Taylor | Il contrario della nostalgia | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 298 Seiten

Reihe: Sotterranei

Taylor Il contrario della nostalgia


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-3389-011-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 298 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-011-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Alex ha tredici anni quando una notte sua madre decide di partire all'improvviso, portando con sé soltanto uno zaino che sembra aver pronto da sempre. Nel giro di pochi minuti, la sua esistenza verrà irrimediabilmente rivoluzionata: si ritrova in macchina, con niente da mettersi a parte i vestiti con cui ha dormito e senza la minima idea di dove sua madre abbia intenzione di andare. Comincia così un viaggio interminabile - Virginia, Michigan, Texas, California - che ripercorre le tappe dell'inquieta vita di sua madre: i genitori immigrati dalla Sicilia, l'infanzia e l'adolescenza trascorse tra orfanotrofi e famiglie d'affido, le donne che ha amato che per qualche ragione si chiamavano tutte Laura. Fra la strada e i motel, nella strana sospensione data dal costante movimento in avanti, Alex - che fin dalla più tenera età si rifiuta di assumere un'identità di genere, di essere maschio o femmina - imparerà a conoscersi e a conoscere sua madre e scoprirà che l'irrequietezza non è necessariamente un peccato, che ci sono cose a cui è impossibile dare un nome e storie che, per quanto lo si desideri, è impossibile raccontare. E che forse, in fondo, va bene così. Sara Taylor fa i conti con le questioni dell'autodeterminazione, dell'identità e della libertà in un libro che è a metà strada tra un classico road movie, una saga familiare e un inedito romanzo di formazione: doloroso, struggente, tenero ed esilarante, impossibile da dimenticare.

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1


Li sentii litigare, come ormai facevano praticamente ogni sera, le voci roche e strozzate che secondo loro avrebbero dovuto essere abbastanza basse da non svegliarmi. Su questo avevano ragione, i loro litigi non mi svegliavano mai, ma soltanto perché di solito quando iniziavano non avevo ancora preso sonno. Percepivo una lite in arrivo come l’addensarsi dell’aria prima di una tempesta. Nemmeno prima dei temporali riesco a addormentarmi. Pur sentendo tutto, al mattino fingevo di non aver sentito niente, perché non sapevo cos’altro fare.

Certe notti restavo ad ascoltare le loro voci che salivano e calavano per ore, tutto il tempo che ci mettevano a placarsi gradualmente. Quindi, quell’ultima notte, mi sentii trafiggere lo stomaco da un’immediata fitta di terrore quando le voci passarono di colpo dalle urla al silenzio totale: non era mai capitato che smettessero così di punto in bianco. Poi sentii il rumore degli stivali di mia madre sulle mattonelle del corridoio. Quando la porta di camera mia si aprì cigolando mi paralizzai all’istante e cercai di apparire inerte, nella speranza che vedendomi dormire se ne tornasse a litigare.

«Alzati, Alex. Subito».

La mano di mia madre sulla schiena mi fece sobbalzare; la sua voce era brusca e carica d’urgenza, e in quel momento capii che era successo qualcosa di molto serio. Saltai in piedi, la coperta avvolta attorno al corpo, e mia madre mi spinse verso la porta. Il passaggio dal buio alla luce e gli occhi ancora impastati di sonno rendevano tutto sfocato, e per poco non andai a sbattere contro lo stipite. Mentre mi trascinava fuori, stringendomi il braccio con troppa forza, affondai alla cieca la mano libera nel mucchio di scarpe che stava all’ingresso, rovistai un po’ e alla fine riuscii a pescare gli scarponcini da montagna con le suole incrostate di fango e me li strinsi al petto. Uscimmo sul portico – sentivo le schegge delle assi che mi si impigliavano nella pelle spessa delle piante nude senza farmi male – e poi giù per gli scalini. La ghiaia del vialetto mi inghiottì i piedi, e quando mamma aprì la portiera saltai sul sedile di dietro. Mi voltai a guardare dal lunotto posteriore, sbattendo le palpebre per riuscire a vedere qualcosa, magari fumo, o fiamme, qualsiasi cosa potesse spiegare tutta quella fretta, ma lei prese un lembo della coperta, me lo tirò sopra la testa e mi spinse giù, schiacciandomi il fianco sulla gobba in mezzo al sedile.

Non riuscivo a capire se papà fosse rimasto in casa; magari tra i passi che avevo sentito c’erano anche i suoi, o magari era scappato dalla porta sul retro mentre noi uscivamo da quella davanti. Poi ci fu un fruscio di nylon e un oggetto pesante atterrò sul tappetino dell’auto, poco sotto la mia testa: lo zaino che Ma teneva all’ingresso, vicino alle scarpe, e che stava parcheggiato lì da così tanto tempo che avevo smesso di farci caso. Poi il tonfo delle portiere sbattute e il rumore dell’accensione, il mondo che sprofondava mentre noi ci allontanavamo.

Ci misi qualche secondo a rendermi conto che papà non era in macchina con noi. Avrei voluto tirarmi a sedere, chiedere perché l’avevamo lasciato lì, cos’era stato a farli smettere di litigare così di colpo, ma restai dov’ero.

Quando Ma accese la radio mi scostai la coperta dagli occhi, sentii l’aria fresca della notte che soffiava dalla fessura del suo finestrino socchiuso, vidi le stelle ruotare sopra di noi mentre svoltavamo sotto di loro, a destra, poi a destra e poi di nuovo a destra, sempre più lontano. Sapevo che non mi conveniva fare domande, né parlare in generale – bastava darle il minimo pretesto e tutta la furia che poco prima stava scatenando contro papà sarebbe stata reindirizzata verso di me.

A un certo punto gli occhi mi si chiusero di loro spontanea volontà e il sedile si fece comodo sotto il mio corpo e smisi di far finta di dormire.

«Ehi, pulcino», disse, e sentii la sua mano scuotermi la gamba.

Mi accorsi che non ci stavamo più muovendo.

«Dormi?»

Le nuvole erano rosa, impigliate come noi sul confine affamato del mattino, prima che il sole si spaccasse a metà e cominciasse a spargere il suo sangue sul cielo. Davanti a noi, oltre una penosa striscia di erbacce e terra, c’era la statale, ogni tanto auto che sfrecciavano con i parabrezza appannati e umidi di rugiada, alcune con i fanali accesi. Eravamo nel parcheggio di un’area di servizio, qualche camionista che si aggirava lento, i giganteschi tir che sembravano addormentati. L’aria era unta, ovunque l’odore di fritto della colazione che sovrastava perfino il fumo delle sigarette di Ma.

«Hai fame?»

Entrando nella tavola calda mi ricordai cosa avevo addosso – i panni con cui avevo dormito, i pantaloni di un pigiama di flanella e una vecchia maglietta di mio padre. Nel venticello freddo i vestiti sembravano fazzolettini di carta, e sentii la pelle tendersi e formicolare. Mi sembrava osceno starmene in un luogo pubblico in pigiama, era praticamente come essere nudi, però Ma disse che a tredici anni potevo ancora permettermelo; io sembro più giovane. Non aveva badato a prendermi un paio di jeans, uscendo.

Da qualche parte i miei compagni di classe si stavano preparando per andare a scuola, e mi chiesi se Ma avrebbe telefonato per avvisare che non andavo. Il mio zainetto era rimasto in macchina dal giorno prima, quindi almeno avrei potuto fare i compiti.

L’odore di olio di frittura bruciato mi fece rivoltare lo stomaco, ancora serrato per il sonno, ma sfogliai diligente il menu guardando le foto laminate: pancake e waffle e orrendi dischetti di salsiccia inzuppati in un sugo marrone pieno di grumi. Fare colazione era una cosa normale, perfino in una tavola calda per camionisti, perfino con addosso il pigiama e gli scarponcini senza calzini; era come essere in gita. Mia madre era seduta di fronte a me e scrutava il menu, e per un secondo immaginai che stavamo andando da qualche parte a divertirci, solo una piccola vacanza dalla vita, e poi verso sera avremmo ripreso la via di casa, dove avremmo trovato papà ad aspettarci e la cena già in tavola. Poi Ma posò il menu e tirò fuori il portafoglio, estrasse tutte le carte di credito dai loro scomparti, si alzò, andò al bancomat vicino alla porta e cominciò a ritirare grosse mazzette di banconote.

Tornò a sedersi mentre masticavo un biscotto e poi mandavo giù l’impasto cremoso con una colata di latte e cacao, ignorò le uova nel piatto ma si mise a sorseggiare il caffè. Io aguzzai le orecchie, cercando al contempo di avere un’aria del tutto disinteressata, mentre lei prendeva il cellulare dalla tasca, componeva il numero che stava sul retro delle carte di credito e ne denunciava lo smarrimento, per poi sminuzzarle accuratamente con le forbici che si era fatta prestare dalla cameriera. Quel telefono lo tenevamo in macchina e, tranne quando era in carica sul ripiano della cucina, l’avevo visto sempre lì, nell’eventualità di gomme bucate o incidenti che non capitavano mai; era la prima volta che lo vedevo in funzione.

Di solito, ricordando il passato, si è costretti a ricostruire, inventare, tirare a indovinare: le parole dette o ascoltate, i suoni, gli odori. Quelle ventiquattro ore, cominciate nel momento in cui avevamo lasciato casa, sono rimaste scolpite nella mia memoria. Perfino adesso, a distanza di anni, non ho dimenticato il fumo e l’odore di fritto, la flanella sulla pelle, la paura nell’accorgermi che la mia vita aveva appena subito una deviazione ad angolo retto. Una parte di me già sapeva, mentre ascoltavo i passi di mia madre avvicinarsi alla porta di camera mia, che tutto stava per cambiare, ma non lo avrebbe mai ammesso davanti all’altra metà di me, in quel ristorante, mentre guardavo mia madre che faceva i coriandoli con le carte di credito. Quel senso di ribaltamento, l’impressione che tutto ciò che sapevo, pensavo e credevo mi venisse sfilato da sotto i piedi, è ancora con me dopo più di trent’anni, come se i polpastrelli di Ma me l’avessero impresso a fuoco sulla pelle mentre mi trascinava fuori di casa.

Nel parcheggio gettò i pezzettini di plastica in tre diversi cestini dell’immondizia, sistemò lo zaino nel bagagliaio, buttò il telefono sul tappetino davanti ai miei piedi come se avesse ormai esaurito qualsiasi funzione, e ingranò la marcia mentre ancora mi stavo allacciando la cintura.

Il telefono iniziò a squillare non appena ci immettemmo sulla statale. Avevo chiesto a mia madre se potevo sedermi davanti e lei mi aveva detto di sì, per evitare che vomitassi o per rendere le cose più agevoli nel caso lo avessi fatto, e dopo qualche secondo feci per prendere il cellulare.

«No, pulcino, lascialo stare».

«Ma sarà papà».

«Lo so».

Il telefono continuò a vibrare ogni tre secondi, strisciando sul pavimento come un insetto gigante. Mi chiesi cosa avrebbe fatto mia madre se avessi deciso di raccoglierlo e rispondere, e giunsi alla conclusione che, date le circostanze, non valeva la pena correre il rischio.

Era l’ora di punta. Ci bloccammo in un ingorgo a metà di un ponte, e Ma decise che era stufa. Buttò via il mozzicone dal finestrino, si tuffò di lato in mezzo alle mie gambe, gli occhi ancora fissi sulla strada mentre la mano frugava alla cieca tra le mie caviglie, raccolse il telefono vibrante e lo scagliò oltre il parapetto del ponte, dritto nel fiume.

Ammutolii per lo stupore.

«Tanto aveva più di sei anni», disse dopo un po’. Sembrava quasi si stesse scusando. «Avrei dovuto buttarlo insieme...



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