Taikon | Katitzi | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 116 Seiten

Taikon Katitzi


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-593-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 116 Seiten

ISBN: 978-88-7091-593-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Allegra, avventurosa e piena di curiosità per il mondo, Katitzi è una bambina rom di otto anni. Con il suo spirito libero, è l'eroina dell'istituto in cui vive, sempre pronta a sfidare la severa direttrice. Tutto cambia il giorno in cui, all'improvviso, arriva suo padre a prenderla. Katitzi scopre di avere una grande famiglia, che abita in un carrozzone, indossa vestiti da fiaba, suona il violino e la batteria e gestisce un vero luna park! Comincia così la sua nuova vita ricca di meravigliose sorprese, ma anche di tante difficoltà per lei difficili da capire. Insieme alle sorelle Rosa e Lena, Katitzi deve lavorare ogni giorno e prendersi cura dei fratelli minori, nati dal secondo matrimonio del padre con una donna svedese che sa solo lamentarsi e dare ordini. Ma perché non possono vivere in una casa vera? O fermarsi in un posto senza essere sempre cacciati? O andare a scuola come tutti gli altri bambini? si ostina a chiedersi Katitzi, che non è certo il tipo da arrendersi alle ingiustizie e rinunciare ai suoi sogni. Ispirandosi alla propria storia personale, Katarina Taikon ha scritto 13 libri sulle avventure di Katitzi e la sua famiglia rom. Dopo il successo negli anni '70, la serie è stata oggi riscoperta per la capacità di raccontare i pregiudizi e l'esclusione attraverso lo sguardo innocente e vivace di una bambina.

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Katitzi e Gärda


«Vieni qui, Katitzi. Siediti sul letto. Infilati pure sotto la coperta se vuoi. Ma non dimenticare di toglierti le pantofole.»

Katitzi era curiosissima: chissà cosa voleva dirle la signorina Kvist! Di tutti gli adulti che aveva incontrato, per lei la signorina Kvist era la più buona.

«Vuoi un po’ di sciroppo di frutta e delle girandole alla cannella? O sei già sazia dalla cena?»

«No, no! Non sono mai troppo sazia per sciroppo e girandole. Posso mangiarne in qualsiasi momento», disse Katitzi. Sia lei che la signorina Kvist si misero a ridere.

«Ma con i denti come facciamo? Li ho già lavati, perciò non potrei mangiare più nulla prima di andare a letto, no?»

La signorina Kvist le fece l’occhiolino e sorrise.

«Puoi sempre lavarteli di nuovo. Ora mangia. Ma promettimi che poi ti laverai ancora i denti. Lo sai cosa succede quando i resti di cibo rimangono lì a corrodere lo smalto: nei tuoi bei dentini si formano le carie. E non vuoi che succeda, vero?»

«No. Non voglio. Le carie fanno un gran male. E poi i denti guasti sono brutti.»

«Bene, allora. Adesso mangia e bevi.»

Poi la signorina Kvist si fece più seria.

«Katitzi, hai pensato al fatto che sono passati dieci giorni da quando tuo padre è venuto a prenderti?»

Katitzi annuì.

«Sì, lo so. E… signorina Kvist! Sa per caso qualcosa su mio padre? Per favore, mi parli un po’ di lui.»

«Posso provarci, Katitzi. Ma non so poi molto.»

«Mi dica tutto quello che sa, signorina Kvist!»

Katitzi aveva pensato spesso alla sua famiglia, ma non ricordava nulla. La mamma del circo le aveva detto solo che sua madre era morta quando lei era piccola. Talmente piccola da non poter avere ricordi.

La signorina Kvist le domandò:

«Non ti viene in mente nulla del periodo prima di arrivare al circo?»

«No. Anzi, sì. Una cosa strana. Dev’essere stato tanto tempo fa. Ricordo un grosso barile con dentro il fuoco. E poi ricordo che ero legata.»

«Quel barile doveva essere la vostra stufa.»

«Ma signorina Kvist, perché ero legata? Crede che…?»

«Katitzi, chiamami Gärda, così è più facile parlare.»

«Grazie», disse Katitzi cercando di fare la riverenza seduta sul letto.

«Vedi, Katitzi, credo che tu fossi legata perché non ti bruciassi sulla stufa. Magari da voi si stava così stretti che qualcuno rischiava di urtarti per sbaglio, e così ti hanno legata per evitare che finissi troppo vicino al fuoco.»

«Ma che cosa terribile! Perché non avevamo una stufa normale? Come qui. O come da quelli del circo.»

«Lo sai, vero, Katitzi, che ci sono tante persone sulla terra? E non tutte vivono allo stesso modo.»

Purtroppo, pensò tra sé e sé la signorina Kvist. E a voce alta aggiunse:

«Ci sono persone che se la passano peggio di altre.»

«Ma questo cosa c’entra con mio padre?»

«Be’, tuo padre vive a molte decine di chilometri da qui, e ha altri figli, i tuoi fratelli e le tue sorelle. Ma non so quanti.»

Katitzi s’illuminò.

«Ho dei fratelli e delle sorelle?»

«Sì. E sai, conosco una signora che vive vicino alla tua famiglia e mi scrive spesso. Sa che tu stai qui e conosce tuo padre, e dice che è molto gentile.»

«Ma Gärda! Quanto sono grandi i miei fratelli e le mie sorelle, cioè quanti anni hanno?»

«Questo non lo so proprio, tesoro. Ma quella signora mi ha parlato di una ragazza che avrà sui dodici o tredici anni. Era andata da lei a prendere in prestito un pentolone per lavare i panni. E la signora ne ha approfittato per chiederle come si chiamava e ha saputo che si chiama Rosa e che si prende cura di molti fratellini più piccoli. Tua sorella le ha detto anche che tu sei in un istituto, ma che presto tornerai a casa e che manchi tantissimo a tutti.»

Katitzi rimase in silenzio. A un tratto aveva difficoltà a formulare le parole.

«Ha detto… proprio così? Che manco tanto a tutti? Si ricordano di me?»

«Certo. Rosa ha sei anni più di te ed è normale che non ti abbia dimenticata.»

A Katitzi erano venuti altri pensieri.

«Perché deve prendere in prestito un pentolone? Non hanno la lavanderia come noi qui?»

«Non credo proprio che abbiano una lavanderia», rispose Gärda. «Ma qualcuno lascerà che usino la sua, e tua sorella ha solo preso in prestito il pentolone per bollire i vestiti.»

Katitzi aveva molto su cui riflettere, e non era sicura che quanto aveva sentito la rendesse tanto felice.

«Per non avere né una stufa vera né una lavanderia e neanche un pentolone, devono essere davvero molto poveri.»

La signorina Kvist rimase in silenzio per un po’. Ci aveva pensato parecchio. Sapeva che sarebbe stato difficile parlarne con Katitzi. Ma poi disse:

«Non credo che se la passino poi tanto male. E sai, secondo me ti troverai proprio bene laggiù, con i tuoi fratelli e le tue sorelle. Imparerai a volergli bene, e presto ci avrai dimenticati tutti.»

Katitzi non era per niente d’accordo.

« Non dimenticherò Gullan e Pelle! E non dimenticherò neanche lei, signori… voglio dire Gärda. Non dimenticherò mai chi è stato buono con me.»

«Mi sembra giusto, Katitzi. E magari ci incontreremo di nuovo in futuro, e vedremo quanto ti ricorderai di noi.»

«Dimenticherò solo chi è stato cattivo con me», disse Katitzi. Poi guardò la signorina Kvist e domandò:

«Gärda, è colpa di mio padre se ha i capelli neri e un barbone così grosso?»

«Certo che no. Credimi, molti uomini hanno la barba. Anche mio padre aveva la barba nera come il tuo, mentre la mia mamma era bionda. Invece a me sono venuti i capelli rossi, e ricordo ancora quanto mi prendevano in giro gli altri bambini a scuola. Mi chiamavano “la volpe” e “la torcia”.»

«E lei cosa faceva, Gärda? Li picchiava? Io sì, quando mi dicevano “la nera” per prendermi in giro.»

«No, Katitzi. Non facevo a botte e non rispondevo, perché sai, la mia mamma era un’insegnante e perciò dovevo sempre comportarmi meglio degli altri bambini. Ma parecchie volte avrei voluto picchiarli.»

«Come ha fatto a non picchiarli, Gärda? Io me ne sarei fregata che la mia mamma era un’insegnante. Gliene avrei date tante da mandarli al tappeto.»

«Sì, però, Katitzi, non va bene fare a botte.»

«Certo che va bene, se qualcuno ti prende in giro. Se no continuano.»

«Ma Katitzi, si potrà pur parlare con quelli che prendono in giro. Provare a spiegare.»

«Sì, a volte si riesce a parlare, e quelli capiscono. Ma non tutti capiscono a parole: alcuni capiscono meglio con un pugno in mezzo agli occhi.»

La signorina Kvist guardò Katitzi pensierosa, ma non disse altro.

«Gärda, si ricorda quando ero appena arrivata? Brut mi prendeva in giro per ogni cosa.»

«Brut? Vorrai dire Rut», la corresse Gärda.

«Sì, ma noi la chiamiamo Brut, perché è cattiva.»

«Ma allora la prendete in giro! Mettiti nei suoi panni, scusa. E se anche lei ci rimane male come te a essere presa in giro? Cosa succederebbe se tu la chiamassi con il suo vero nome? Magari non sarebbe così cattiva come dici. Hai mai provato? A proposito, per cosa ti prendeva in giro Rut, te lo ricordi?»

«Certo. E continua anche adesso, ma non mi importa più molto, perché i miei migliori amici mi aiutano.»

«Ma per cosa ti prendeva in giro soprattutto?»

«Perché avevo i capelli neri. E lunghi. E perché diceva che avevo dei vestiti strani. Ma i miei vestiti non erano strani, erano belli. Avevano i volant, e uno era azzurro ed è il più bello che abbia mai avuto. Me lo aveva fatto una volta la mia mamma del circo quando dovevamo andare a una festa.»

«Sì, anche a me piace molto il tuo vestito azzurro.»

«A Brut cioè Rut – invece no. Diceva che sembravo uno spaventapasseri quando me lo mettevo. Uno di quelli che abbiamo nel campo di fragole.»

«No che non sembri uno spaventapasseri con quel bel vestito. E tu cosa le hai risposto?»

«Cosa le ho risposto? Non lo so. Forse niente. Le ho tirato via il nastro dai capelli e l’ho pestato nel fango finché non si vedeva più.»

«Be’, non è stata una cosa molto carina da fare.»

Katitzi iniziava a esitare. Non avrebbe dovuto raccontare quell’episodio. Forse non era il caso di raccontare tutto agli adulti. Non capivano fino in fondo. A voce alta disse:

«Ma Gärda! Neanche Rut era stata carina con me. E poi aveva cominciato lei.»

«Questo è vero. Ma sai una cosa? Credo che Rut fosse molto invidiosa di te e del tuo bel vestito. Probabilmente lei non ha mai avuto un vestito così bello. Anche trovarsi a provare invidia per quello che non si ha non è facile.»

«Pelle e Gullan dicono che Brut è sempre invidiosa di me.»

Gärda annuì. Rimase un attimo in silenzio, poi disse:

«Ho un’idea, Katitzi.»

«Che idea?»

«Ecco, ho pensato: facciamo una festicciola per la tua partenza, e tu presti il tuo vestito a Rut. Credo che ne sarebbe felice.»

Katitzi non...



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