E-Book, Italienisch, 296 Seiten
Reihe: The Passenger
The Passenger - Sicilia
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-793-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 296 Seiten
Reihe: The Passenger
ISBN: 978-88-7091-793-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Guardando una cartina, un'isola ci dà l'illusione di essere un piccolo mondo a sé. Con i suoi confini ben delineati sembra contenere una società impermeabile al passare del tempo e delle stagioni, più immediata da decifrare perché al riparo dalla mutevole complessità del mondo. Ma si tratta di una mistificazione, a maggior ragione se - come la Sicilia -vive al riparo di uno degli immaginari più prepotenti e inscalfibili che un luogo tanto piccolo sia mai riuscito a creare. Dietro l'isola «costruita e ricostruita dai libri, dai film, dai quadri, dalla fotografia in bianco e nero» oggi ce n'è una nuova, nascosta, ma non per questo meno reale. Quella urbana e metropolitana, quella degli sbarchi, quella del vino e della frutta tropicale. Una Sicilia a volte invisibile come i veleni che il secondo polo petrolchimico d'Europa scarica nel mare e nell'aria. Come i migranti in arrivo a Lampedusa, tenuti a distanza dalle traiettorie dei turisti e dei locali. Come i flussi di popolazione in uscita che le danno il triste primato tra le regioni italiane per emigrazione. Un luogo dove gli estremi convivono, come i quartieri del centro a Palermo, dove vibra la capitale della cultura e vegeta la città invisibile del crack. La Sicilia dove i cambiamenti climatici trasformano il paesaggio agricolo sempre più a rischio di allagamenti e desertificazione, e qualcuno ne approfitta per sostituire la vite con il caffè e l'avocado. Lungi dal provare a spiegarla, le pagine che seguono raccolgono cartoline da questa nuova Sicilia. Sono immagini sfuocate, perché il soggetto è in grande movimento. Perché anche la Sicilia si muove e, sì, cambia.
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Non esiste più la Sicilia di una volta
È tempo di aggiornare la nostra immagine della Sicilia, troppo spesso dipinta come un luogo di leggi e codici immutabili. Dimentichiamoci i gattopardi e le coppole per entrare in una nuova era di vini raffinati, street food modaioli e libri da classifica.
GAETANO SAVATTERI
GAETANO SAVATTERI — Giornalista e scrittore, ha iniziato la sua carriera nel , per poi trasferirsi a Roma e collaborare con Tg3 e Tg5. È autore di saggi e inchieste su Cosa nostra. Ha scritto numerosi libri, tra cui (Sellerio, 2000), (Sellerio, 2008), (Laterza, 2017). Dalle sue opere con protagonista il giornalista e investigatore Saverio Lamanna è stata tratta la serie tv . Nel 2022 ha curato, sempre per Sellerio, il volume .
Chi programma un weekend a Milano, magari nei giorni della settimana della moda o in quelli del Fuorisalone, non corre a leggere per prima cosa , al massimo scarica l’app dell’Atm, azienda dei trasporti milanesi. Nessuno rilegge la per orientarsi nel paesaggio sociale di Firenze. E la Roma attuale è più aderente al di Giancarlo De Cataldo o alla di Paolo Sorrentino piuttosto che ai versi di Giuseppe Gioachino Belli, di Trilussa e perfino alla di Federico Fellini. Com’è possibile che altre città e regioni d’Italia riescano a trovare la loro narrazione contemporanea, mentre la Sicilia – malgrado gli sforzi di raccontarla – resta sempre ancorata a un armamentario di suggestioni appartenenti al passato?
Chi progetta una vacanza in Sicilia, infatti, è portato a pensare che possa penetrare in questa realtà leggendo o rileggendo o rivedendo il film monumentale di Luchino Visconti. E spesso chi arriva in Sicilia cerca la prova dell’esistenza in vita di un barone, di un principe o di un gattopardo, con gli occhi ancora pieni delle immagini del serial o del romanzo . Ma trovare oggi qualcuno che ragioni e pensi come il principe di Salina significa voler credere che la rappresentazione folclorica della Sicilia corrisponda alla realtà. Per fare un corrispettivo: è come credere di incontrare un vero centurione romano solo perché davanti al Colosseo c’è qualcuno in costume che si fa fotografare dai turisti. Nel centro di Roma non ci sono più centurioni e in Sicilia non ci sono più gattopardi. Il principe di Salina è morto, pure Tancredi Falconeri è morto e anche Angelica Sedara è finita all’altro mondo: è una spiacevole realtà, ma è così. Solo i loro personaggi sopravvivono per sempre.
Per questo non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia, di Guttuso. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezzuomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà. E sono stanco di , prima e seconda parte, di , di , di marescialli sudati e baroni in lino bianco. Sono stufo di pale di fichidindia a colori accesi e quarti di manzo appesi alla Vucciria. Non ne posso più della Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo a ogni suo ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita e ricostruita dai libri, dai film, dai quadri, dalla fotografia in bianco e nero.
La memoria è tutto, dice chi è più saggio di me. È vero, la memoria è tutto. Ma non si può vivere di memoria. Solo di memoria. I grandi autori siciliani hanno decrittato l’isola, ne hanno fatto metafora, emblema, paradigma. Ma Verga è morto nel 1922, Pirandello nel 1936, Tomasi di Lampedusa nel 1957 e Sciascia nel 1989. Hanno lasciato pagine indispensabili per chi si avvicina alla Sicilia, per chi ci vive e perfino per chi se ne è andato. Di più: hanno lasciato pagine essenziali per tutte le donne e gli uomini che credono nelle parole scritte nei libri. Ma non è vero che la Sicilia è ancora quella di Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa e Sciascia. Questo è un inganno.
L’inganno di chi vuol far credere, leggendo a proprio uso , che tutto cambia perché tutto resti com’è. La Sicilia è cambiata, e molto. Ha ragione lo storico Salvatore Lupo: nel suo libro (Donzelli, 2015) spiega che è sbagliato condannare la Sicilia e il Sud «all’immobilità delle sue pietre o tutt’al più a muoversi verso una maggiore disgregazione». Questo, dice lo storico, è stato il mainstream imperante per molto tempo nel racconto del Sud. Ma, si chiede lo studioso, possiamo ancora spiegare il Mezzogiorno usando le lenti di grandi studiosi del passato come Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini o i libri di Rosario Villari e Massimo Salvadori, scritti mezzo secolo fa?
Se la storiografia si aggiorna, passando per revisioni e revisionismi, riflettendo su se stessa e rimettendosi in discussione, non si capisce allora perché l’immagine della Sicilia debba invece restare inchiodata a grandi intuizioni di scrittori, artisti, registi o fotografi di ieri. Naturalmente, chi racconta oggi la Sicilia non può prescindere dai grandi del Novecento che – prendendo a spunto la Sicilia – hanno cercato di illuminare l’umanità, consegnando agli scaffali delle lettere e del cinema libri e film mai del tutto regionali. Non esiste infatti una letteratura strettamente siciliana: esiste piuttosto una letteratura europea scritta in Sicilia o sulla Sicilia. Togliendo dalle mensole i testi di Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa e Sciascia (solo per citarne alcuni) si toglie un pezzo rilevante della migliore letteratura italiana.
La Sicilia ha una proiezione molto più vasta di sé. Ci sono luoghi in Italia che hanno un’immagine più ampia di ciò che realmente sono. Nella lingua del marketing si direbbe che hanno un brand molto forte, cioè un marchio di fabbrica conosciuto e rinomato (come, per intenderci, la Ferrari o la Coca-cola). Questa reputazione ce l’hanno in Italia diversi luoghi: Venezia, Firenze, Milano, Napoli, Roma. E la Sicilia.
Il marchio di fabbrica si costruisce nel tempo, attraverso la letteratura, il cinema, il giornalismo, l’arte, la storia. E cambia anche questo nel tempo. Prendiamo Palermo: fino al 1992, anno delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, acme dell’attacco di Cosa nostra allo stato, la città era considerata la «capitale della mafia» (definizione rilanciata più o meno nel 1987 dal sindaco di allora Leoluca Orlando, tra molte polemiche). Il numero di morti ammazzati, la durata del potere mafioso, le sue infiltrazioni sociali e politiche, la lunga permanenza di guerre e mattanze criminali, il prestigio tenebroso di Cosa nostra, le decennali latitanze dei boss avevano disegnato il profilo più rilevante della città nella percezione interna ed esterna. Capitale della mafia.
A Palermo e nel resto della Sicilia, non meno insanguinata, si combatteva una guerra tra i buoni e i cattivi, tra lo stato e l’antistato – magari con accordi sotterranei e nascosti tra le due parti ufficialmente in armi, come spesso avviene nelle guerre. Sotto il piombo dei killer mafiosi che stavano massacrando «i giusti» (magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, medici, cittadini inermi) era possibile produrre immaginario – cioè letteratura, film, foto – che non avesse al centro quella guerra? Dalla Sicilia poteva arrivare solo una narrazione militante: articoli, reportage, inchieste, studi, analisi non potevano che occuparsi di quello scontro. In ballo c’era la saldezza democratica di una regione, dell’Italia intera. Era giusto così, probabilmente.
Fino al 1992 – usiamo questa data per comodità, perché le cose non succedono mai da un anno all’altro, con un taglio netto – la Sicilia produceva un racconto di se stessa con l’elmetto. Giornalisti, scrittori, cineasti sia siciliani che arruolati in Sicilia dovevano essere (almeno in teoria), reclutati nel fronte dei buoni contro i cattivi. In ogni caso, sinceri o in malafede che fossero, potevano descrivere solo ciò che stava succedendo. Certo, a Palermo non si moriva solo di mafia. C’erano gli incidenti sul lavoro, gli omicidi passionali, le risse, i delitti del vicinato. Ma non affioravano. Restavano confinati nelle pagine interne delle cronache locali.
L’omicidio a Palermo o era mafioso o non era. E gli omicidi non mancavano. 98 a Palermo e provincia nel 1981, 150 nel 1982, 113 nel 1983 e così via. I cronisti di nera aggiornavano di continuo il calendario, un lungo elenco appeso alle loro spalle con i nomi, la data e il luogo di ogni morto ammazzato.
Cosa poteva esserci di più? Niente. Eppure, c’erano sempre il cibo, il sesso, la musica, l’amore. Anche nell’imperversare della mattanza, nell’infuriare delle «ammazzatine», c’era gente che comprava i...




