E-Book, Italienisch, 288 Seiten
Reihe: Amazzoni
Stepnova Malia d'Italia
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6243-441-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 288 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-441-6
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
A 42 anni Ogarëv si è già reinventato innumerevoli volte. Ragazzino infelice della periferia operaia tardosovietica, lettore vorace, statuario sollevatore di pesi, soldato insofferente, medico brillante, marito venerato. Tutto ciò senza mai sentirsi pienamente vivo. Quando però, in un giorno d'ottobre, è Malja ad accomodarsi sulla poltrona delle visite, sotto le sue mani per la prima volta non ci sono né linfonodi né articolazioni, ma una donna, un incantesimo, la libertà. E mentre Mosca, sempre più prepotente e venale, scappa via dall'Europa, Ogarëv impara a essere e basta, senza etichette o cittadinanza, a lasciare che sia qualcun altro a indicargli la cura: la Toscana, la vernaccia, le ciliegie, la misteriosa baklevà. Dall'autrice delle Donne di Lazar', una mappa sconfinata per addentrarsi in quarant'anni di storia russa e riemergere in un inedito presente italiano, un viaggio per scoprire che, seppure abbandonarsi all'amore è tanto complicato quanto sperimentarne l'assenza, non c'è altra via possibile per conoscere il mondo.
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1.
Di Malja era rimasta soltanto la baklevà.
Nessuno sapeva cosa fosse. Ma era buona.
Prendere cento noci (costano, sì, ma che volete farci? È festa), sminuzzarle con un tritatutto. Di ferro, pesantissimo, l’impronta traditrice sullo sgabello, la manopola azionata con uno schiocco vorace che sale fino alla spalla. Quando si prepara la carne per i ripieni, occorre ripassarla come minimo tre volte. I tendini si avvolgono sulle lame dilanianti. Ma le noci vengono bene. In fretta.
Di panini al latte da nove copechi, due e mezzo.
Bruni, squadrati, i bordi untuosetti e appiccicosi. Il dorso marrone scuro laccato. Se sono da dieci copechi c’è anche l’uvetta. La metà che avanza finisce dritta in bocca, ma non tutta insieme, con cura, un pezzetto alla volta. Ad alcuni piacciono addirittura col burro, ma lì si esagera davvero. La morte delle arterie. In cucina entra il gatto, con le sue strambe dipendenze alimentari (piselli, infuso di camomilla; una volta si è bevuto di nascosto un bicchierino di porto, il mattino dopo stava malissimo). Annusata l’uvetta, strilla con tono perentorio, come gli oppositori di piazza Bolotnaja. Bisognerà dargliene un po’ – non fa niente, senza uvetta sono perfino più saporiti. Ora di quelli non ne fanno più, peccato. E il gatto è morto da un bel po’.
I panini vanno sbriciolati con le mani, quindi è importante che siano del giorno prima, un tantino raffermi. Ancora più importante è ricordarsene e non mangiarli la mattina col tè. Perciò si devono mettere nel portapane, lontano dagli occhi. Gola, lussuria, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria, orgoglio. Il santo vescovo Ignatij Brjancaninov. Lo scudo tintinnante e la spada santa. Perdonami, o Signore, poiché sono verme, bestia, non uomo, infamia degli uomini. Piacere di conoscervi. Piacere mio. A proposito, i protestanti cambiano l’accidia in pigrizia, e questo spiega molte cose. Moltissime. Perché un cristiano cui è vietato abbandonarsi all’accidia non è fratello di un cristiano cui è vietato darsi all’ozio. E gli sgozzati, i torturati, gli uccisi in nome di ciò si contano a frotte.
Amen.
Naturalmente, i panini al latte sono una convenzione. Una trovata recentissima. Scarabocchi di sconosciuti su un severo testo canonico. Osservazioni a lato. In origine c’erano soltanto miele, noci, semi d’anice. Noce moscata. I panini sono spuntati durante l’esilio, e non erano neppure al latte, certo che no, ma semplice pane. La povertà eterna. La paura della fame inscritta nel dna. I supermercati del Mediterraneo sono tuttora pieni di pani biscottati di ogni forma e modello. Contadini parsimoniosi. Mangiamo tutto, raccattiamo sul palmo calloso persino la briciola più piccola. Ma quelli erano profughi veri e propri, che non potevano contare sulla benché minima elemosina. Altro che panini al latte. Ci infilavano dentro ogni avanzo che riuscivano a farsi dare o a reperire. Erano lieti per la festa in arrivo. Si preparavano. Si preoccupavano.
È stata la mamma a inventarsi di usare i panini al latte? La mamma della mamma, forse? Lo diceva lei? Te lo ricordi?
Distoglie lo sguardo. Non dice niente. Di nuovo.
Va bene. Passiamo alla marmellata di rose.
Un tempo, procurarsela era un concetto inimmaginabile. Solo se avevi parenti del sud, ti guastavi il sangue e i nervi con tutte le loro sceneggiate astruse, le liti furibonde e infinite, le grida di giubilo, gli arrivi imprevisti di intere brigate o di un intero villaggio (il lunedì, senza preavviso, alle sei e mezzo di mattina). Sai che la nostra Žužunocka si è sposata, di’, te la ricordi Žužuna? Non me la ricordo e non voglio saperne! Ma ecco che dagli stracci del viaggio, dalle valigie traboccanti viene estratto con un fruscio delicato il prezioso barattolo. Petali di rosa sminuzzati con lo zucchero. L’amaro liscio e pungente. Sapore e aroma di donna. Ma possibile che non si poteva spedirla per posta, santiddiobeato?!
Di marmellata di rose ne serve un cucchiaio – non di più, perché…
Diavolo. Il telefono.
Sì, buongiorno. No, non ha proprio capito. Per il suo caso si raccomandano tre milioni di unità, non uno e mezzo. Non ne ha? Vorrà dire che le toccherà prenderne un milione e mezzo per due volte. Sa già a chi rivolgersi. Mi stia bene.
Sì. Arrivederci.
Dunque, le rose. C’è da dire che io non ho nemmeno una goccia di sangue né un parente del sud. Sono così russo da fare quasi schifo. Spirito puro, completamente inutilizzabile. Nemmeno per disinfettare. Per bere o medicare una ferita, bisogna diluirlo con acqua di fonte. Altrimenti brucia e mandi tutto in malora. Nella sua ipostasi a novantasei gradi, lo spirito va bene forse soltanto per sterilizzare. Non è facile fare i conti con la propria sterilità. Non è facile fare i conti con sé stessi. Una sola goccia di sangue diverso avrebbe dato alla mia vita tutt’altro senso. Ma… niente.
Lasciate che mi presenti: Ogarëv Ivan Sergeevic.
No, non sono parente di Ogarëv, il poeta e rivoluzionario dell’800, né compagno di Ogarëv, l’eroe dell’URSS.
Anche Ivan Sergeevic è soltanto una vuota reminiscenza letteraria.
Sono un medico.
Nient’altro che un medico.
* * *
Nella baklevà si aggiungono anche le amarene. Anzi, la marmellata di amarene, e pure di un tipo particolare: senza noccioli e senza sciroppo, praticamente asciutte, scure, lisce, stipate in barattoli da un litro. Una sopra l’altra. I noccioli si toglievano con le forcine. Vi ricordate com’erano fatte? Un pezzetto di filo di ferro a U, appena ondulato, con minuscole sferette alle estremità appuntite – per non ferire la pelle sottile. I gomiti sollevati, i movimenti rapidi delle dita cieche che sistemano la crocchia sulla nuca, la testa inclinata a mo’ di uccellino. La treccia. La riga. I riccioli sulla fronte bassa e tenera, e dietro sul collo. Una domanda fugace e indistinta tra le forcine sorridenti, strette fra le labbra. Più incantevole di una donna che si acconcia i capelli c’è soltanto la donna che ami. Peccato che oggi se li taglino tutte, stupide.
Quelli di Malja erano lunghi. E anche lei lo era.
Pulire le amarene richiede tempo: è un lavoro da certosino, meglio farlo in due se non in tre, e ti impiastricci lo stesso fino alla punta del naso, alla fine non c’è verso di pulire il succo, lèvati, non stare sempre qui fra le donne ché sei un ragazzino, come non c’è verso, mia cara, si pulisce benissimo. Basta mezzo cucchiaino di limone…
Gironzolo, ogni tanto mi guardo intorno e trascino apposta i piedi, raccogliendo con i sandali la sabbia, i rametti secchi, gli appiccicaticci e invisibili fantasmi dei pinaroli futuri – una dacia nei dintorni di Mosca, sconosciuta, le fragili impalcature di legno dell’infanzia passata.
Sono un ragazzino. Mi cacciano. Mi rifiutano.
Capisco già che è una tragedia, ma non mi rendo conto che andrà sempre così.
Le amarene sventrate si mettono in un paiolo – grande, di rame, con i manici di legno – e si cuociono “secondo una ricetta che Agaf’ja Michajlovna non conosceva e che non contemplava l’aggiunta di acqua”. Ricordate in Anna Karenina? Ma no, come fate a ricordare… La compagnia femminile in terrazza, intenta a confezionare vestine e fasce. Kitty incinta. La torta del dottor Anke. Limoni, burro, odio – direttamente dalla cantina, è più fresco. Chissà se lo sapeva, il povero Nikolaj Bogdanovic Anke, carissimo dottore, professore di farmacologia, medicina generale e tossicologia dell’Università di Mosca, consigliere segreto, nato a Mosca in una famiglia di mercanti il 6 dicembre 1803 e morto nella stessa città il 17 dicembre 1872, che la torta fatta secondo la sua ricetta avrebbe acquistato una tale penosa immortalità? Ljubov’ Aleksandrovna, da nubile – oh, la musica della passione illecita! – Islavina, da coniugata – oh, l’arida prosa del matrimonio! – Bers. La tremante e perennemente incinta moglie di Andrej Evstaf’jevic Bers, anch’egli medico.
Colleghi. Una confraternita velenosa.
Il suo punto di vista non regge ad alcuna critica, vecchio mio. La sua clientela mi sta sulle scatole. I suoi successi sono il risultato dell’incresciosa stupidità di persone che affidano ciò che hanno di più prezioso – la loro salute – a ciarlatani ignoranti. Lei è un incapace nelle diagnosi. Ma quando verrà anche per lei l’ora di morire, di prendere a piccoli sorsi (prima, e dopo, e invece dei pasti) la sua dose di sofferenze terrene, ci raccoglieremo tutti al suo triste capezzale, tutti, dal primo all’ultimo, e unendo le fronti spaziose e agitando le ali sciupate, cureremo con abnegazione, con fervore, non avremo più speranze e però pregheremo, e non ci faremo pagare, no, no, ai nostri non chiediamo prebende, per i nostri stiamo in ginocchio gratis, perché siamo sempre troppo pochi, miseramente pochi, noi autentici sacerdoti scelti del vero Dio. I medici.
Trenta minuti. Trentacinque.
Continui lei il massaggio, collega, non ce la faccio più.
Le coste rotte in nome della vita sfuggente. Il cuore in arresto. Le occhiaie nere. Il sudore gelido lungo la schiena. La terapia della disperazione. Nessun segno di attività vitali. Il cervello era morto già prima che iniziassimo.
Continui il massaggio!
È tardi. È morto.
Arrostito sullo spiedo di una diagnosi errata, ucciso da una folla rozza e inferocita, avvelenato dal vibrione del colera inghiottito in un sorso, contagiato da un paziente, ridotto in cenere, ostruito da placche di colesterolo, tagliuzzato,...




