E-Book, Italienisch, 362 Seiten
Taylor Tutto il nostro sangue
1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-7521-775-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 362 Seiten
ISBN: 978-88-7521-775-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In un arcipelago al largo delle coste della Virginia, lungo un arco di tempo che va dal 1855 a un postapocalittico e distopico 2143, si intrecciano le storie di due famiglie. Queste isole - per alcuni un santuario, per altri una terra di incubi - avvolgono le esistenze dei personaggi in una rete di miserie e piccoli miracoli. La determinazione di due sorelle che si stringono l'una all'altra in una famiglia devastata dalle metanfetamine; una ragazza che lotta per emanciparsi da un padre alcolizzato; una donna che decide di fuggire da una famiglia violenta per ritrovarsi tra le braccia di un uomo forse peggiore: relazioni tumultuose che scorrono lungo i rami di un albero genealogico, sullo sfondo di un paesaggio pericoloso e ammaliante. Un turbinio di vicende che trascina il lettore in un'esperienza estrema di nascita e morte, di giuramenti e di istinti primitivi e vili. La voce di Sara Taylor, avvicinata dalla critica a quella di Flannery O'Connor, è intrigante e selvaggia. Tutto il nostro sangue è un romanzo abitato da storie e personaggi ambigui, colmo di situazioni grottesche e pervaso dal soffio della letteratura gotica del sud degli Stati Uniti.
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CAPITOLO 2
La luce del sole del tardo pomeriggio filtra sotto forma di grosse linee rettangolari attraverso le fessure nelle pareti del fienile, simili alle pieghe nel sipario di velluto rosso del teatro di Onancock. Quando Mark socchiude gli occhi, la polvere del fienile appare nella luce come le zanzare morte che galleggiano nel barile della pioggia, facendo su e giù e disegnando cerchi privi di scopo. Più che annusare la polvere, la sente, un formicolio costante nella parte posteriore della gola e dietro gli occhi. Pizzica più del fieno, coperto dalla tovaglia di cotone blu che Letty ha portato e che ha una macchia di vino rosso in un angolo. La tovaglia è leggermente stropicciata e Mark sente il fieno pungerlo dietro la testa. Lei è sdraiata accanto a lui, appoggiata con la testa alla sua spalla, una gamba accavallata sui suoi fianchi, e il formicolio non è sufficiente a farlo muovere. Sente in lontananza i polli che litigano e raspano.
Il solaio odora delle domeniche di una volta, piene di libri e topolini domestici e del giocare a rotolarsi come pazzi fra le balle di fieno resistenti come molle, e si sente il rumore dei cavalli che masticano, un suono delizioso come quello dei grani di pepe dentro il mortaio di sua madre. C’è anche odore di terra ora, un odore umido e morbido come quello del pane che lievita e della pelle dei bambini, compensato da un acuto sentore di muschio di cui lui non sarà mai sazio, non importa quanto a fondo lo respiri.
Lei si stiracchia e si siede, allontanandosi delicatamente da lui, e anche se la giornata è calda subito gli manca il calore del suo corpo. Nell’esuberanza che ha preceduto questo momento, i capelli di lei si sono spettinati, coprendole il viso, e ora lentamente se li risistema. La osserva mentre lo fa, osserva il movimento languido delle sue braccia di un bianco acceso, il modo in cui il suo piccolo seno si solleva tremante mentre il ventre leggermente arrotondato inspira ed espira. Il corpetto del suo vestito è come una pozza verde acqua intorno alla vita, e lui ringrazia Dio per quegli abiti. Le gonne lunghe e vaporose che coprono gambe ancora più lunghe, il perimetro levigato dei bottoni sulla parte anteriore del vestito, la natura decorosa dei capi. Sua madre dice che solo le ragazze facili indossano i pantaloni, ma questa è una cosa che lui non ha mai capito: le gonne sembrano molto più adatte, perlomeno per quelli che sono gli intenti degli uomini.
Si avvicina e le prende fra le mani i seni, facendo scorrere le dita ruvide sulla loro morbidezza simile a velluto. Sono soffici, come le ultime mele rimaste nel deposito sotterraneo a inizio primavera, quando il tempo e il buio le hanno ridotte a perfetti concentrati di cedevole dolcezza. Lei sospira e si piega sopra le mani di lui, che l’avvolge con il braccio, così da poter accogliere un intero seno nella propria bocca e far scorrere la lingua su quella coppa che si fa sempre più dura.
«Dovrei tornare», mormora lei. «Non sarebbe contento di scoprire che non ci sono». La fa sdraiare sopra di sé e la bacia lentamente, e lei lo lascia fare. Per un momento giacciono lì insieme, nel loro piccolo nucleo di calore e respiro.
C’è stato un tempo in cui facevano capriole insieme sul fieno e si rannicchiavano negli angoli, durante i giorni di pioggia. Le loro madri erano amiche, le case delle due famiglie vicine fra loro e lontane da chiunque altro; e a loro era permesso divertirsi insieme da prima ancora che avessero imparato a parlare. Le sorelle di lui non giocavano mai con loro – Mark era il bambino inaspettato, arrivato dieci anni dopo Kathy, undici dopo Helen, sei dopo che la madre aveva rinunciato ad avere altri figli – e così il solaio era tutto per loro. A volte Letty lo faceva giocare a «marito e moglie» con lei, infilandosi il pullover sotto il vestito fino a quando non assomigliava alla propria madre in miniatura. Lui mimava goffamente quello che pensava gli uomini facessero per tutto il giorno, tracciando lunghi solchi nel fieno e poi facendoci cadere dentro i semi, lasciando che lei lo comandasse a tavola. Toccava a lui poi comandarle di lasciarsi baciare, anche se sapeva che lei lo voleva. Faceva parte del gioco.
Era scontato, o almeno così lui aveva pensato, che il gioco fosse una sorta di esercitazione per un giorno nebuloso in cui il bozzo sotto il vestito di lei sarebbe stato qualcosa di più di un pullover rosso e morbido, e lui avrebbe saputo che cosa facevano gli uomini. Aveva persino atteso, in modo quasi trepidante, il giorno in cui sarebbe rientrato a casa la sera e avrebbe baciato la guancia bianco lucente di lei, invece di quella arrossata di sua madre, Ruth. Aveva pensato che lei lo avrebbe aspettato fino a che non fosse stato pronto, fino a che non avesse deciso di recitare la parte dell’uomo. I suoi genitori non stavano così bene come prima del crollo del ’29, ma erano ancora buoni agricoltori, avevano ancora un po’ di soldi, e lui si sentiva a proprio agio come loro figlio.
Poi Letty era fuggita.
Aveva pensato di aspettare fino ai ventisette, ventotto anni, non perché in quel momento si sarebbe ritrovato in una posizione migliore – suo zio, James Day, gli aveva promesso, per quando avesse deciso di avere una famiglia, la casa che aveva costruito a Belle Haven con il pavimento in pino grezzo e i caminetti scolpiti – ma perché non si sentiva ancora pronto per essere un uomo, non era pronto ad assumersi quella responsabilità. Avrebbe dovuto capire che lei non avrebbe aspettato.
Lentamente le infila il corpetto e l’aiuta a far passare le mani fra le maniche corte. Mentre inizia ad allacciarle i bottoni lucidi, si accorge, per la prima volta, delle chiazze viola sulle costole e sul seno sinistro.
«Sono stato io?», le chiede.
«No, c’erano già», dice lei, e si affretta a far passare i bottoni nelle asole. Ci sono segni di dita attorno al polso di lei, ovali scuri come macchie di fuliggine. Si vergogna di non essersene accorto, di aver fatto così in fretta a spogliarla da non aver osservato il suo corpo.
«Non dovrebbe farti questo».
«No, non dovrebbe».
«Credevo che almeno avrebbe smesso, ora che...»
«Non lo sa ancora». Non lo guarda, mentre glielo dice.
«Hai intenzione di dirglielo?», le chiede.
«Sono mesi che non mi sfiora, in quel senso...»
Si siede per un attimo, a fissare la paglia vicino al ginocchio di lui. Lui vorrebbe avvicinarsi e toccarla, ma il suo corpo si è chiuso su se stesso, come una gallina che cova delle uova. Sa che deve fare qualcosa, confortarla, occuparsi di lei. Non è sua moglie, non ha il diritto di difenderla contro il marito, ma sa che deve fare qualcosa per proteggere il loro bambino non ancora nato. Deve rivendicare il proprio diritto, confrontarsi con l’uomo che lei ha sposato. Ma non può.
«Ho chiesto alla moglie del pastore che cosa dovrei fare. Ha detto di non peggiorare la situazione, di essere più obbediente, e pregare che Dio ammorbidisca il suo cuore».
«Potresti lasciarlo».
«Per andare dove?», chiede con amarezza. «Qui, in questo fienile? Per farlo nascere nella stalla accanto al cavallo per l’aratro?» Non sa della casa a Belle Haven. Anche se lo sapesse, non è il tipo da fare richieste. È convinta che dovrebbe essere in grado di prendersi cura di se stessa. Dopo un momento, dice: «Non ho nessun posto dove andare. E tu non hai un posto dove mettermi. E anche se l’avessi, non potrei mai sposarti... non mi concederebbe mai il divorzio. In tribunale non passerebbe mai una cosa simile».
Era stato come ricevere un pugno nello stomaco, quando l’aveva saputo. Era successo in chiesa, naturalmente. Lui non l’aveva vista quella mattina, ma c’erano state parecchie altre domeniche in cui non l’aveva vista, così non aveva sospettato nulla. Poi una vicina si era avvicinata a passo svelto chiamando il nome della madre fino a quando quest’ultima non si era voltata, e a quel punto le aveva chiesto con un filo di voce – non tanto basso ch’egli non potesse sentirlo – se aveva saputo che Letty Allan era scappata con quel viscido agente assicurativo che aveva bazzicato la città durante le ultime settimane, lei figlia unica e lui quasi il doppio della sua età. Naturalmente nessuno ne sapeva nulla. La notizia aveva suscitato il prevedibile clamore di tutti i presenti, ma lui era subito corso dietro la chiesa per andare a vomitare in un fosso.
La coppia era tornata quando il padre di lei era morto, tre anni più tardi, per aiutare la madre e occuparsi della fattoria dei genitori, che si trovava sul lato opposto del torrente. Quando l’aveva avvistata per la prima volta, mentre acquistava degli aghi per cucire durante un plumbeo sabato d’estate, aveva notato i lividi sul collo, e le impronte di dita sulle braccia. Si era sentito lo stomaco sobbalzare e poi sprofondare, e si era reso conto che tutti i brutti sogni che aveva fatto da quando se n’era andata riguardavano lei.
Quel giorno, in città, aveva pensato che sarebbe stata l’ultima volta in cui l’avrebbe vista. Apparteneva a qualcun altro. Era fuori portata.
Ma qualche settimana più tardi si era presentata, oltrepassando agilmente la scaletta che si trovava in fondo alla parte settentrionale del campo, per domandare alla madre la ricetta del pasticcio di pollo. Non si era fermata, non gli aveva detto una sola parola, ma quando gli era passata davanti, mentre lui se ne stava sepolto fino alle spalle in una cucciolata di maialini appena nati, c’era stato qualcosa nello sguardo di lei, qualcosa di intenso e carico di significato, che subito aveva...




