The passenger - Messico | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 313 Seiten

Reihe: The Passenger

The passenger - Messico


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-861-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

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Reihe: The Passenger

ISBN: 978-88-7091-861-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
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Nel 2017 è stato annunciato il ritrovamento, negli scavi del Templo mayor nel centro storico di Città del Messico, di uno tzompantli, una piramide di teschi: si sapeva della sua esistenza da fonti antiche, ma non erano ancora stati rinvenuti esemplari. Le file ordinate di crani vuoti sono uno spettacolo raccapricciante, ma l'usanza del sacrificio umano - ci ricorda Juan Villoro nel pezzo che apre questo volume - si iscriveva in una cosmologia e sistemi di valore condivisi, per cui la vita si rinnovava attraverso la morte. Cosa dire invece della gratuità della violenza nel Messico di oggi? Il paese è un'«immensa necropoli disseminata di crani contemporanei», in cui ogni giorno spariscono undici donne. Quello che sconvolge - oltre ai numeri - è l'impunità: il novanta per cento dei casi non viene risolto. Proprio le donne sono le prime a ribellarsi, al grido di «ci vogliamo vive», presentandosi come l'unica vera opposizione al governo. Perché anche il presidente populista di sinistra Andrés Manuel López Obrador, nonostante la retorica del «più abbracci, meno pallottole», segue una lunga tradizione dello stato messicano, che preferisce imporre le sue soluzioni piuttosto che ascoltare la volontà dei cittadini. Lo sanno bene le minoranze etnico-linguistiche, spesso destinatarie di politiche e megaprogetti non richiesti, come l'emblematico Treno maya in costruzione nella giungla, portatore di un «progresso» sulla cui definizione le popolazioni locali non sono state consultate. Troppo spesso ci si dimentica che i maya, i mexica, gli zapotechi, i mixe e decine di altri popoli originari non sono stati spazzati via dalla conquista, né dalla repressione dello stato messicano indipendente. Non è solo una questione di eredità culturale, evidente nella lingua, nel cibo, nelle tradizioni e nelle contaminazioni religiose: gli «indigeni» (che lo stato si impunta a raggruppare tutti insieme) vivono ancora in ampi territori del paese e se ne prendono cura, difendendo come possono le proprie comunità. Solo riconoscendo anche loro come messicani a tutti gli effetti, la maggioranza criolla potrà forse risolvere la sua contraddizione costitutiva: l'apparente schizofrenia data dall'essere allo stesso tempo europei e americani, conquistatori e conquistati, carnefici e vittime.

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La terra in prestito


JUAN VILLORO


Da quando, quasi vent’anni fa, il Messico ha schierato l’esercito dichiarando guerra al narcotraffico, la violenza nel paese è aumentata. Anche ora che la politica ha cambiato strategia, i militari restano una presenza ingombrante quanto quella dei cartelli e degli Stati Uniti, che giocano un ruolo ambiguo. Come del resto tutti, quando c’è di mezzo la droga.

JUAN VILLORO — Scrittore, giornalista e drammaturgo. Sociologo di formazione, è uno degli intellettuali più attivi e rinomati del paese, anche per il suo impegno sociale. I suoi romanzi hanno ricevuto numerosi premi, come il Herralde per (gran vía, 2016) che l’ha reso famoso presso il grande pubblico. Il suo ultimo libro, (Anagrama, 2019), è una cronaca di Città del Messico e delle sue moltitudini. Anche il suo lavoro giornalistico è stato premiato: una sua inchiesta sui narcotrafficanti messicani si è aggiudicata il premio Rey de España.

Il Messico è alle prese con la più grave esplosione di violenza dalla Rivoluzione del 1910. E la politica, dal canto suo, non fa che dimostrarsi l’arte di nascondere questa realtà. Nella sua prima informativa ufficiale, nel settembre 2019, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha dedicato quaranta secondi al problema, un approccio rimasto invariato negli anni successivi. E se qualcuno si azzarda a toccare il tema, paga con la vita: nel 2022 i giornalisti assassinati sono stati 15.

La reporter cilena Mónica González ha messo in evidenza come, in America Latina, la violenza vada ben oltre il narcotraffico. Il crimine organizzato è un fenomeno più ampio, che comprende tanto i cartelli quanto settori molto diversi dell’economia e delle istituzioni. Oggi le élite imprenditoriali detengono più potere dei presidenti, perfino in paesi che si pretendono di sinistra, come in Cile, Colombia e Messico, e sono tutt’altro che estranee a quelle forme di illegalità tollerata che vanno dai paradisi fiscali al riciclaggio.

In Messico la criminalità organizzata gestisce almeno il dieci per cento del denaro in circolazione (una cifra paragonabile soltanto a quelle del settore petrolifero o delle rimesse degli espatriati negli Stati Uniti), controlla aree territoriali che sfuggono al potere governativo e, in aggiunta alle attività apertamente illegali come pirateria, sequestro, tratta delle donne, narcotraffico, mercato nero del combustibile e immigrazione clandestina, infiltra i settori creditizio, minerario, dell’export agricolo e della distribuzione alimentare e farmaceutica, oltre a spadroneggiare in ambiti tradizionalmente clientelari come l’assegnazione degli aiuti alimentari e dei medicinali.

La sovranità nazionale, da queste parti, è un concetto relativo. Lo dimostra nel 2019 Jacobo García, un giornalista del , col suo viaggio nella parte della Tierra Caliente che si trova nello stato di Michoacán, una regione da dove proviene il settanta per cento della produzione mondiale di avocado. «La vera “strada della morte” non è quella che si snoda sulle Ande o quella sulle pendici dell’Annapurna, ma i 36 chilometri che uniscono Jalisco a Michoacán passando per Jilotitlán» scrive García dopo aver percorso aree che gli hanno riportato alla mente scene di guerra viste in Siria, Iraq e Afghanistan.

Nel frattempo, in assenza di una politica sulla sicurezza che fronteggi questa situazione, il paese sta andando in pezzi. Un primo passo l’ha fatto López Obrador mettendo fine ai precedenti, fallimentari metodi fondati su strategie esclusivamente militari e dettati da esigenze degli Stati Uniti.

AMLO, come viene spesso chiamato, proviene dalle fila di un movimento sociale antimilitarista di sinistra. Eletto dopo tre tentativi, in ciascuna delle campagne elettorali ha promesso di riportare i militari nelle caserme, compito rivelatosi però tutt’altro che facile perché l’esercito si è trasformato in un elemento di potere.

Lo scrittore argentino Tomás Eloy Martínez, nell’intervista che ebbe con Juan Domingo Perón durante il suo esilio a Madrid, domandò al generale per quale motivo, pur essendo un militare, non avesse fatto appello all’esercito nelle situazioni più critiche. Proverbiale la risposta di Perón: «Il problema non è sguinzagliare i soldati per le strade, ma riportarli nelle caserme.»

Da quando, nel 2006, Felipe Calderón ha dato il via alla sua «guerra al narcotraffico», il Messico è soggetto a un’occupazione militare che contribuisce a incrementare la violenza e i danni alla popolazione civile.

Come comportarsi con le truppe che pattugliano il paese senza però garantirne la sicurezza? Nel giugno del 2019, sotto le pressioni di Donald Trump, la neonata Guardia nacional assume il compito di arrestare i migranti messicani e centroamericani che tentano di entrare negli Stati Uniti. Trump aveva perfino minacciato di aumentare del cinque per cento i dazi doganali dal Messico, una catastrofe per un’economia che, secondo i dati della piattaforma online tedesca Statista, destina il 79 per cento della produzione interna agli Usa. Così, pur di evitare la crisi economica, il governo López Obrador si è piegato a questa drastica politica migratoria. E la Guardia nacional si è trasformata in un prolungamento della Border patrol statunitense.

Nel 2016, ancora in campagna elettorale, Donald Trump affermava che il Messico avrebbe contribuito di tasca propria alla costruzione di un muro lungo la frontiera. Una volta insediato alla Casa bianca, escogita un sistema perverso per raggiungere lo scopo, e l’esercito messicano finisce in un certo senso col tramutarsi in una muraglia che va dall’America Centrale fino al Río Bravo.

Torniamo però alla questione cruciale: l’esercito è ormai nelle strade e preme per rimanervi. Messo di fronte all’attuale equilibrio di forze, López Obrador riconosce la necessità di cambiare linea politica: non riduce la presenza dei soldati, ma fa in modo di assegnare loro nuovi compiti. Questo, però, ne ha aumentato pesantemente l’osmosi con la società. E oggi il paese si trova ad affrontare un dilemma: dare cittadinanza all’esercito, o militarizzare il paese?

La Guardia nacional viene impiegata in alcune opere pubbliche, nel recupero del patrimonio artistico, nella protezione civile, nella sorveglianza di zone critiche dal punto di vista della sicurezza. Con risultati apprezzabili. Ma dove fissare un limite al suo potere?

Questa domanda ha dimostrato tutta la sua urgenza nel settembre del 2022 con le rivelazioni emerse da un’indagine sulle forze militari dell’intera America Latina condotta dal collettivo Guacamaya. Dei dieci terabyte pubblicati, sei sono dedicati al Messico. Ovviamente bisogna mettere in conto eventuali inesattezze e ricordare che anche le spie mentono (un tema su cui Graham Greene ha scritto un romanzo magistrale, ). Ma rimane indiscutibile che l’esercito stia acquisendo sempre più potere.

Il suo peso politico è evidente. Nel 2022 sono stati revocati i mandati di cattura a 16 militari coinvolti nella di 43 studenti a Ayotzinapa – questo reato, contemplato dalla giurisprudenza di molti paesi dell’America Latina, consiste nel sequestro o nella detenzione illegale condotti da rappresentanti dello stato o da soggetti collegati con le istituzioni. Non solo. Il ministro della Difesa, Luis Cresencio Sandoval, si è rifiutato di comparire di fronte al Congresso per riferire sull’accaduto e, in seguito, di ricevere i deputati presentatisi di persona nel suo ufficio. Due gesti con cui il generale si è chiaramente posto al di sopra della costituzione.

A partire dal 2023 l’esercito ha preso in carico la gestione delle dogane, di una linea aerea e degli alberghi nella penisola dello Yucatán. Per non parlare della riforma costituzionale in via di elaborazione, che prolungherà la sua presenza per le strade fino al 2029. Ma ha senso concedere tanto potere alle forze armate senza avere idea di chi potrebbe governare in futuro?

Più volte il presidente López Obrador ha tradito l’ideologia progressista che lui stesso pretende di personificare, ha assunto atteggiamenti da con sfumature messianiche, e con un certo suo esercizio arbitrario del potere, ha tutt’altro che favorito le classi disagiate che sostiene di voler appoggiare. Nel caos generalizzato in cui siamo precipitati, a trarre vantaggio dal suo governo sono stati principalmente i super ricchi, il crimine organizzato e l’esercito.

Nelle consuete conferenze stampa mattutine accusa chiunque metta in dubbio le sue politiche, perfino chi è più a sinistra di lui, di essere reazionario. Ma cosa c’è di più reazionario dell’essere ostaggio dell’esercito?

L’illuminista francese Honoré de Mirabeau, agli albori del militarismo germanico, disse che «altri stati dispongono di un esercito, mentre la Prussia è un esercito che dispone di uno stato». Il Messico, oggi, non sembra incamminarsi verso il proprio futuro, ma puntarvi a passo di...



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