di neve spazzati dal vento. Fu in quel momento che Score la vide: una macchia verde scuro sullo sfondo azzurro abbagliante. Fermò la motoslitta e agitò le braccia per richiamare gli altri. Qui, in questa distesa di ghiaccio antica e intonsa, c’era ciò che stavano cercando: un messaggero dalle profondità dello spazio.

Fin dalla sua formazione, la Terra è sempre stata bersagliata da detriti cosmici. Ogni anno si calcola che sul nostro pianeta, oltre a decine di migliaia di tonnellate di polvere, precipitino anche migliaia di sassolini e rocce più grandi, soprattutto frammenti di antichi asteroidi che sgomitano e si scontrano tra loro in una fascia tra Marte e Giove. Solo una frazione trascurabile degli impatti con la superficie del nostro pianeta viene osservata direttamente, e la maggior parte dei detriti si perde nelle foreste o negli oceani, oppure finisce sbriciolata in polvere. Ma in alcune regioni remote, come sui campi di ghiaccio dell’Antartide, questi visitatori possono conservarsi per millenni. Negli anni Settanta la Nasa, l’agenzia spaziale americana, organizzò una missione per trovarli. Nel 1978, Score rispose a un’offerta di lavoro presso l’Antarctic meteorite laboratory al Johnson space center della Nasa a Houston, in Texas, e sei anni dopo fece il suo primo viaggio in Antartide.

Dopo tre giorni dall’inizio della missione, quando Roberta Score fece la sua scoperta, tra lei e gli altri cinque cacciatori di meteoriti della sua squadra avevano raccolto più di cento campioni. Ma si accorse subito che quel frammento era speciale. Era grande rispetto agli altri – più o meno come un pompelmo – e si stagliava nel suo verde acceso contro lo sfondo piatto e azzurro del ghiaccio. Tornata a Houston, il compito della Score fu di catalogare numericamente i reperti della squadra, usando il prefisso ALH84 (per il luogo del ritrovamento, le Allan Hills, e l’anno della spedizione). Voleva che la misteriosa roccia verde fosse esaminata per prima, perciò la inserì in cima alla lista. Ma dopo averla scartata dall’imballaggio rimase delusa dal suo aspetto banale, sembrava un comune blocco di cemento grigio. Forse il colore verde era stato un effetto delle lenti oscurate degli occhiali da neve, o magari uno scherzo della luce. ALH84001 fu in seguito catalogato come un anonimo frammento di asteroide e consegnato al deposito del laboratorio.

Dovettero passare dieci anni prima che il meteorite diventasse un fenomeno globale e il suo nome finisse sulla bocca di tutti, quando i ricercatori della Nasa si resero finalmente conto che si trattava di un frammento di Marte, più antico di qualsiasi roccia planetaria mai scoperta, e che conteneva un segreto così esplosivo che addirittura il presidente degli Stati Uniti ne parlò in un commosso discorso ufficiale. La scoperta suscitò una tempesta mediatica in tutto il mondo, fece nascere teorie complottiste e trame da fantascienza, convinse la Nasa a cambiare rotta e fondò una nuova branca della scienza: l’astrobiologia, lo studio della vita extraterrestre. Ancora oggi gli scienziati non sono d’accordo su cosa ci sia esattamente nel frammento scoperto da Score quel giorno d’estate antartica. Ma la nostra comprensione della vita – sulla Terra e nel vasto cosmo – è cambiata per sempre.

*

Siamo soli nell’universo? È una delle grandi domande che l’umanità si è sempre posta, apparentemente semplice ma le cui due risposte possibili – che siamo l’unica scintilla di vita nella desolata eternità dell’esistenza, oppure che siamo soltanto un germoglio in una trama cosmica brulicante di vita – sono di portata quasi troppo epica per essere comprese. Inoltre, l’interrogativo solleva altre questioni, su chi siamo e quale sia il significato della nostra esistenza: Che cos’è la vita? L’umanità è speciale? E perché siamo qui?

Le risposte a queste domande si sono susseguite in un senso o nell’altro nel corso della storia, al passo con le dottrine filosofiche e religiose. Le antiche civiltà vedevano nel cielo divinità, spiriti e anime. Ma anche l’idea di alieni che vivono su altri pianeti o sistemi solari risale a tempi sorprendentemente antichi, almeno alla Grecia classica. I seguaci della filosofia atomistica, che credevano che la realtà fosse composta da minuscole particelle indivisibili, sostenevano che l’universo contenesse un numero infinito di atomi, e perciò infiniti mondi. Nelle cosmologie di Platone e Aristotele, invece, che a lungo dominarono il pensiero occidentale, non c’era spazio per altri mondi o vita aliena. Per Platone, un unico creatore implicava un’unica creazione; Aristotele insisteva che tutti gli elementi trovassero la loro naturale collocazione intorno a un unico centro, la Terra. La loro dottrina geocentrica fu poi imposta per legge dalla Chiesa e per secoli, almeno in Occidente, fu persino proibito avanzare teorie sull’esistenza della vita altrove. Fu la progressiva affermazione dell’astronomia moderna a riaprire le porte a quell’idea. Quando Copernico presentò il suo modello eliocentrico del sistema solare, come dice lo storico della scienza Michael Crowe, «trasformò la nostra Terra in un pianeta e le stelle in altri soli». Se il nostro era solo un sistema solare tra tanti, perché non avrebbe dovuto esserci vita anche sugli altri?

I CANALI DI MARTE

La prima grande «febbre marziana», che si diffuse a fine XIX secolo, fu in parte causata da un errore di traduzione. Tutto iniziò a Milano, dove il direttore dell’osservatorio di Brera, Giovanni Schiaparelli, puntò un nuovissimo telescopio su Marte e si accorse di poter distinguere dettagli sulla superficie del pianeta: dei solchi scuri e rettilinei che chiamò «canali» e che riprodusse pazientemente in una serie di mappe. La scoperta fece il giro del mondo, ma con la parola «canali» tradotta in inglese come «canals», invece che «channels», presupponendo un’origine artificiale e dando vita all’ipotesi che fossero opera di esseri intelligenti (ipotesi che Schiaparelli stesso non si sentiva di escludere, ma neanche di confermare). Fu in particolare l’americano Percival Lowell a sostenere l’idea, ipotizzando che Marte fosse un pianeta morente la cui civiltà cercava, proprio con la costruzione di ciclopici canali, di impedirne l’inaridimento. La Marte-mania catturò l’opinione pubblica (tra gli altri, Nikola Tesla affermò di aver captato comunicazioni...



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