E-Book, Italienisch, 251 Seiten
Reihe: I Corvi
Svensson L'uomo con lo scandaglio
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-866-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 251 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 978-88-7091-866-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il mare è un mistero. Ne abbiamo tracciato i confini, scandagliato le profondità, ma rimane l'ultima frontiera, che forse non attraverseremo mai. Narratore con Linneo nell'animo, instancabile indagatore del mondo naturale, Patrik Svensson ha raccolto in questo libro multiforme - romanzo d'avventura, memoir, indagine scientifica - storie di personaggi celebri e individui dimenticati che si sono consacrati al mito del mare, dai naviganti polinesiani che attraversarono in canoa l'Oceano Pacifico a Piccard e Walsh, che per primi osservarono il paesaggio alieno della fossa delle Marianne. La storia del mare è una storia di curiosità umana - come quella di Robert Dick, il fornaio-naturalista che nel 1863 trovò su una spiaggia scozzese un fossile vecchio di 385 milioni di anni e rivoluzionò la teoria evolutiva - e di bellezza, come ci insegna Rachel Carson, che al mare dedicò pagine memorabili e che grazie al mare conobbe l'amore di una vita. Ma è anche una storia di soprusi, come testimonia l'ultimo viaggio di Magellano, quello in cui rimase ucciso, qui narrato dalla prospettiva di Enrique, il suo schiavo malese e forse il primo uomo a circumnavigare davvero il globo. Dalle antiche leggende di calamari giganti all'epopea dei capodogli immortalati in Moby Dick, passando per l'allarme ecologico a cui oggi nessuno può sottrarsi, L'uomo con lo scandaglio è un racconto sulle grandi domande della natura, quelle a cui nei secoli la nostra irrequietezza è riuscita a rispondere e quelle che la nostra filosofia non potrà mai sognare.
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La biglia blu
Sono nato il 7 dicembre 1972, nel tardo pomeriggio, all’incirca nel momento in cui, in quella stagione, il sole cala all’orizzonte secondo un ritmo prestabilito e la luce si tramuta in buio. Un bambino del crepuscolo, se si può esserlo.
Il 7 dicembre 1972 fu casualmente anche il giorno in cui gli ultimi astronauti partirono verso quel corpo celeste che si formò più di quattro miliardi di anni fa in seguito a una violenta collisione tra la Terra e un altro pianeta.
Erano passati tre anni e mezzo dalla missione dell’, e fu l’ che per la sesta e ultima volta, almeno finora, portò un equipaggio a sbarcare sulla Luna. L’equipaggio era composto dal comandante Eugene Cernan e dai due piloti Harrison Schmitt e Ronald Evans. Alla missione parteciparono anche cinque topolini che si chiamavano Fe, Fi, Fo, Fum e Phooey. Quattro giorni dopo il lancio, Cernan e Schmitt salirono sul modulo lunare per raggiungere la superficie della Luna, mentre Evans e i topi orbitavano intorno al satellite, riuscendo a completare settantacinque rivoluzioni. Dopo più di una settimana tutti tranne Phooey, che non sopravvisse al viaggio di ritorno, sarebbero rientrati sani e salvi sulla Terra.
Ovviamente tutti loro erano stati chiamati a quella missione per rappresentare la grande potenza americana vittoriosa, che nella conquista della Luna vedeva la possibilità di affermare la propria superiorità anche sulla Terra. Ma almeno i tre astronauti rappresentavano allo stesso tempo qualcos’altro, una necessità ancestrale di andare oltre. Erano partiti perché così bisognava fare. Perché non potevano lasciar perdere, perché è insito nella natura umana andare incontro all’ignoto seguendo quell’impulso atavico che semplicemente potremmo definire curiosità.
Forse gli astronauti provarono in cuor loro lo stesso indecifrabile anelito dei polinesiani che in un passato molto lontano erano salpati verso l’orizzonte nell’Oceano Pacifico. O di Leif Erikson quando aveva attraversato l’Atlantico in direzione dell’America. O di Ferdinando Magellano quando aveva veleggiato verso ovest per circumnavigare la Terra ed essere il primo a collegare il mondo in un tutt’uno. È un fenomeno che si è ripetuto spesso nella storia delle scoperte dell’umanità: un numero ristretto di persone parte per rendere il mondo un po’ più grande e allo stesso tempo un po’ più piccolo, e per dare a tutti noi l’opportunità di imparare qualcosa anche su noi stessi.
In pieno giorno di quel 7 dicembre 1972 i tre astronauti erano impegnati a fotografare. Avevano lasciato la Terra e la rampa di lancio in Florida a mezzanotte e in quel momento si trovavano a una distanza di circa 45.000 chilometri. In America era mattina presto, il che significava ora di pranzo nel posto in cui mia madre era in preda alle doglie. La navicella attraversava lo spazio e, con il sole alle spalle, i tre astronauti ebbero per un attimo una vista spettacolare sul loro pianeta illuminato quasi per intero. «So che non siamo i primi a notarlo», disse il comandante Eugene Cernan al centro di controllo di Houston, «ma vorremmo confermare che la Terra è rotonda.»
Poi prese la macchina fotografica, una Hasselblad: gli astronauti se la passarono di mano in mano e da quella distanza scattarono in un attimo una serie di immagini del globo. Era un’infrazione del protocollo. I viaggi sulla Luna seguivano un programma definito fino all’ultimo secondo, e a quell’ora nessuno avrebbe dovuto fare fotografie, non era nemmeno previsto che guardassero fuori dall’oblò. Invece fu proprio questo che fecero, e videro qualcosa di brillante e assolutamente speciale da cui non riuscirono a staccare gli occhi. Come capita spesso nella storia, furono l’istinto e il caso, e non la pianificazione, a determinare l’attimo.
Non sappiamo chi scattò quella fotografia che con il tempo sarebbe diventata leggendaria: com’era prassi, la NASA l’attribuì a tutto l’equipaggio. Fatto sta che uno di loro ritrasse la Terra dalla quale si stavano allontanando, il luogo che consideriamo la nostra casa, in un modo che non era e non sarebbe mai più riuscito a nessuno.
Spesso dico che quella è la mia prima foto ritratto. È impossibile, visto che sono nato qualche ora dopo, ma resta il fatto che quell’immagine mi ha sempre stupito. Al centro c’è l’Africa, dove un tempo ebbe origine la specie umana. Tutt’intorno, in una luce perfettamente nitida, si vede la sfera del globo, si vedono le distese dei ghiacci in Antartide, si vedono l’Oceano Atlantico e quello Indiano che circondano il continente africano come una membrana protettiva, e sull’orizzonte nordorientale si vede l’Asia allargarsi verso l’Oceano Pacifico. Tutto risplende vivido al sole, e allo stesso tempo tutto è circondato dalla pesante oscurità dello spazio, così fitta da sembrare impenetrabile. Si vede una piccola sfera pulsante di vita protetta da una sottile pellicola di atmosfera, calata in un nulla che appare eterno e inanimato.
Secondo la NASA l’ fu «la missione lunare dotata di equipaggio più produttiva e meno problematica.» Eugene Cernan e Harrison Schmitt stabilirono il record di permanenza sulla Luna, si spostarono per più di trentacinque chilometri sulla superficie del nostro satellite con un piccolo rover lunare e raccolsero più rocce, ghiaia e materiale che in qualunque missione precedente. Ma in fondo la cosa più importante che riportarono a casa fu quella fotografia. Dopo essere stata pubblicata per la prima volta la vigilia di Natale del 1972, è stata riprodotta più di qualunque altra foto nella storia. È un’immagine che suscita emozioni, spesso un senso di tenerezza e umiltà. Trasmette una certa consapevolezza istintiva non soltanto della nostra piccolezza nell’universo, ma anche della nostra vulnerabilità. Semplicemente, quel pianeta solitario e di un blu brillante circondato dal buio divoratore dello spazio appare tanto delicato.
È proprio una sorta di fragilità che, più di ogni altra cosa, sembriamo cogliere in quella fotografia. Vediamo che la Terra è fragile ed esauribile, e capiamo che lo è anche la vita. Ecco perché l’immagine diventò subito un simbolo importante del pensiero ecofilosofico che all’epoca stava per dar vita al movimento ambientalista di oggi. Quella foto cambiò radicalmente il modo in cui gli esseri umani guardavano sia la Terra sia se stessi.
L’immagine viene chiamata di solito «The Blue Marble», perché la Terra appare proprio così, come una biglia di un blu intenso e lucente. Quasi tutto è blu. Quasi tutto è mare. E chi la guarda per la prima volta è colto da un’ulteriore consapevolezza. È l’oceano blu intenso a dare alla Terra il suo colore, a conferirle il suo carattere peculiare e anche la sua bellezza. È l’oceano a rappresentare il presupposto stesso della vita che dal primo organismo unicellulare ci ha portato fin nello spazio. È stato l’oceano a modellare la nostra biglia blu fino a farla diventare com’è, ed è nell’oceano che vediamo quella vulnerabilità che è anche la nostra. Il corpo celeste che siamo abituati a definire nostro è in realtà un pianeta che appartiene al mare.
Io sono cresciuto in un paesino di questo pianeta, in una località della Scania nordoccidentale che contava un migliaio di abitanti, circondata da campi che si estendevano in ogni direzione. In lontananza un crinale scuro e boscoso si alzava come un’onda sopra il paesaggio. Il mare distava una trentina di chilometri.
In paese c’erano una scuola e una piccola fabbrica, una società di calcio e una chiesa, un negozio di alimentari e una casa di riposo per anziani, e poco altro. Però c’era una biblioteca, una piccola biblioteca di campagna con una bibliotecaria che sapeva esattamente su quale scaffale si trovava ogni volume e che catalogava tutti i libri su schede scritte a matita, disposte in ordine alfabetico in scatole di cartone nero.
Ci andavamo spesso, io e mia madre. A lei era sempre piaciuto leggere, da sempre andava in biblioteca. Era cresciuta nel paese, aveva cominciato presto a lavorare e aveva avuto la prima figlia, mia sorella, a soli diciassette anni. Sognava di diventare bibliotecaria, ma non ci riuscì. Lavorò nella casa di riposo, come cassiera nel negozio di alimentari e poi come baby-sitter. Per trovare un posto nel mondo le toccò acquisire presto molte competenze, ma erano soprattutto competenze pratiche. La lettura era un’altra cosa, un divertimento e un piacere. È anche questo che mi ha trasmesso: l’amore per i libri e le parole.
Leggevamo Astrid Lindgren e Tove Jansson, Ulf Stark e Roald Dahl, ma anche moltissimi saggi di divulgazione. Libri su animali e uccelli, sulla storia e sulla scienza, sull’antichità e sull’Egitto dei faraoni, sui vichinghi e sui nativi americani, sull’epoca dei viaggi di esplorazione.
Un giorno tornò a casa con un volume sui pesci marini. Era una specie di enciclopedia illustrata, con descrizioni brevi e concentrate. C’erano squali e razze, murene e barracuda. Un primo, piccolo spaccato della grande varietà di esseri viventi che si celano nel...




