E-Book, Italienisch, 268 Seiten
Reihe: I Corvi
Tallack Il grande Nord
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-811-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo
E-Book, Italienisch, 268 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 978-88-7091-811-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le Isole Shetland sono roccia e torba, mare, tempesta. È qui che vive Malachy Tallack, ed è da qui che - qualche anno dopo la morte del padre e la nascita nell'animo di una perpetua nostalgia di casa che è anche continuo bisogno di andarsene - parte per un viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo nord. Ai piedi del Quassik, la montagna dei corvi in Groenlandia, davanti allo spettacolo degli iceberg nella baia di Nanortalik, scopre la bellezza caduca dell'Artico. A Fort Smith, in Canada, dove l'attrazione più importante sono le Rapide degli Annegati e nelle foreste gli orsi sono fantasmi in agguato, incontra un vecchio libraio danese che, alla ricerca di una comunione profonda con la natura, si è spinto sempre più a nord fino ad approdare lì, ad almeno trecento chilometri da tutto il resto. È la stessa pulsione che porta frotte di turisti in Alaska, prima sulle sponde del fiume Kenai per fotografare la risalita dei salmoni rossi e poi su una delle tante imbarcazioni che promettono escursioni in un mondo incontaminato, reso però impossibile proprio dai clic delle loro macchine fotografiche. È così il grande Nord, terra di miti solenni e tragici: promette agli estranei miraggi di purezza, ma per chi lo abita - come gli eveni della Kam?atka, che grazie alle renne convivono da sempre in delicato equilibrio con i ghiacci della Siberia - è semplicemente casa. E casa, come il Nord, non è solo un luogo: è uno stato dell'anima, capisce Tallack sulla nave da carico che lo riporta alle Shetland su un mare in tempesta, «un processo di consapevolezza del luogo in cui è coinvolto il cuore».
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La Groenlandia
di passaggio
Per raggiungere la Groenlandia dalle Shetland dovetti andare nella direzione opposta, passando dalla Scozia fino alla Danimarca, via Amsterdam. Da Copenaghen presi un aereo che tornò indietro, sorvolando l’Atlantico settentrionale e passando di nuovo quasi sopra le Shetland per atterrare a Narsarsuaq, un piccolo aeroporto stretto tra la costa sudoccidentale e il ghiacciaio. La mia meta era Nanortalik, una cittadina ancora più a sud, ma mi sono preso del tempo per godermi l’occasione di esplorare un luogo che immaginavo di non rivedere mai più.
In Groenlandia i mezzi pubblici sono il traghetto e l’elicottero – tra i centri abitati non esistono strade – e in primavera si usa molto di più il secondo. Durante l’ultimo volo, da Qaqortoq a Nanortalik, ci sollevammo piano dall’asfalto e, con un gran baccano, sorvolammo a bassa quota il fiordo, valli e colline spoglie, la tundra, i laghi, le rocce e la neve. Sotto di me la terra era un patchwork marrone e verde tempestato di brandelli di bianco, azzurro e grigio. Poi, d’improvviso, il mare.
Scendendo verso sud lungo la costa avevo visto molto ghiaccio. A Narsaq avevo camminato su spiagge cosparse di iceberg arenati che si sgretolavano sotto il sole primaverile. Avevano mille forme diverse: alcuni appuntiti, con dita affilate e schegge, altri levigati come le curve dei muscoli e della carne di un animale. Certi erano grandi quanto automobili o roulotte, altri ancora avrei potuto prenderli e tenerli sul palmo di una mano: frammenti minuscoli quasi svaniti del tutto. Passando tra quelle forme, e guardandole sparire in silenzio, provai un dolore molto particolare. Erano una presenza difficile da comprendere, viva e irreale allo stesso tempo, come ombre solidificate o cristalli di stupore. Più in là, nel mare, gli iceberg erano parecchio più grandi, eppure altrettanto precari. Sembravano fuori posto al sole, accanto ai colori della cittadina e sotto il nero delle montagne. Di un bianco-azzurro intenso contro il fremito vitreo dell’acqua, il ghiaccio assumeva forme mutevoli nella mia immaginazione: bagnanti distesi, navi, funghi, balene, kayakisti, sospesi in un continuo equilibrio precario tra due mondi.
Dal finestrino dell’elicottero Air Greenland, invece, vidi tutt’altro. Sotto di noi, fino all’orizzonte e oltre, si estendeva un immenso tappeto di ghiaccio marino, un fitto mosaico di tessere bianche e piatte simili a una pavimentazione irregolare sull’acqua scura. Mi sentii sommerso. Fin dove arrivava il mio sguardo si ammassavano pezzi di ghiaccio frastagliato. Lastre grandi quanto campi da tennis, e anche di più, erano pigiate tra loro e, in mezzo, pezzi più piccoli di ogni forma possibile. Era il pack, che nasce nell’Oceano Artico a est della Groenlandia. Ogni inverno una fascia compatta di quel ghiaccio scivola a sud sulla corrente della Groenlandia orientale, doppia Capo Farvel nei primi mesi dell’anno e risale lentamente la costa sudoccidentale, via via disintegrandosi. La scena era insondabile. Lo sguardo non aveva alcun appiglio, mancava qualsiasi senso delle dimensioni. Di tanto in tanto spuntava un iceberg, ma era impossibile capire quanto fosse grande. Sorvolammo un mercantile che arrancava nell’oceano solido e mi sembrò minuscolo, una nave giocattolo, eclissato dalla distesa frammentata di bianco e blu glaciale che lo circondava. Presi la macchina fotografica dallo zaino e l’avvicinai al finestrino.
Ho appeso quella foto alla parete, sopra la scrivania alla quale scrivo. Una coltre di frammenti di ghiaccio si spinge fino alla linea dell’orizzonte, tumefatta da un livido blu scuro che riflette l’acqua trasparente più oltre. Non faccio che tornarci, quasi in cerca di qualcosa che so esserci ma non riesco a mettere a fuoco. Incorniciato nella foto c’è proprio quello che volevo vedere in Groenlandia. È un’immagine del Nord: luminoso e fragile, spaventoso e di una bellezza profonda. A ripensarci adesso la distanza che mi separa dalla distesa ghiacciata si espande e diventa un abisso inimmaginabile. Ho tentato di costruire un legame, un ponte, ma la foto rimane scioccante perfino dopo tutto questo tempo.
L’elicottero atterrò sulla pista accidentata di Nanortalik, il più meridionale dei principali centri abitati della Groenlandia. Ha lo stile caratteristico della Scandinavia del Nord, con le case di legno rosse, gialle, viola, verdi e addirittura rosa, alcune pastello, altre sgargianti come i colori dei bambini. Ospita circa milletrecento anime, più gli abitanti dei paesini sparsi qua e là nei fiordi circostanti, e pur sorgendo su una delle tante isole disseminate lungo la costa è tutt’altro che isolato. L’ostello in cui alloggiavo si trovava dalla parte opposta rispetto all’eliporto, oltre le case e la via principale, nella zona del vecchio porto con la chiesa bianca di legno e i cottage. Quasi ogni altra struttura intorno al porto è adibita a museo, ma un piccolo bungalow rosso funge da ostello, di cui io ero l’unico ospite.
Lanciai il bagaglio in soggiorno, dove c’erano due letti a castello vicini a un caminetto a gas, e uscii subito per sedermi sul gradino della porta. Il mattino era un po’ più terso e mite, anche se dal mare soffiava un vento tagliente. Nella baia di fronte all’ostello c’erano pezzi di ghiaccio sparsi alla rinfusa, abbastanza distanti da consentire alle imbarcazioni di entrare e uscire dal porto. Tutto era in lenta ma costante trasformazione, quasi percepibile a occhio nudo, e ogni tanto un iceberg si spaccava e sprofondava nell’acqua con un tonfo preceduto da un sonoro schiocco. Dalla porta dell’ostello, affacciato a sudovest sul mare, si vedeva anche la sagoma curva del Qaqqarsuasik, il punto più alto dell’isola. Dal gradino osservai i corvi scendere in picchiata e volteggiare sui fianchi scuri del monte, in controluce mentre salivano verso la vetta, poi quasi nascosti dal nero delle rocce. Il tipico verso roco riecheggiava nella baia, squarciando il silenzio proprio come il volo squarciava l’aria. Mentre ascoltavo e guardavo fui sommerso da un delirio di suoni – sbuffi frenetici e crepitii subacquei – finché la fame non mi convinse ad alzarmi.
La Groenlandia, che ha la forma di un’enorme punta di freccia scagliata verso sud dal polo, è l’isola più grande del mondo e si estende da Capo Morris Jesup, all’ottantatreesimo parallelo a nord dell’equatore, fino a Capo Farvel, subito sotto il sessantesimo. Fin dalla sua primissima e incerta comparsa sulle carte geografiche è stata soprattutto uno spazio bianco, un immenso vuoto in cui si sono riversati secoli di timori, miti ed equivoci europei. È una terra di norditudine concentrata, la quintessenza delle immagini degli eschimesi e degli orsi polari, del ghiaccio e dell’isolamento che si formano durante l’infanzia. È un luogo paradossale, al tempo stesso profondamente alieno e familiare. Dal punto di vista geografico e culturale è un punto di congiunzione tra l’Europa e l’Artico americano, dove il Nord e il Sud si uniscono senza grazia. Lì si ripetono, giorno dopo giorno, le tensioni e i conflitti da sempre esistenti tra quei due mondi.
È una situazione tutt’altro che nuova, perché è in Groenlandia che oltre mille anni fa il popolo europeo conobbe il popolo americano ed è in Groenlandia che furono sperimentate e brutalmente messe a confronto due visioni dell’Artico e due diversissime concezioni di quei luoghi. La storia nota di quel territorio è la versione europea: l’avanzata verso ovest degli antichi nordici alla fine del primo millennio d.C. Con l’impero in piena espansione, dalle Shetland e dalle Orcadi verso sud fino al Regno Unito, all’Irlanda e oltre, e dalle Fær Øer verso nord fino all’Islanda, i vichinghi sembravano inarrestabili. In quelle terre – un tempo ritenute al di là dei confini abitabili del mondo – fecero fortuna, e poco dopo si avventurarono addirittura oltre, in luoghi mai raggiunti da nessun europeo.
Per certi versi, però, questa storia è diversa dalle altre storie coloniali. Tanto per cominciare presenta un aspetto piuttosto peculiare, e cioè che i colonizzatori arrivarono prima dei colonizzati: i nordici la raggiunsero infatti prima degli inuit. Nel 982 d.C., quando Erik il Rosso approdò non lontano dall’attuale Nanortalik, la Groenlandia era abitata da una civiltà del tutto diversa, quella dorset – parte della più ampia cultura nordica dei tuniit, ora estinta –, già poco numerosa e limitata alla sola costa nordoccidentale. Se Erik l’avesse saputo ne sarebbe rimasto sorpreso, perché anche se durante i suoi viaggi nei fiordi occidentali non incontrò nessuno trovò comunque tracce di esseri umani. Era evidente che non fosse stato il primo ad arrivarci. I vecchi insediamenti erano ancora visibili, i resti di focolari e abitazioni ancora evidenti. Eppure da oltre mille anni su quella costa non si accendevano falò. Gli umani che l’avevano occupata – la civiltà saqqaq, a partire dal 2500 a.C., e la prima civiltà dorset, fin dall’800 a.C. – erano morti da tempo o si erano ritirati più a nord.
Chiamando quel luogo Groenlandia – «perché disse che se avesse avuto un nome invitante la gente sarebbe stata molto più tentata di andarci», come spiega la...




