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E-Book

E-Book, Italienisch, 168 Seiten

Reihe: Saggi

Staid La casa vivente

Riparare gli spazi, imparare a costruire
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-6783-325-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Riparare gli spazi, imparare a costruire

E-Book, Italienisch, 168 Seiten

Reihe: Saggi

ISBN: 978-88-6783-325-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Abitare è una delle principali caratteristiche dell'essere umano e la casa è il luogo umano per eccellenza. Domandare a qualcuno «dove vivi?» vuol dire chiedere notizie sul posto in cui si svolge la sua attività quotidiana. Ma soprattutto su quello che dà senso alla sua vita. Servendosi anche di un suggestivo giro del mondo tra le architetture vernacolari, il libro va in cerca del senso profondo dell'abitare. Dalle Ande peruviane alle montagne indiane, passando per il Vietnam e la Mongolia, Andrea Staid ci racconta che una palafitta sul lago Inle in Myanmar si regge su pali di bambù che vanno controllati e spesso cambiati, oppure che le travi del pavimento di una casa nelle montagne del Laos invecchiano, respirano e vanno revisionate. Ci racconta quindi che le case sono vive. In questo libro non ci sono solo esperienze lontane, perché dai viaggi c'è sempre un ritorno e ovunque sta nascendo la consapevolezza di quanto sia importante vivere (dunque abitare) in un modo più sostenibile ed ecologico. Da questa necessità nascono le esperienze di autocostruzione che stanno crescendo in tutta Italia e la scelta dell'autore di abitare in un rapporto diretto con la natura, in una casa che di natura si nutre e che è stata costruita assecondandone i ritmi e gli spazi. 'La casa vivente' unisce antropologia ed esperienza personale, viaggio ed etnografia e ci invita a ripensare il nostro modo di immaginarci nello spazio.

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Incipit


Ho cominciato a riflettere sul significato della parola “casa” negli ultimi dieci anni, anni in cui ho avuto la fortuna di viaggiare e di osservare da vicino il Sudest asiatico, e più in generale l’Asia, dalla Thailandia fino al Laos, visitando Myanmar, Vietnam, Cambogia, Cina, India, Nepal, Mongolia. In tutti questi luoghi ho incontrato una cultura del costruire e dell’abitare che innesca processi di autogestione territoriale.

Mi trovavo in Nepal pochi mesi dopo il terribile terremoto del 2015 e ho visto che in molti non hanno atteso l’arrivo dei permessi governativi per cominciare a ricostruire le proprie abitazioni; le zone rosse che delimitavano le aree accessibili da quelle vietate non venivano rispettate. In questi contesti erano e sono tuttora evidenti i segni dell’autocostruzione e dell’assenza di delega del “potere” di abitare. Camminando per Kathmandu il mio stupore crebbe ancora: nulla era stato realmente sigillato. Persino la famosa Durbar Square, patrimonio dell’UNESCO, era animata da centinaia di cittadini; non attraversata ma proprio vissuta. Vi fiorivano commerci, i bambini giocavano, nascevano scuole a cielo aperto.

Viaggiando in Asia non solo mi hanno colpito l’autocostruzione e l’assenza di delega, ma ho notato un altro dato molto importante: il valore e il significato che si dà alla propria casa. Qui l’abitazione non è quasi mai un’unità mononucleare, ma è legata a una famiglia allargata. Sebbene esistano molte declinazioni e differenze tra i vari Paesi che ho visitato, una caratteristica si può dire comune: la casa è sempre parte della famiglia e la famiglia attraversa la casa.

Friedensreich Hundertwasser, artista e architetto di origini austriache, affermava che l’uomo possiede tre pelli: la propria, gli abiti e la dimora. Tutte e tre devono rinnovarsi, crescere e mutare. Se la terza pelle, ovvero la casa, non cresce e non si modifica con le altre, si irrigidisce e muore, come la cute secca.

La visita delle montagne di Sapa, in Vietnam, e delle alture di Chiang Rai, in Thailandia mi ha permesso di entrare in contatto diretto con le comunità indigene Dzao e Hmong, esperienza che mi ha fatto molto riflettere.

Come antropologo l’esperienza sul campo o, meglio, l’etnografia è alla base del mio modo di lavorare perché è in quel momento che cerco di rendere familiare ciò che non lo è, e inusuale ciò che per me è consueto, e in quel contesto, per farlo, mi sono presentato ai membri delle comunità indigene con alcune fotografie della mia casa di allora. Avevo fotografato il palazzo nel quale abitavo, nel quartiere Barona di Milano, ripreso dall’alto al basso, per dare l’idea della verticalità dei suoi tredici piani. Nelle fotografie si vedevano il giardino condominiale, la porta blindata e una telecamera di sorveglianza a 360° che il comune aveva installato all’inizio della via.

Per un’etnografia che sia davvero partecipativa, prima di fare qualsiasi domanda al proprio interlocutore è necessario raccontarsi, spiegare chi si è, cosa si fa e come si vive, e questo per porre le basi di uno scambio reale e cominciare una pratica di indagine non egemonica.

Negli ultimi anni di ricerca etnografica, svolta nei più vari contesti, ho sondato le frontiere di un’importante distinzione che separa l’intervista dalla conversazione; da un lato, il rapporto tra intervistato e intervistatore presenta sin dall’inizio una struttura asimmetrica, perché i ruoli dei due interlocutori sono definiti in modo più o meno rigido e senza possibilità di scambio delle parti. Al termine dell’intervista io torno a casa, nel mio Paese, vado al parco con il cane o a cena con gli amici, mentre l’intervistato rimane nel suo contesto sociale, culturale e di classe. Sarebbe ingenuo credere di potermi posizionare nello stesso habitus dell’intervistato. Anche il mio ruolo all’interno dell’interazione spesso differisce da quello del mio interlocutore: sono io quello che la maggior parte delle volte fa le domande, mentre lei o lui ha l’incarico di trovare delle risposte. Tuttavia, sia pure nelle contraddizioni della ricerca, il metodo qualitativo attribuisce all’intervistatore un ruolo partecipativo, percettivo ed ermeneutico-interpretativo che è assente nella ricerca quantitativa.1

Sul campo, durante i miei viaggi di osservazione etnografica, la prima cosa che cerco di fare è creare un clima di fiducia e di ascolto attivo. Chiarisco gli intenti della ricerca con i miei interlocutori e non fingo di essere ciò che non sono. Per questo tra le comunità indigene Dzao, in un villaggio di palafitte situato a duemila metri di altitudine totalmente autocostruito, ho iniziato a rapportarmi con gli abitanti del villaggio descrivendo la mia casa attraverso le immagini. Ho cominciato mostrando la foto della porta blindata dell’appartamento e a quel punto il nucleo familiare con cui stavo lavorando ha osservato l’immagine e mi ha chiesto che cosa fosse. Ho detto che si trattava della porta di casa e mi hanno risposto che anche loro avevano una porta, di legno, che si apre e si chiude senza difficoltà; non capivano perché quella fosse così grande e spessa. Ho spiegato allora che, dove abito io, quando siamo in casa, andiamo a dormire o usciamo chiudiamo quella porta a chiave.

«E non avete paura?», mi hanno chiesto a quel punto.

Domanda interessante, che ribalta il nostro concetto di sicurezza, così come il modo in cui ci rapportiamo con i luoghi che abitiamo e con le persone che vivono con noi. A un osservatore distante sembra che ci sentiamo sicuri soltanto rinchiusi, forse perché non ci riconosciamo nella comunità in cui viviamo e abbiamo paura di quello che si colloca fuori dal nostro nucleo familiare, che è spesso mononucleare ed eteronormato. In una società in cui invece il soggetto si riconosce nella sua comunità (pur con tutti i problemi relativi al controllo che ciò comporta), l’apertura della porta di casa è qualcosa che fa sentire sicuri. Se si sta male, qualcuno può entrare ad aiutare, se si ha bisogno di qualcosa si può accedere e chiedere. Il nostro concetto di sicurezza, così come quello di casa, sono relativi ed esprimono una precisa organizzazione biopolitica dell’esistente.

Come seconda immagine ho mostrato agli abitanti del villaggio le foto del giardino condominiale mantenuto in condizioni perfette: pulito, con l’erba del prato ben rasata e la chioma degli alberi modellata secondo precise forme geometriche. Quando mi hanno chiesto cosa fosse, ho spiegato che si trattava di un giardino condominiale: il bene comune e collettivo del palazzo in cui abitavo. Ho aggiunto che gli appartamenti sono privati, quindi pagati e considerati come merce, cosa abbastanza strana per chi non vive in una società basata sulla proprietà privata, mentre il giardino era uno spazio collettivo. L’hanno trovata una cosa bella e mi hanno domandato come mai non ci fosse niente: nessun tavolo, nessuna sedia, nessuno scambio di opinioni o di oggetti tra le persone. Ho risposto che per via delle regole legate al decoro, ai condomini non è consentito fare molto all’interno di quello spazio. Anche questa per loro era una cosa inconcepibile, il fatto che esistesse una zona comune in cui non si potesse fare nulla di collettivo. Nei giardini condominiali non si possono lasciare le biciclette, non si può mangiare tutti insieme né giocare a pallone, perché non sarebbe decoroso.

Mentre raccontavo queste cose, i miei interlocutori mi guardavano come se fossi un folle, e in effetti è piuttosto assurdo che il nostro modo di vivere lo spazio comune coincida con il vietare qualsiasi relazione del collettivo e che tutto quello che abbiamo fatto sia stato creare norme che ci impediscono di viverne il potenziale relazionale e sociale.

Poi, ho mostrato loro le fotografie della telecamera a 360°.

In Antropologia interpretativa, Clifford Geertz parla di «concetti vicini all’esperienza» e «concetti distanti dall’esperienza», riprendendo una distinzione formulata a suo tempo da Heinz Kohut.2

Un concetto vicino all’esperienza è un’idea di cui ci si serve in modo spontaneo, nell’immediatezza e praticità del discorso comune, senza riflettere sul fatto che questo includa significati e che debba servire per raggiungere obiettivi scientifici, pratici o filosofici. Vedendo una telecamera a 360° tutti noi capiamo che cosa sia e a che cosa serva, ma spiegarlo ai nativi dei monti di Sapa è complesso e questo perché si tratta di un concetto lontano dalla loro esperienza. La mia provocazione era quindi deliberata: osservando la fotografia non avrebbero mai potuto dire che cosa fosse o che cosa rappresentasse quell’oggetto nella mia società. Quando ho detto loro che si trattava di una telecamera, hanno ammesso di conoscere l’oggetto, ma non comprendevano perché qualcuno l’avesse collocato così in alto e all’inizio di una strada. Allora ho spiegato che quella telecamera, come la porta blindata, era lì per la nostra sicurezza: se fosse accaduto un crimine, la registrazione ci avrebbe permesso, forse, di risalire a chi l’aveva commesso e di punire il colpevole.

Per noi questo è del tutto normale, ma in una società in cui i soggetti si riconoscono nella comunità, la sicurezza non si basa sulla registrazione...



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