E-Book, Italienisch, 256 Seiten
Reihe: I Corvi
Tallack Illuminati dall'acqua
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7091-749-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 256 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 978-88-7091-749-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Malachy Tallack ha pescato per la prima volta con la mosca a otto anni e da allora non ha più smesso di cercare trote nei laghetti delle Shetland, sul fiume Don in Russia, nei ruscelli della Nuova Zelanda o tra gli orsi in Alaska. Per lui, come per la comunità internazionale di veri appassionati di cui si sente parte, la pesca non è un'esperienza sportiva ma artistica, una pratica tecnica e meditativa, e in quanto tale capace di stimolare domande sia fisiche che metafisiche: meglio pescare un'elegante trota o un salmone battagliero? La cattura è un'esperienza estetica o una lotta maschia e adrenalinica? Norman Maclean o Ernest Hemingway? Quale visione del mondo e della natura porta un pescatore a scegliere un'esca che imita perfettamente un insetto, piuttosto che un'astratta costruzione di piume e ami? I pesci, come gli umani, abboccano perché sedotti e ingannati o perché affamati? Alternando il racconto di emozionanti battute di pesca a momenti di contemplazione della natura incontaminata e divagazioni filosofico-letterarie, Tallack non si sottrae ai dilemmi etici che la sua passione comporta: da quelli minimi - è giusto rivelare la posizione del lago che ti ha sempre portato fortuna? - alle questioni più urgenti come lo sfruttamento ittico o la sofferenza degli animali, mettendo a confronto varie filosofie, dal pensiero cristiano a Peter Singer e Tom Regan. E il lettore, anche chi ha sempre visto nella pesca solo inerzia e noia, ammaliato dal fascino delle storie e dalla dolcezza del filosofare, si abbandona a quest'ode a un'attività futile, senza scopo e senza ragione. Come la letteratura.
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Introduzione
Dal ponte di cemento basso e largo, con il traffico del sabato in sottofondo, imboccammo il sentiero a est lungo il Forth and Clyde Canal. Era una metà mattina di metà novembre, l’aria gelida e umida. Immaginai che entro la fine della passeggiata ci saremmo inzuppati per bene. Le nuvole, circondate da un alone scuro come occhiaie da sonno arretrato, avevano un aspetto minaccioso. Superato il porticciolo affollato pieno di cabinati e narrowboat, le tipiche imbarcazioni dei canali – alcune abitate, altre coperte dai teloni impermeabili per l’inverno –, scese il silenzio. A parte chi correva, chi portava a spasso il cane e un paio di ciclisti, eravamo soli. Io camminavo accanto all’acqua di fianco alla mia compagna Roxani, che invece aveva scelto il lato del pendio alberato ed erboso.
Adoro i canali, in linea di massima. Mi piace la loro ambivalenza. Hanno la forma dei fiumi, ma per comportamento e habitat sono laghi che si allungano nel paesaggio. Poche cose costruite dall’umanità per il proprio tornaconto sono di una qualche utilità per il mondo naturale. I canali, ben ripuliti, fanno eccezione. Insetti, anfibi, pesci, uccelli e mammiferi vi stabiliscono la propria dimora, dentro e intorno. Se in passato i canali contribuivano a sostenere l’economia industriale di questo paese, ora contribuiscono a sostenere altre forme di vita.
Come suggerisce il nome, il Forth and Clyde Canal collega il Firth of Forth a est con il Firth of Clyde a ovest, tagliando in due la Scozia nel suo tratto più stretto. Lungo cinquantasei chilometri, fu inaugurato nel 1790 per unire due mari e due città. Glasgow sorge a un capo, Falkirk all’altro, e fino al 1933 una serie di chiuse forniva un ulteriore collegamento con Edimburgo tramite lo Union Canal. Oggi è la Ruota di Falkirk a svolgere quel ruolo, ma con un pizzico di fascino in più.
Sui bordi, spessi letti di tifa e canne offrono riparo agli uccelli. Non molti, quel giorno, giusto qualche coppia di germani reali che oziavano nelle acque basse e un giovane cigno grigio screziato che elemosinava un pezzo di pane. Sull’altro argine alcune gallinelle d’acqua sbucavano e sparivano nella vegetazione, annunciandosi con scontrosi versi striduli.
Come tante passeggiate che faccio con Roxani, anche quella era in parte una scusa per stare vicino all’acqua, una prossimità che a sua volta era una scusa per cercare e interrogarmi sulle creature che l’acqua ospitava. Lungo un canale quasi tutto indirizza lo sguardo nella direzione opposta. Gli alberi puntano verso l’alto, come pure l’estremità dei giunchi e dell’angelica secca. Stormi di cesene andavano e venivano a raffiche, una giovane poiana svolazzava in un senso e una femmina di sparviere veleggiava nell’altro. Persino l’acqua guardava nella direzione opposta, perché la superficie immobile rifletteva i rami spogli dell’argine di fronte e il cielo chiaro in alto. Come tutti gli specchi, nascondeva tanto quanto rivelava.
Oltre un secondo ponte un signore con due canne da pesca piantate nel terreno, le lenze già in acqua, stava lanciando la terza. All’estremità aveva fissato un grosso galleggiante bianco da cui penzolava un pesce. Argenteo e lungo quanto un dito, probabilmente era morto da tempo. In quel canale vivono i lucci – predatori famelici, sempre a caccia di un pasto facile – per i quali era l’esca naturale perfetta. L’uomo scosse la canna all’indietro con delicatezza e pesce e galleggiante s’immersero con uno schizzo.
Proseguendo, passammo accanto a un secondo pescatore che si stava preparando. Era accompagnato da una giovane donna seduta accanto all’acqua su una sedia di tela, china sul telefono. Lui, invece, infilava con calma la lenza negli occhielli della canna, con una confezione di vermi aperta ai suoi piedi e uno spinello stretto fra i denti. Ci sorrise, e il tanfo dolciastro della marijuana si allungò sul sentiero.
Prima della passeggiata mi ero documentato. Volevo sapere quali pesci vivessero nel canale, anche se non avrei pescato. Volevo poter immaginare, guardare l’acqua e sorprendermi. In realtà mi sarei fermato volentieri a osservare i pescatori, ad aspettare un paio d’ore per vedere cosa prendevano, ma sospetto che nessuno di loro (e forse nemmeno Roxani) avrebbe approvato. Camminando, però, cercavo prove, scrutavo l’acqua per intercettare segni di vita. Un unico, impercettibile affioramento:1 le increspature concentriche che compaiono quando un pesce cattura la preda – spesso un insetto – in superficie. Una ghirlanda di bollicine soffiate da una tinca o da un abramide. Un fremito tra le canne, che può essere quasi qualunque cosa. Ogni minimo indizio, ogni dettaglio, mi provocava un’emozione fugace, un sussulto che mi spronava a fissare l’oscurità come un airone.
Vicino all’acqua sento sempre il richiamo di ciò che s’intravede soltanto. Somiglia allo strascico di una stella cadente, quando gli occhi restano incollati al buio per vederne un’altra, o agli istanti subito prima di ricevere una notizia a lungo rinviata. È attesa, dubbio, desiderio.
A volte il fascino suscitato dalla pesca viene ridotto a «istinto predatorio», come se l’istinto predatorio, ammesso che esista davvero, fosse una faccenda semplice. Non mi convince. Per me il desiderio di prendere all’amo un pesce è tutt’altro che semplice e non scaturisce affatto dalla brama di uccidere o catturare. Se proprio fossi costretto a riassumerlo proporrei un istinto ben diverso: un’intensa e concentrata curiosità. Accanto all’acqua provo l’impulso di scoprire ciò che nasconde, l’impulso di vedere e trattenere ciò che s’intravede solo di sfuggita o non si vede mai. È il desiderio di andare oltre la superficie dello specchio e sapere con certezza cosa c’è sotto. Un desiderio simile può trasformare una vita. Può rendere l’acqua un paese delle meraviglie.
Ogni anno nel Regno Unito pescano tra uno e due milioni di persone, e negli Stati Uniti il numero sale in maniera vertiginosa: secondo lo US Fish and Wildlife Service, infatti, i pescatori sono trentacinque milioni l’anno. In entrambi i paesi è una fetta significativa della popolazione, per la quale il richiamo della vita acquatica è, almeno a volte, irresistibile. Ovviamente per alcuni, magari perché trascinati da un genitore o da un partner entusiasta, pescare è un’esperienza che non si ripete. Ma per tanti invece la pesca è un’attività importantissima.
Io sono un pescatore, e lo sono fin da quando ero bambino. Poche altre etichette mi si addicono in maniera altrettanto naturale. Poche mi si possono applicare, come questa, senza ulteriori attributi. La pesca è intrecciata ai miei ricordi, alle mie fantasticherie e alle mie aspirazioni. Ha inciso sul mio modo di guardare e vedere il mondo, e anche di pensarmi al suo interno. È l’ossessione infantile che non si è mai attenuata, il fervore giovanile che non mi ha mai abbandonato completamente. Se negli anni trascorsi dalla mia prima esperienza di pesca è cambiato quasi tutto, il senso dell’avventura che oltre trent’anni fa mi attirò e mi irretì è ancora lo stesso. Pescare – e pensare alla pesca – è stata una costante preziosa della mia vita anche quando mi capitava di farlo meno di quanto avrei voluto. Come riascoltare le canzoni amate da adolescente, ogni ritorno all’acqua è un ritorno a me stesso.
Il poeta e romanziere Jim Harrison ha scritto: «La pesca è l’attività che mi garantisce di restare sano di mente», e credo di sapere cosa intendesse. Per me pescare ha un effetto calmante non solo mentre sono lì, mentre lancio o catturo un pesce, ma anche in altre circostanze, quando ricordo, immagino. La pesca favorisce un legame con i luoghi più intimo e sfaccettato, un rapporto intricato e seducente con il mondo naturale. Impegna l’attenzione, certo, ma è anche un modo per entrare nella vita – e talvolta nella morte – delle creature che chi pesca insegue.
Come tutti gli hobby, è sia un modo per ingannare il tempo sia un modo per trarre significato da quel tempo. Ailm Travler ha scritto che «pescare è una follia: inutile, insensato, irrazionale e privo di scopo». Però non è una critica. In fondo quanti dei grandi piaceri della vita sono inutili? Quanto di ciò che è più importante è anche privo di scopo? Per Travler «pescare è una follia proprio perché rende la sopravvivenza più difficile di quanto già non sia e, così facendo, la trasforma in un’arte». Non occorre avere certezze sul termine «arte» per essere d’accordo con lei: la pesca crea un suo significato, una sua importanza. Travler conclude che è «evocativa oltre ogni immaginazione: gli anelli d’acqua dopo un affioramento».
Questo libro è il tentativo di rintracciare alcuni di quegli anelli, di seguirli mentre si allargano per vedere dove vanno. È il tentativo di cogliere parte di quel significato e di quell’importanza. È un libro sulla pesca, ma anche sui fiumi, sui laghi e sui canali, sulle creature che ci vivono dentro e intorno. Parla di bellezza, di speranza e di come la ricerca della libertà a volte vada a buon fine. È un libro non solo per chi pesca già, e quindi sa cosa vuol dire lanciare la lenza, ma anche per chi è curioso e desidera saperne di più dei luoghi in cui la pesca può condurlo.
Tra la pesca e la scrittura esiste un legame antico e consolidato sfociato nella pubblicazione, passata e presente, di innumerevoli libri sul tema. Senz’altro pochi passatempi hanno attirato altrettante parole nel corso dei secoli. Il testo più noto è...




