The passenger - Palestina | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 309 Seiten

Reihe: The Passenger

The passenger - Palestina


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-843-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 309 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-843-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Unisci i puntini per riconoscere il mostro» suggerisce Amira Hass, giornalista israeliana trapiantata in Cisgiordania, in una lucidissima analisi dell'occupazione delle terre palestinesi conquistate da Israele nel 1967. Se la frammentazione dello spazio fisico con muri, strade, insediamenti e posti di blocco e? parte integrante della strategia usata dallo stato occupante per tenere la Palestina sotto il proprio controllo, e? attraverso l'accumulo e la giustapposizione di storie individuali e collettive che la sofferenza e i danni inflitti vengono fuori in tutta la loro entita?. I puntini da unire in questo volume sono cronache di vite palestinesi: a Ramallah, a Gaza, a Gerusalemme, a Jenin, a Hebron, in Israele, nella diaspora. Raccontano modi diversi di vivere l'occupazione e di resisterle: c'e? chi, ritrovandosi coloni israeliani nella propria casa, la sente sulla propria pelle ogni giorno e chi, costretto all'esilio, ne perpetua il ricordo nella memoria e nella letteratura. Ci sono le donne che alle pene dell'occupazione devono aggiungere quelle di una societa? conservatrice e ultrapatriarcale. C'e? una generazione che ha conosciuto la speranza di una possibile soluzione del conflitto, e un'altra - gli oltre due terzi della popolazione palestinese che ha meno di trent'anni - che alla firma degli Accordi di Oslo nel 1993 non era ancora nata e per tutta la vita ha conosciuto solo l'occupazione e il soffocante governo sempre piu? autoritario (e sempre meno efficace) dell'Autorita? nazionale palestinese, per non parlare di quello di Hamas a Gaza. C'e? chi si e? rassegnato, chi e? fuggito e chi, per scelta o necessita?, e? rimasto e resiste. E se l'occupazione israeliana e? il contesto obbligato, la ricchezza dell'esperienza umana e l'individualita? delle voci e delle situazioni che animano questo paese frammentato rappresentano il tratto che unisce i puntini: disegnando si? un mostro, ma in negativo, mettendo cioe? in risalto il coraggio di chi resiste, la capacita? di reagire quotidianamente al trauma individuale e collettivo, la pazienza, la forza e l'ostinazione che essere palestinesi comporta.

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In cammino verso Gerico


RAJA SHEHADEH


Come molti palestinesi, Raja Shehadeh amava camminare tra le colline intorno a Ramallah, ma l’espansione degli insediamenti israeliani e delle strade che li collegano ha limitato drasticamente il suo raggio d’azione, come ha raccontato in .

RAJA SHEHADEH — Scrittore, avvocato e attivista per i diritti umani, è uno dei più importanti intellettuali palestinesi contemporanei. Il suo libro (Edt, 2010), di cui riproponiamo qui un capitolo, con una nuova introduzione inedita dell’autore, ha vinto il premio Orwell, il più importante riconoscimento britannico per opere a tema politico. In Italia sono stati pubblicati inoltre (Einaudi, 2019) e i (Castelvecchi, 2021), mentre il suo ultimo libro uscito in inglese è (Profile, 2022). Vive a Ramallah, dove ha fondato l’organizzazione palestinese per i diritti umani al-Haq.

AHMAD AL-BAZZ — Giornalista, fotografo e documentarista, residente in Palestina e specializzato nella questione israelo-palestinese. Fa parte del collettivo di fotografi Activestills, che opera in Palestina dal 2005.

Nel libro ho raccontato sette (il plurale della parola ) compiute nell’arco di vent’anni. Ho scritto che chi intraprende una sarha «girovaga liberamente, a piacimento, […] vaga senza meta, senza limiti di tempo né di spazio, va dove il proprio spirito lo conduce, per nutrire l’anima e ritrovare freschezza […] Partire per una sarha significa lasciarsi andare. È una cosa tutta palestinese, uno sballo senza droghe». Da allora sono trascorsi molti anni, e sulla maggior parte delle colline palestinesi è diventato impossibile dedicarsi alle sarhat per via del continuo aumento degli avamposti e degli insediamenti israeliani, ormai più di 419, e dei reiterati atti di violenza compiuti dai coloni ai danni dei palestinesi che vivono in quelle aree o camminano tra le alture. Durante le mie passeggiate sulle colline, mentre scrivevo quel libro, mi rendevo conto che il cambiamento era imminente ed esprimevo l’intenzione di «preservare almeno con le parole quello che stava velocemente scomparendo».

Assistere alla distruzione di un territorio che si ama è un’esperienza comune a chiunque viva nelle molte parti di mondo che si stanno via via urbanizzando. Ma in Palestina è diverso. Qui è in atto un processo di colonizzazione, con il quale un gruppo religioso utilizza un ingente afflusso di capitali provenienti soprattutto dagli Stati Uniti per impadronirsi della terra di proprietà dei nativi palestinesi, al fine di edificarvi insediamenti e infrastrutture sempre più estesi a uso esclusivo e a tutto vantaggio dei cittadini israeliani.

La pianificazione di questo processo e le condizioni che lo hanno reso possibile hanno visto la luce ben prima degli Accordi di Oslo del 1993-95 tra Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ma il documento di sostanziale capitolazione che ne è scaturito non ha fatto che esacerbarle. Per venire a tempi più recenti, l’insediamento del governo di destra in Israele nel dicembre 2022 ha portato a una notevole accelerazione di quello stesso processo. Il razzismo contro i palestinesi e gli appelli per costringerli a lasciare le loro terre si sono fatti ancora più spudorati e frequenti, al punto che il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha invocato apertamente la cancellazione della cittadina di Huwara, non lontano da Nablus.

Come era prevedibile, gli Accordi di Oslo si sono rivelati disastrosi, perché hanno portato alla suddivisione della Cisgiordania in tre zone distinte: l’Area A, costituita dal 17 per cento del territorio e sotto il controllo pressoché totale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), a sua volta istituita in base agli accordi stessi; l’Area B, il cui controllo è condiviso da israeliani e palestinesi, e infine l’Area C, che comprende oltre il sessanta per cento del territorio ed è interamente controllata dagli israeliani. Stando agli accordi, a un certo punto Israele avrebbe dovuto ritirarsi dall’Area C, ma non ha mai rispettato questo punto. Al contrario, ha sfruttato il controllo sul territorio per creare ulteriori insediamenti e suscitare nei propri cittadini la percezione che questa area appartenga allo stato di Israele e in futuro verrà annessa. Tutto ciò ha spinto altri israeliani a trasferirvisi, e in tal modo i coloni sono quadruplicati. Il Wadi Qilt, la gola lungo la quale cammino nel testo che segue, si trova proprio nell’Area C. Lo stato di Israele ha trasformato questo territorio in una riserva naturale e l’accesso alla passeggiata attraversa l’insediamento di Mitzpe Gerico.

Il processo di insediamento non è certo iniziato con Oslo né con il governo di destra, ma da quando in Israele i partiti dei coloni sono al potere l’atteggiamento è diventato spavaldo e apertamente razzista, perciò sempre più spesso si sente il ritornello secondo cui «non vogliamo palestinesi sulla terra che ci è stata data da Dio». Sono ormai quasi quotidiani gli atti di violenza perpetrati dai coloni ai danni di agricoltori, pastori e raccoglitori di olive allo scopo di spaventarli e costringerli ad andarsene. È indubbio che le peggiori aggressioni di stampo razzista vengono perpetrate dai più estremisti tra i coloni, ma è altrettanto vero che le basi del piano di colonizzazione sono state gettate ben prima dell’avvento del governo di destra e che buona parte dei cittadini lo ha sempre appoggiato. Se si eccettuano quegli israeliani che intravedevano l’esito pericoloso a cui quel progetto di occupazione territoriale stava portando il paese, e che quindi si sono battuti per impedirlo, gran parte di Israele lo ha invece sostenuto, compresa la magistratura che ha sempre deliberato a favore degli insediamenti. Tra i giudici della Corte suprema siedono adesso dei coloni.

Un po’ di tempo fa, durante una delle mie passeggiate, mi si è avvicinato un colono e mi ha chiesto da dove venissi. Quando gli ho rivolto la stessa domanda, la sua risposta rivelatrice è stata: «Diversamente da te, io qui ci vivo davvero», lasciando intendere che la mia presenza su questo territorio fosse per contro transitoria, destinata a concludersi nel momento in cui lo stato di Israele fosse riuscito a cacciare dalla Palestina tutti noi palestinesi.

Nel frattempo l’Anp, invece di appoggiare la resistenza contro l’occupazione, aiuta le autorità militari israeliane a gestirla mediante il coordinamento con l’esercito in tema di sicurezza.

Recentemente, nei pressi del Wadi Fara ho assistito al seguente scambio di battute tra un colono e una mia amica, che stava facendo una passeggiata da quelle parti. Un escursionista israeliano, scambiandola per una sua concittadina, le ha chiesto come fosse il sentiero più in basso, da dove lei arrivava. Curiosa di vedere la sua reazione, gli ha risposto, come per metterlo in guardia: «Più giù ci sono dei palestinesi che stanno facendo una gita.» E lui ha ribattuto: «Non abbiamo paura di loro. Dovrebbero essere loro a temerci.»

A questo si è arrivati. Le colline tra cui i palestinesi erano liberi di fare una sarha per godere della singolare bellezza di questo territorio si sono trasformate in un’arena. Nella battaglia su chi riesce a spaventare l’altro per costringerlo ad andarsene Israele sta vincendo. E tuttavia, nel rivendicare l’intero territorio esclusivamente per sé, gli israeliani stanno distruggendo l’antica bellezza di questa terra fragile, dal momento che la riempiono di insediamenti sempre più ampi e molesti, con tutta la necessaria infrastruttura di reti stradali riservata ai coloni.

È un’esperienza strana, quella di vivere in un luogo che sta scomparendo. Le colline, i wadi e le scarpate vengono ribattezzati con nomi ebraici, si abbattono ulivi ultracentenari (cinquecento solo nei primi cinque mesi del 2023) e i palestinesi vengono confinati in piccole aree circondate su ogni lato da insediamenti israeliani, in cui sono come soffocati e senza potersi espandere al di là del territorio assegnato, praticamente obbligati a vivere in ghetti.

I razzisti e gli estremisti che mentre scrivo sono al governo in Israele e controllano dunque l’amministrazione civile, che a sua volta presiede la Cisgiordania ed è autorizzata a dare ordini all’esercito, non si fermeranno finché non avranno distrutto la nostra terra e ridisegnato la carta geografica, con gli insediamenti a dominare il territorio e le strade a tagliare in due le colline, Gerusalemme Est circondata da ogni parte da insediamenti israeliani e separata dal resto della Cisgiordania. Con la presenza palestinese confinata in ghetti opprimenti, il piano di colonizzazione dei territori occupati nel 1967 verrebbe infine portato a...



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