Stangerup | L'uomo che voleva essere colpevole | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 160 Seiten

Reihe: Narrativa

Stangerup L'uomo che voleva essere colpevole


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-863-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 160 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-863-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un uomo, dopo una lite violenta, uccide sua moglie. È una sera qualunque, in un apparta- mento come tanti, a Copenaghen. Ma l'azio- ne si svolge in un prossimo futuro e in una società che molto somiglia all'ideale modello della socialdemocrazia scandinava, deforma- ta quel che basta a renderla più universale. Lo Stato che si prende cura del bene comune «dalla culla alla tomba» si è trasformato in una gabbia di conformismo, regno del con- senso e dell'eufemismo, in cui tutto è pia- nificato e obbligatorio, compresa la felicità. E poiché l'omicidio non è altro che insuffi- ciente adattamento sociale, Torben, l'assas- sino, viene sottoposto a cure psichiatriche e rimesso in libertà. Ma contro le regole di un sistema che nega la responsabilità individua- le, Torben si ostina a voler essere giudicato e punito per quel che ha fatto. L'uomo che vole- va essere colpevole è la storia di un processo kafkiano alla rovescia: l'inutile e sempre più assurdo tentativo del protagonista di dimo- strare la propria colpa, l'angosciante senso di isolamento, la spirale di dubbi, lo sfaldar- si dell'identità e della realtà stessa diventa- no emblematici della condizione umana in un mondo che rifiuta la dimensione etica e si illude di delegare alla scienza la soluzio- ne dei problemi morali. Solitari destinati a perdere nella lotta impari contro il proprio tempo, i personaggi di Stangerup, figli di Ki- erkegaard, preferiscono sempre e comunque prendere il rischio della loro verità e provare a essere «Quel singolo» che il filosofo danese voleva scrivere sulla sua tomba.

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2


Non riusciva a capire tutta quella gentilezza. Gli infermieri erano gentili, alla mensa dell’ospedale erano gentili, il personale di guardia era gentile e anche gli psichiatri erano gentili, soprattutto lo psichiatra che si occupava del suo caso e con cui aveva un incontro settimanale che di solito si protraeva per quasi tutto il pomeriggio. Lo psichiatra era basso di statura e aveva il mento molto pronunciato, occhi piccoli e curiosi nascosti dietro un paio di occhiali che gli davano un’aria da intellettuale. Ogni volta che Torben andava a trovarlo a casa (una villa confinante col complesso ospedaliero) c’era sempre ad aspettarlo una bottiglia di sherry. Le conversazioni si svolgevano in uno studio le cui pareti erano tappezzate fino al soffitto di libri, che includevano romanzi e raccolte di poesia. Lo psichiatra era noto anche fuori dalla sua cerchia, per i suoi studi e articoli sulla letteratura danese, un interesse a volte criticato dai colleghi, che ritenevano che avrebbe fatto meglio a limitarsi a pubblicazioni su riviste specializzate. Quest’interesse per la letteratura era senza dubbio uno dei motivi per cui il caso era stato affidato a lui: tra i romanzi della sua biblioteca c’erano anche i due che Torben aveva scritto negli anni Settanta, entrambi in edizione originale. Superate le prime settimane di disperazione all’idea di aver ammazzato Edith in un attacco di follia da alcol, durante un colloquio lo psichiatra si era divertito ad analizzare professionalmente i protagonisti maschili dei suoi libri. Ed egli si era divertito a sua volta a far notare che loro due si trovavano nella classica situazione in cui uno psichiatra, con supponenza e usando un rigido apparato concettuale, elabora una teoria già spiegata con estrema chiarezza nel testo, anche se in forma artistica e perciò universale, assoluta. Credeva davvero che non sapesse che i suoi personaggi erano dei depressi, alla disperata ricerca di esperienze vitali, bloccati nei loro sentimenti, egocentrici, idiosincratici, affetti da un morboso attaccamento alla madre e da un forte complesso di fuga dalla realtà?

«Forse è per questo che preferisco occuparmi di letteratura e non solo di teorie, con grande rabbia dei miei colleghi», rispose gentilmente lo psichiatra. «Quel che diceva sull’universale, assoluto… Mi dica una cosa, perché ha smesso di scrivere?»

«Perché… perché… Non è semplice da spiegare…»

E così lo psichiatra era riuscito a costringerlo a una risposta che era come risalire alle origini del mondo.

Aveva scritto entrambi i romanzi quand’era nel sud della Francia, dove si era trasferito con Edith. Era dopo la rivolta studentesca degli anni Sessanta e avevano bisogno di vedere chiaro dentro di sé. Avevano partecipato attivamente all’occupazione delle università e alla creazione di zone «libere» nel paese. Erano passati attraverso le droghe leggere, i campi di hippies e persino Cuba, per aiutare nella raccolta dello zucchero, insieme a un gruppo di studenti scandinavi. Ma a poco a poco lo spirito di quegli anni si era dissolto e l’entusiasmo si era trasformato in settarismo, depressione e paranoia. Era arrivata una nuova generazione che affermava di essere l’unica autenticamente rivoluzionaria: la rivoluzione non usava più le armi dei fiori gettati alla polizia e la provocazione dei pantaloni calati, ora si parlava di bombe molotov, di patate con le lamette, di caccia ai porci. Ma i porci erano dappertutto: erano porci i poliziotti, i politici e gli uomini d’affari. E poi c’erano porci che non si vedevano, che si travestivano da professori universitari progressisti, da figli dei fiori e da ingenui artisti che viaggiavano sognando la loro infanzia. La paranoia cominciò ad avere il sopravvento e tutti avevano paura di tutti. La tensione quotidiana di essere sempre all’avanguardia era diventata come una colite cronica. Lui e Edith erano arrivati senza accorgersi al punto di non poter fare a meno di gridare «fascista» anche a qualsiasi posteggiatore per la strada. Seguirono mesi di discussioni autodistruttive, penose e odiose nei vari collettivi di Copenaghen. All’università, dove Torben si era illuso di studiare letteratura continuando a scrivere e pubblicare i suoi racconti (sempre più di nascosto), i vecchi cattedratici di una volta venivano allontanati, vittime di un esaurimento nervoso, oppure si rifugiavano in Australia, ed erano sostituiti da una nuova generazione di professori che, con il loro assolutismo ideologico fremente sulle labbra, si erano impegnati con dedizione a gettare gran parte della letteratura mondiale nella pattumiera della Storia. Non c’era più né dialogo né dibattito. Nacque allora l’idea di andarsene. Via, via da tutto, via da una Copenaghen che diventava sempre più morbosa e decadente, distruttiva per lo spirito e per il fisico. Ma la paranoia era ormai così radicata in lui che esitò a lungo prima di parlarne a Edith: il peggio sarebbe stato apparire un rinnegato agli occhi di sua moglie! Ma scoprì che Edith, senza avere il coraggio di confessarselo, provava il suo stesso malessere. E in più gli aveva rivelato di essere incinta.

«La solita storia», sorrise lo psichiatra. «Continui!»

Continuò descrivendo la notte passata a camminare in Rådhuspladsen. La decisione di vendere tutto. Partire. Andare al Sud. La felicità! La sensazione di rinascere. La fine degli incubi sulla perfettibilità dell’umanità e l’inebriante riscoperta di essere liberi.

Una settimana dopo erano in un paesino a venti chilometri da Nizza. Si era messo subito a lavorare al suo romanzo: la storia di un assistente universitario che si trova schiacciato tra professori e studenti; rinuncia alla sua tesi di dottorato (cose d’altri tempi!) e finisce all’ospedale psichiatrico con la serena convinzione di essere la reincarnazione di Dag Hammarskjöld. Sembrava che il libro si scrivesse da solo, i capitoli uscivano uno dopo l’altro dalla macchina da scrivere, come se lo sapesse a memoria: se l’era tenuto dentro per anni. Contemporaneamente dentro a Edith cresceva Jesper. Intorno l’aria profumava di lavanda e di aromi mediterranei. Nel caffè vicino incontravano operai e contadini comunisti che rappresentavano per loro esattamente il prototipo dei veri comunisti: cordiali, partecipi, liberi da ogni forma di nevrosi e di puritanesimo, con una fede elementare nel valore dell’uomo, che non ha bisogno di lacerazioni mentali e di interminabili dibattiti, insomma l’opposto del mediocre pietismo nordico.

Edith era al settimo mese di gravidanza quando tornarono in Danimarca, e il romanzo era finito. Era piena estate: Tivoli riversava i soliti fiumi di birra e gli innumerevoli panini di segale. Una casa editrice gli spalancò le porte. Il romanzo fu immediatamente accettato e uscì quando Edith partorì. Le ottime recensioni e le discrete vendite permisero a tutti e tre di tornare in campagna. Torben aveva in mente un romanzo su un giornalista di successo improvvisamente fulminato dalla cultura alternativa, che da un giorno all’altro rivoluziona la sua vita. Scambia moglie, casa, automobile e whisky con una drogata, una camera d’affitto con materasso per terra, una catena al collo e Marx sotto il cuscino. Naturalmente è destinato a scontrarsi con l’incomprensione generale e finisce per cospargersi di benzina e darsi fuoco. Ma il romanzo era troppo simile al primo e Torben si bloccò al secondo capitolo. Finché non gli venne l’idea di parlare con totale franchezza e onestà di sé e di comparire in prima persona nei capitoli pari del libro: un giovane scrittore fugge da Copenaghen per il Sud, dove cerca una via d’uscita dalla crisi di coscienza politica che lo tormenta, scrivendo disperatamente la storia del suo alter ego, le sue velleità e i suoi vani tentativi di essere accettato tra i giovani rivoluzionari, che lo porteranno a suicidarsi. Nuovo ritorno a Copenaghen con il manoscritto, consenso immediato, altre recensioni positive il giorno dell’uscita («Insomma: un artista tra i ribelli»), premio letterario, quattro ristampe, club dei lettori, edizione economica, trasmissioni televisive, traduzioni in svedese e in norvegese…

«Ma tutto questo lo sa già», disse Torben.

«Continui a raccontare», rispose lo psichiatra.

Continuare a raccontare? Ma cosa c’era d’altro? Erano rimasti in Danimarca; ora che aveva abbastanza denaro si erano comprati una casa a Frederiksberg. Per qualche mese non ci fu dibattito pubblico al quale non prendesse parte e guadagnava moltissimo. Aveva cominciato a prendere le distanze dagli estremisti che diventavano sempre più dogmatici e aggressivi nella loro disperazione, ora che avevano messo al mondo figli e dovevano scontrarsi con le necessità quotidiane. Per un certo tempo riuscì a cavarsela con dichiarazioni del tipo che «sognava una società che sapesse conciliare John Ford e Karl Marx». Ma a poco a poco sentì di nuovo tornare la stanchezza e l’insoddisfazione. Inoltre lui e Edith stavano vivendo al di sopra dei loro mezzi. Si sentì sempre più spesso dire che si ripeteva e che rischiava già di avvicinarsi al fatale momento in cui un autore non sa più rinnovarsi: avrebbe finito per diventare un critico amaro e sorpassato, apprezzato dai pochi sopravvissuti...



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