The passenger - Oceano | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 301 Seiten

Reihe: The Passenger

The passenger - Oceano


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-900-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 301 Seiten

Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-900-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il singolare è d'obbligo: Oceano, unico grande mare che ricopre oltre il settanta per cento del pianeta. «Bisognerebbe chiamare la Terra Oceano, perché tutte le masse terrestri sono isole» suggerisce l'icona dell'oceanografia Sylvia Earle. Questo invito a cambiare sistema cosmologico, a essere meno terracentrici, si accompagna alla necessità di una conversione etica che miri all'empatia e a una visione del mondo meno antropocentrica. Spesso parlando di allevamenti intensivi si dice che «se vedessimo come vivono e muoiono gli animali» non li consumeremmo più. È meno comune che questi ragionamenti vengano estesi agli abitanti dei mari, nemmeno ipoteticamente, perché ciò che è sotto la superficie e per di più a centinaia o migliaia di chilometri dalla terraferma è molto più difficile da vedere. Per questo è ancor più importante parlarne, in termini sia scientifici che narrativi, e invitare alla riflessione, come fanno i migliori divulgatori quando ci spiegano che la conoscenza scientifica, per esempio sugli effetti devastanti dello sterminio della fauna selvatica oceanica, c'è già, ma non è ancora stata interiorizzata. Manca l'empatia quindi, quella facoltà che a torto consideriamo solo umana, quando nei cetacei, come indica lo studio della loro biologia e dei loro comportamenti, potrebbe essere ancora più sviluppata. Rimediare a questa «cecità al mare» non significa solo interessarsi alla salute degli oceani, così fondamentale per il regolamento del nostro clima, ma includere nella narrazione - o portare a galla, l'acqua è il simbolo per eccellenza dell'inconscio - tante storie invisibili: dalle vite dei lavoratori offshore sulle piattaforme petrolifere, alla riservatissima industria del trasporto marittimo, fino ai pescatori di frodo, disposti a sfidare iceberg, tempeste e mesi di fughe dagli ambientalisti pur di non abbandonare il loro prezioso carico. Bisogna cambiare rotta, e se lo dice un capitano esperto come Giovanni Soldini, non possiamo che seguirlo.

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Un pescatore alle Seychelles. (Credit: The ocean agency/Ocean image bank)

Un’educazione oceanica


KERSTIN FORSBERG

La biologa marina Kerstin Forsberg a colloquio con «Sua profondità» Sylvia Earle, l’oceanografa più famosa del mondo, pioniera e icona dell’esplorazione oceanica.

KERSTIN FORSBERG — Biologa della conservazione marina, peruviana, fondatrice e direttrice di Planeta océano, un’organizzazione non profit che si occupa di progetti di ricerca, educazione e sviluppo sostenibile per le comunità costiere. Forsberg è stata anche consulente e conferenziera nel settore privato e governativo per istituzioni come la Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco. Il suo impegno le è valso numerosi riconoscimenti così come la partecipazione in due documentari: (2018) e (2021).

Sylvia Earle è un’icona. Nel 1979 è stata la prima persona a camminare in solitaria sul fondale oceanico. Ha guidato oltre un centinaio di spedizioni, ha progettato sottomarini, ha al suo attivo più di settemila ore sott’acqua ed è autrice di oltre 190 pubblicazioni scientifiche, tecniche e divulgative. Viene spesso presentata come «Sua profondità», ha ricevuto più di cento onorificenze e premi nazionali e internazionali – tra cui il riconoscimento di «Leggenda vivente» da parte della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti – ed è stata la prima tra gli «Eroi per il pianeta» nominati dalla rivista . La dottoressa Earle ha fondato un’organizzazione che promuove l’esplorazione e la protezione dell’oceano, Mission blue, che è anche il titolo di un documentario di Netflix, vincitore di un premio Emmy.

A 86 anni ha più energia di tutti noi messi insieme ed è la mia fonte di ispirazione da quando mia madre mi regalò il suo libro . All’epoca avevo 21 anni e studiavo biologia. Leggerlo mi ha aiutato a riconoscere l’importanza dell’oceano nel suo complesso e mi ha permesso di mettere a fuoco il mio percorso accademico nel campo della conservazione marina. E grazie a lei molti altri hanno seguito lo stesso esempio.

Da allora ho avuto la fortuna di conoscere bene Sylvia. Ha sostenuto la mia organizzazione, Planeta océano, durante una campagna per proteggere la riserva marina di Paracas in Perù. Siamo intervenute insieme al meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos e mi ha consegnato personalmente i Rolex awards for enterprise, opportunità che ha valorizzato il mio lavoro e di cui le sarò sempre grata.

Ma ora è diverso, perché sto per intervistarla. Un momento unico per passare un po’ di tempo con una persona che ammiro molto, per chiedere e imparare. Dalla nostra conversazione risulta ben chiaro che la dottoressa Earle non merita il titolo di «Sua profondità» solo per l’enorme esperienza nel campo sottomarino, ma anche per la sua saggezza e la sua capacità di riflessione su come rimodellare la nostra maniera di rapportarci all’oceano e alla natura.

«Quando ti immergi sott’acqua, è come immergersi nella storia della vita sulla terra. Ci trovi tutte le principali specie di esseri viventi: dalle spugne ai coralli, dai granchi alle meduse, dai pesci, ai delfini e alle balene. L’oceano è una biblioteca della vita.»

DIVENTARE SYLVIA

Mia figlia ha otto anni, ha letto di te nei suoi libri e le ho promesso che avrei iniziato con una sua domanda. Vuole sapere come hai deciso di diventare oceanografa. Quanti anni avevi quando ti sei sentita attratta per la prima volta dall’oceano?

L’oceano ha suscitato la mia attenzione che avevo solo tre anni. Sono stata travolta da un’onda. All’inizio ho avuto paura, ma quando sono riuscita a tirare fuori la testa dall’acqua e a respirare, ho pensato che era proprio divertente. Mia madre, che mi stava tenendo d’occhio, avrebbe potuto ripescarmi, ma ha visto che avevo un gran sorriso e mi ha lasciato saltare di nuovo dentro. Ed è da allora che continuo a farlo. Ma quello che ha veramente colpito la mia immaginazione sono le creature che vivono nell’oceano e non sulla terraferma. Quando ti immergi sott’acqua, è come immergersi nella storia della vita sulla terra. Ci trovi tutte le principali specie di esseri viventi: dalle spugne ai coralli, dai granchi alle meduse, dai pesci, ai delfini e alle balene. L’oceano è una biblioteca della vita.

È proprio vero, e il tuo lavoro per l’oceano ha incoraggiato tante persone della mia generazione a cercare di seguire le tue orme. Mentre studiavi oceanografia, c’è stato qualcuno che ti ha particolarmente ispirata a seguire questo percorso?

All’inizio non si facevano immersioni subacquee e prima di allora c’era William Beebe, che si immergeva dentro a dei piccoli sottomarini. Leggere Beebe mi ha fatto venir voglia di vedere quello che vedeva lui, e poi più tardi ci sono stati Jacques Cousteau e lo . Ho capito che potevo scendere laggiù, e volevo farlo. Volevo vedere quel che vedeva Beebe quando era sott’acqua, al buio. Ho letto libri scritti da autori che non sono mai riuscita a incontrare, ma con il tempo le loro opere mi hanno parlato. E poi, naturalmente, ci sono state figure come i miei genitori, che ci hanno trasmesso il rispetto per gli altri e per tutte le forme di vita. Mia madre aveva un grande senso di empatia. Era la signora a cui tutti gli abitanti del quartiere portavano gli uccelli feriti da curare e restituire alla natura. Sono cresciuta così, sapevo che gli animali selvatici sono fondamentali.

Le famiglie giocano un ruolo molto importante. Sento di essere stata cresciuta in maniera simile, e ora che vedo mia figlia e i bambini della sua età, sento che anche la prossima generazione sta diventando più attiva sulla sostenibilità.

I bambini sono curiosi per natura. Vedono una strana creatura e il loro istinto li spinge a chiedere: «Chi sei?» È importante che i bambini di oggi si prendano cura del nostro oceano, altrimenti niente di ciò che faremo per salvaguardare il pianeta servirà a qualcosa. Ma dobbiamo anche affrontare i problemi che abbiamo ora, prima che sia troppo tardi.

È chiaro che tua madre ha avuto una forte influenza su di te, fin da bambina. Ripensando ai miei inizi, avevo solo 22 anni quando ho cominciato a lavorare nelle comunità di pescatori, in contesti in cui spesso predominavano i maschi. Eppure sentivo che essere una donna mi conferiva potere e mi aiutava a distinguermi. Nel tuo caso, sei stata leader in tante situazioni. Nel 1970 hai guidato un’incredibile squadra di acquanaute in una spedizione durante la quale avete vissuto sott’acqua per due settimane. Poi sei stata la prima donna a ricoprire l’incarico di chief scientist della National oceanic and atmospheric administration (Noaa) degli Stati Uniti. In che modo essere donna ha influenzato la tua carriera, nell’arco di tutta la tua vita?

All’inizio, da piccola, mi avevano detto che per le donne le possibilità professionali erano limitate. Potevo diventare infermiera, insegnante, segretaria o hostess di linea. Sono tutti lavori dignitosissimi, ma io non volevo farne nessuno. Volevo diventare scienziata. E naturalmente la maggior parte degli scienziati erano uomini, e lo sono ancora. In un certo senso, essere donna ha creato una situazione in cui gran parte degli uomini non mi considerava una rivale, e questo mi ha permesso di progredire e fare maggiori osservazioni sul campo. Negli anni Cinquanta, per esempio, ho esplorato il Golfo del Messico. Lavoravo con i pescatori del posto, sulle loro barche, e forse se fossi stata un ragazzo non mi avrebbero consentito di uscire con loro. E quando tiravano su le reti, ho potuto vedere con i miei occhi quello che c’era dentro: loro lo chiamavano ed è quello che oggi si definisce , lo scarto del pescato.

UN OCEANO IN CRISI

Il bycatch, cioè gli animali che vengono pescati involontariamente e spesso riportano lesioni o muoiono, può comprendere pesci, tartarughe marine, mammiferi e uccelli marini. Anche se sono stati lanciati dei progetti per cercare di ridurre le quantità di catture accessorie, a livello globale è ancora un problema enorme e complesso. Negli anni Cinquanta, quando eri in mare con i pescatori, probabilmente era un argomento di cui quasi nessuno parlava, giusto?

Esattamente, non se ne parlava affatto. La gente non ci pensava neanche. Quanti animali ho visto pescare quando calavano le reti. I pescatori sceglievano solo qualche gambero e tutto il resto veniva letteralmente buttato in mare.

Certo, nel mondo la pesca del gambero è stata associata ai più alti quantitativi di bycatch. Nell’arco della tua vita hai potuto assistere a un’evoluzione nel campo dell’esplorazione e della protezione dell’oceano, ma anche a un suo maggiore sfruttamento. Cosa pensi sia cambiato rispetto a quando hai iniziato?

Abbiamo perso tantissimo. Considera le centinaia di milioni di tonnellate di animali selvatici catturati. E molti altri persi nel bycatch, semplicemente uccisi durante le operazioni. Innumerevoli individui considerati solo come massa e come prodotti, come se fossero cose, usa e...



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