E-Book, Italienisch, 300 Seiten
Reihe: The Passenger
The Passenger - Barcellona
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-896-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 300 Seiten
Reihe: The Passenger
ISBN: 978-88-7091-896-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Barcellona ha passato anni turbolenti: il processo indipendentista catalano l'ha trasformata in un campo di battaglia politica, il turismo di massa, che a tratti e? sembrato incontrollabile, ha svuotato il centro storico dai suoi abitanti, traumatizzati anche da un attacco terroristico sulla Rambla, la sua strada piu? famosa; e la pandemia, come altrove, ha colpito duramente il sistema sanitario e un'economia piu? che altrove basata sui servizi, portando al sorpasso, in termini di pil, della Comunita? di Madrid, in una rivalita? che ha smesso di essere virtuosa. Per molti, il modello di sviluppo che ha trasformato la citta? per i Giochi olimpici del 1992 ha fatto il suo corso, vittima del suo stesso successo o conseguenza inevitabile della stretta commistione tra pubblico e privato che il modello comportava. Barcellona ha risposto nel modo che sa fare meglio: sperimentando, cercando nuove soluzioni, ripensando la propria identita?. Dal punto di vista urbanistico, l'ultimo esperimento, che si innesta su una lunga storia di progetti ambiziosi e rivoluzionari, e? l'introduzione delle supermanzanas, grandi isolati «pacificati» dalle auto, con l'obiettivo di migliorare la qualita? della vita in una citta? particolarmente densa, rumorosa e trafficata. E se non sempre ne viene fuori qualcosa - il «quartiere dell'innovazione», ideato negli anni Duemila, mostra segni di prematuro invecchiamento - l'importante e? continuare a provare, non solo in urbanistica: prima della reinvenzione edonistica del 1992, la fama di Barcellona era quella di citta? anarchica, luogo di lotta sindacale e resistenza al franchismo. Li? ha le sue radici il movimento popolare che ha portato all'elezione a sindaca di Ada Colau, un'attivista con un programma radicale che ha saputo guidare la citta? attraverso diverse crisi. D'altronde, pur legati come pochi alla propria lingua, alla storia e alle tradizioni catalane - sempre percepite come in pericolo dagli attacchi veri o presunti del potere centrale madrileno -, i barcellonesi sperimentano in tutti campi, dalla musica alla letteratura, dai cannabis club alle spiagge naturiste e, immancabilmente, al calcio: discendente del «calcio totale» di Johan Cruijff, il Barc?a continua a rinnovarsi alla ricerca del bel gioco e ha costruito una delle squadre piu? forti del calcio del futuro, quello femminile.
Weitere Infos & Material
Vista dalla piscina di tuffi olimpionica a Montjuïc.
Il ciclo del ’92 e i postumi della sbornia olimpica
JORDI AMAT
Traduzione di Simone Bertelegni
I Giochi olimpici del ’92 rappresentano un modello di sviluppo irripetibile, eppure la città si è intestardita nel tentativo di replicarlo, lasciandosi alle spalle alcuni insuccessi e una popolazione sempre più infastidita dal carovita.
JORDI AMAT — Scrittore, filologo e giornalista. Tra i suoi ultimi libri, il romanzo basato su fatti reali El fill del xofer e la biografia Vèncer la por. Vida de Gabriel Ferrater (entrambi pubblicati in catalano da Edicions 62 e in castigliano da Tusquets). Collabora con il quotidiano El País, per il quale coordina il supplemento culturale in lingua catalana Quadern.
Era tutto nuovo. Il pianterreno di quell’edificio appena tirato su sarebbe stato la mensa degli atleti che nell’estate del 1992 avrebbero preso parte ai Giochi. Il fabbricato era nel cuore di un quartiere altrettanto nuovo, costruito apposta per l’occasione e che ben presto divenne noto come «la Vila Olímpica», il villaggio olimpico. Là dove per un secolo c’erano stati solo campi, fabbriche o catapecchie d’immigrati provenienti dal resto della Spagna, ora s’innalzavano nuove costruzioni e nuove vie battezzate con nomi di grandi figure della tradizione del liberalismo catalanista che avevano contrastato la dittatura di Franco. Tutto acquisì nuovo senso. A partire dalla cerimonia inaugurale dei Giochi, dall’istante in cui l’arciere scoccò la freccia infuocata che accese il braciere dello Stadio olimpico, noi barcellonesi cambiammo il nostro rapporto con la città. Grazie al riconoscimento internazionale guadagnato da Barcellona ci siamo appuntati al petto una medaglia: quella dell’orgoglio. Si trattò di una rinascita identitaria che divenne inseparabile dalla riscoperta dei quartieri fronte mare caduti nel dimenticatoio per decenni. L’eredità urbanistica più rilevante che dobbiamo ai fondatori della città nuova – il sindaco Pasqual Maragall e l’architetto Oriol Bohigas, entrambi socialisti – è questa: l’apertura al Mediterraneo.
In città era iniziato un ciclo storico. Per visualizzarlo passeggio in quelle vie, scendo nella stazione della metro di Bogatell, mi metto a camminare per strade mai affollate di pedoni. Lo faccio consapevole di essere «frutto del sindaco Maragall», per usare un’espressione dell’architetta Maria Sisternas. Cercherò di capire che ne è stato di quella notte d’estate.
Dopo quell’estate dei prodigi, gli appartamenti del villaggio olimpico furono messi in vendita. La mensa degli atleti ovviamente cambiò destinazione d’uso. Proprio come previsto, l’edificio avrebbe riproposto nel quartiere ciò che stava iniziando a divenire abituale nei principali centri urbani del paese: l’apparizione dei centri commerciali. Il Centre de la Vila, così fu ribattezzato il villaggio olimpico, era ed è ancora proprietà di un’azienda pubblica. Ospitava le attività che ci sono nella maggior parte dei centri commerciali: supermercato, negozi, bar, ristoranti e un cinema multisala (con la particolarità di offrire film in lingua originale). Ma non ha mai veramente preso piede. Il villaggio olimpico – spazio di transizione tra la città vecchia e il mare – non calamitava turisti né barcellonesi e, per di più, gli abitanti del quartiere non hanno mai sviluppato un tessuto commerciale abbastanza ricco e vivace. Questa realtà, taciuta dalle guide, risulta particolarmente evidente passeggiando per il centro commerciale. Oggi il Centre de la Vila è un non luogo.
ORIOL BOHIGAS
Scomparso nel 2021 all’età di 95 anni, è stato un grande esempio di intellettuale catalano e socialista del Novecento: architetto, editore, critico, scrittore, attivista e politico. Con il suo talento visionario cercò subito di prendere le distanze dalla cupezza del franchismo, criticandone lo stile architettonico e fondando nel 1951 il gruppo R: Rinnovamento e Rivoluzione. Negli anni Sessanta e Settanta diventò un punto di riferimento della Gauche divine, un gruppo di intellettuali di sinistra, trasformando il suo appartamento in un luogo di dibattiti politici. La sua visione era quella di un architetto con una responsabilità sociale, come scrisse nel 1964 a una commissione urbanistica: «Essere un urbanista oggi significa iniziare a essere un socialista.» Una volta caduto Franco collaborò subito con le prime amministrazioni socialiste. Sotto il sindaco Narcís Serra è assessore all’urbanistica e punta su una strategia funzionale al budget ancora limitato di un paese in transizione. Si basa su piccoli interventi diffusi sul territorio secondo lo slogan «Igienizzare il centro e monumentalizzare la periferia», che verte sulla riqualificazione dello spazio pubblico: pavimentazione, strade, piazze, spiagge, parchi e corsi d’acqua. Polemista senza peli sulla lingua, ha sparato a zero contro il cantiere della Sagrada Familia – considerata una «vergogna architettonica anacronistica», una «barbarie culturale» che creerebbe un falso Gaudí – e negli ultimi anni sempre più a favore di una Catalogna indipendente: «Non è che voglio essere indipendente, è che non voglio essere spagnolo.»
Ciliegina sulla torta, sul finire del 2021 Jordi Mombrú – giornalista del quotidiano Ara – svelò un caso inquietante che ruotava attorno al parcheggio. Non posso fare a meno di interpretarlo come una metafora del malessere del quartiere e della città, di un’epoca e di un paese. Come la fine di un ciclo. L’azienda che gestiva il parcheggio aveva smesso di pagare il canone d’affitto. Al contempo, quest’impresa morosa accumulava denunce da parte di automobilisti cui non era permesso far uscire le vetture se non dietro il pagamento di cifre esorbitanti. Ci furono diversi momenti di tensione, minacce, estorsioni, qualcuno venne persino investito. Come se non bastasse, al secondo piano erano posteggiate 350 auto d’alta gamma che il proprietario, pur multimilionario, non riusciva a portar fuori. E poi ancora… Se ai clienti del centro commerciale erano sempre state garantite due ore di sosta gratuita quando andavano a fare shopping, all’improvviso, senza avvertirli, l’azienda morosa la ridusse a una sola ora. Tutto ciò produceva ulteriori tensioni e accentuava la decadenza del Centre de la Vila. Molti spazi commerciali rimanevano sfitti e la proprietà, che osservava tutto da un ufficio a Madrid, mostrava una certa noncuranza.
Il caso di questo centro commerciale fallito e del suo parcheggio degli orrori mi sembra l’esempio più emblematico di un malessere: il lungo dopo sbornia di Barcellona ’92. È ancora in atto. È ambivalente. Al momento sembra incurabile. Senza quel momento fondante non si riesce a capire la città di oggi, tutta lustro e fascino. Probabilmente neanche la sua genesi sarebbe spiegabile se non si fosse prodotto il sincronismo tra i Giochi e il periodo più esaltante nella storia dell’Fc Barcellona. Nel mese di maggio 1992, nello stadio di Wembley, la squadra allenata da Johan Cruijff vinceva la sua prima Coppa dei campioni. Tocco del bulgaro Stoickov, appoggio del basco Bakero, tiro dell’olandese Koeman e gol-vittoria. Fu un’iniezione di autostima che confluì nel successo dei Giochi. Passato l’entusiasmo, che ebbe come colonna sonora il concerto di rumba della cerimonia di chiusura («Barcelona es poderosa, Barcelona tiene poder», Barcellona è potente, Barcellona ha potere), per anni fu possibile ammirare la scia di quel bagliore dal mare, dalla spiaggia del Bogatell.
L’iconica torre per le telecomunicazioni, alta 136 metri, costruita a Montjuïc dall’architetto Santiago Calatrava in occasione delle Olimpiadi.
Senza quel momento non si può spiegare la Barcellona odierna. Che a un certo punto si reinventa. E in cosa si trasforma? Non è facile a dirsi. Nei primi decenni del XX secolo, l’immagine internazionale della città era stata associata alle agitazioni operaie e alla forza del movimento anarchico locale. In seguito, nell’ambito del conflitto intestino europeo, il capitolo spagnolo fu una guerra civile devastante. Barcellona venne ritratta in quel contesto attraverso un classico della letteratura e tragici fatti intrecciati: Omaggio alla Catalogna di George Orwell e lo scontro nella retroguardia repubblicana, quell’esplosione di violenza del maggio 1937 che scatenò la brutalità stalinista contro la dissidenza marxista. In seguito, con l’eccezione di qualche manifestazione di antifranchismo durante la transizione dalla dittatura alla democrazia, la rilevanza del capoluogo catalano smise di travalicare i confini spagnoli. Quest’inerzia fu interrotta dalla reinvenzione della città su più livelli propiziata dai Giochi, un vero catalizzatore, grazie a una squadra di tecnici e politici forse irripetibile.
BASTA CORRIDE
La Catalogna ha bandito le corride nel 2010. L’ultima si è tenuta all’arena Monumental di Barcellona, tra le proteste dei ventimila spettatori che assistevano alla fine di una tradizione, mentre gridavano alla «dittatura», e...




