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E-Book

E-Book, Italienisch, 238 Seiten

Soscia Gli dei notturni

Vite sognate del ventesimo secolo
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-149-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Vite sognate del ventesimo secolo

E-Book, Italienisch, 238 Seiten

ISBN: 978-88-3389-149-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Cosa sognava la giovane Marilyn Monroe, operaia in una fabbrica di fusoliere? E quali erano le visioni che angustiavano Aldo Moro nei giorni della sua prigionia? Quali incubi colsero Janis Joplin durante la sua ultima notte? Danilo Soscia interroga il mistero e il mito del Novecento. Donne e uomini del cinema e dello spettacolo, capi di stato e politici, musicisti, pittori, scrittori e scrittrici, scienziati, sportivi, anime nere e irregolari, santi e abietti, tutti insieme in un variopinto corteo, in una variopinta sinfonia. Tommaso Landolfi corteggia il Caso a Sanremo, nelle pieghe ostili della roulette, Eva Braun consulta arcane sibille berlinesi, Sylvia Plath riscrive in trance la storia di Dedalo e Icaro, Giulio Andreotti sogna un'epidemia di peste, Amedeo Modigliani dialoga di notte con i suoi dipinti, Charles Bukowski brinda con la morte in un cimitero semiabbandonato di Hollywood. Fedele lettore del Libro dei sogni di Artemidoro, Soscia scrive quaranta esemplari «ipnografie», ovvero biografie colte nella loro completezza ermafrodita, del tutto vere e del tutto fasulle. Gli dei notturni riempie, con il racconto onirico, il vuoto lasciato dalla storia ufficiale, e fa del sogno un testo irriducibile, una matrice che attraverso percorsi imperscrutabili si incarna nelle esistenze e le divora.

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Aldo Moro


Intravedevo lo schermo con la sorpresa innamorata di una gazza davanti a un bottone d’oro. Sulla superficie elettrica dell’apparecchio non si agitavano le solite ombre, le scenografie secondarie, le odiose sagome annerite che passavano, vivevano, a commento di una voce invisibile. Ero di fronte a una manifestazione più alta. Un’epifania oscura, troppo vasta per le consuete geometrie della mente. Se l’anima è simile a un vaso che si colma della quantità necessaria e sufficiente di luce, quello che riuscivo a vedere spazzava via l’argine di questa misura. Il televisore era una fonte di radiazioni, in più di un senso. Le emanava attraverso di sé, torcia di suoni e di figure lampanti. Ma le emanava di per sé, più violente, promotrice di storie, di miti, di vite che ricadevano sotto il misterioso giogo dell’allegoria.

Le porte della mia prigione restavano socchiuse quel poco che mi consentiva di tenere gli occhi fissi all’apparecchio. Un astro che abbronzava il mio volto stanco, e ne leniva la passione. Le immagini arrivavano mute. I miei ospiti non cedevano quasi mai alla corruzione di un commento sonoro, salvo quando le notizie riguardavano la mia prigionia, il mio stato di salute o il mio equilibrio. Allora serravano le porte, impedendomi di ascoltare, mentre io tornavo frastornato alla lettura di Isaia, alla mia penna.

Era aprile quando assistetti in televisione alla prima avventura del gigante di acciaio. Un personaggio da folclore ebraico, uno smisurato golem nella cui testa galleggiava la sagoma esile di un ragazzo, che ne era il manovratore, il nocchiero. Trovavo quella soluzione particolarmente ispirata. Figurava in maniera quasi didascalica il dominio cerebrale dell’uomo sulla macchina. Quel giovane incarnava un’istanza dell’anima, la Ragione a suo modo, o forse la prassi illuminata e benigna di chi manovra la tecnologia per il bene collettivo. Il corpo di acciaio era solo uno strumento, la parte finale, di un processo che aveva avuto nella fede la sua genesi. Per questo il pilota era stato collocato nella testa del gigante, e non nel petto, nel quale forse avrebbe goduto di uno spazio di manovra maggiore, di una vicinanza eletta con la parte emotiva, ma meno compatibile con il governo di un potere così grande.

Il tocco del suo piede faceva tremare i palazzi, e le ciminiere delle fabbriche non ragguagliavano i suoi avambracci. Fendeva l’aria con una sciabola moresca, e dagli occhi di specchio emanava un bagliore argenteo. Era un arcangelo, terribile, talvolta privo di umana comprensione, inviato dall’Onnipotente a sradicare la noia, il peccato, il delirio di possesso che si agitava nell’animo di ciascuno. Il colosso sapeva volare, e inconsapevole della sua gravità sollevava la massa iridescente senza avere mai un’esitazione, figlio del sole, e arbitro della morte.

Ha bisogno di altra luce per scrivere, Presidente?

No. Vi ringrazio di ogni cosa.

Ha ancora fame, Presidente? Gradisce altro?

No, non debbo mangiare più del minimo.

Quanto tempo crede potrà durare la sua prigionia, Onorevole?

La risposta è nella vostra buona volontà, cari ragazzi.

Sognai che l’automa volava sopra la mia testa, descrivendo brevi cerchi concentrici. Volava sulla mia famiglia e sui tetti incompiuti delle case. Dalle nubi all’improvviso precipitò un demonio tra scintille e urla volgari. Il gigante d’acciaio accorse e lo infilzò. Le sue mani meccaniche, guidate da un ingegno feroce e giusto, si distaccarono dall’impianto dei polsi e corsero alla gola del diavolo, fino a quando gli occhi e la lingua di costui non caddero a terra, bruciando ogni cosa. Noi tutti applaudimmo, e il pilota, posato il mostro divino, venne a salutarci. Non mostrava più anni del più giovane dei miei figli. Gli accarezzai la testa in segno di riconoscenza, ma costui si scostò evitando il mio gesto affettuoso. Lo vidi risalire nella sua cabina cerebrale e ripartire senza mai voltarsi. Durante la manovra, il cigolio della sua carne accelerò il battito del mio cuore, mi serrò la gola.

Aprii gli occhi, consumato dal panico e dal dispiacere.

Ha bisogno di altra luce per scrivere, Presidente?

Sì, altra luce per favore.

In sogno lambivo chilometri di cantieri, case nuove, solchi fangosi di tubature appena tracciate. Vestito della sola canottiera e di un paio di pantaloni da cerimonia, marciavo attraverso i complessi immobiliari che un giorno sarebbero stati. Capitava di inciampare nella carcassa di qualcuno, ma si trattava di corpi antichi, salme pompeiane che non sapevo riconoscere. Durante una di queste ricorrenze giunsi sul discrimine di una grande sala da bagno, il cassone dell’acqua in ceramica, la doccia verticale, e vidi me stesso sdraiato a terra, gli occhi devoti di chi era stato colto di sorpresa, ma senza vero dissidio, perché la morte può raggiungere chiunque e in qualunque tempo, anche nel vuoto di un’alba. Unici testimoni una lametta, un vecchio asciugamano liso, un pennello e una scatola di sapone. Alcuni uomini paludati vennero a raccogliere il mio corpo. Mi opposi, Lasciatelo qui, vi prego, lasciate che siano i miei familiari a ritrovarlo. Uno di loro, il più benevolo, cercò di tranquillizzarmi, Non si preoccupi, Presidente, la sua famiglia sa dove andare a cercarla. Si riposi se può. Non vede? Il giorno è infestato di luce.

Vi era una continuità commovente tra l’inquietudine delle mie notti e gli eventi diurni. Sognai di prendere parte alla messa. La voce chioccia del prete invitava a sedersi. Gli altri partecipanti erano intenti a discutere di malattie, parenti defunti per vecchiaia, un cancro improvviso, un banale varicocele non diagnosticato per tempo. Voci sommesse che all’unisono quasi coprivano l’omelia. Quando poi il sacerdote invitò i presenti a scambiarsi un segno di pace, mi alzai dalla panca e mi accorsi che nella chiesa ero rimasto io solo. L’indomani, come avevo richiesto, mi venne consegnato un mangianastri e la registrazione di una messa. Pretesi di poterla ascoltare in solitudine, e alla convocazione del diacono per scambiarsi un segno di eterna fratellanza mi alzai in piedi, e nel vuoto tesi la mano.

Sta comodo, Presidente?

Confesso che starei meglio nel mio letto.

Gradirebbe cambiare la biancheria?

Sì.

Nessun problema, Presidente. Le faremo avere un cambio della sua misura già stirato.

Il titano della televisione sfoderava armi inimmaginabili fino ad allora, congegni superiori in un quadro bellico utopico, illusorio. Tuttavia, al di là della bellezza del suo arsenale, il gigante e il suo giovane conducente possedevano la capacità innata di scegliere l’arma giusta per il contesto giusto. Non riuscivo mai a cogliere una vera discrepanza tra il problema e l’arma utilizzata per dirimerlo, anche quando la scelta era stata costretta sui sentieri impervi dell’improvvisazione e del bisogno. Le vicende del colosso procedevano per quadri, dove il disegno animato sostituiva la lettera del vangelo. Egli rappresentava la vetta di un’intera tradizione, e non si limitava a commentare quanto stava scritto, ma presagiva il futuro, anticipava il pensiero, chiudeva nel segno del bene il mandato di un’epoca, la nostra.

Posavo la penna solo per spiare i passaggi muti di quella epopea. Lo schema sempre identico delle avventure, la perdizione certa del malvagio, la salvezza del giusto. In quel mondo io non sarei mai stato prigioniero. In virtù di una giustizia celeste avrei di nuovo guadagnato il tempo e lo spazio, le aule, la mia scrivania, gli scritti, le incomprensioni che mettono radici nella migliore delle famiglie, le passeggiate sulla sabbia di Terracina, i versi di Hafez da Shiraz che pietoso domandava alle sue donne di essere guardato per continuare a vivere. I miei occhi erano del gigante, e così tutta la mia devozione, come la falena che batte e batte ancora le povere antenne contro le lampadine di un’aiuola notturna, dileggiata dai bambini che si domandano per quale ragione un essere vivente non sappia distinguere il vero dal falso, la luce di una stella dalla luce del tungsteno.

Immaginai di fuggire dalla generosità dei miei carcerieri, di vagare senza meta nella casa in cui ero custodito, e quindi per la strada, scalzo, alla ricerca di uno sguardo che fosse in grado di riconoscermi, che mi consentisse di pronunciare il mio nome. Mi vedevo in equilibrio sulle auto in coda, nella vana speranza di trovare un tettuccio aperto dove potermi calare.

Ci lascia così, Presidente?

Sì, è giunto il momento.

Il televisore non venne più acceso, ma io non protestai. Non si può sempre godere della grazia, spesso bisogna meritarla con il pensiero e con le azioni. Presi l’abitudine di enumerare i bisogni di chi viveva fuori dalla mia prigionia. Scrivevo lettere ricordando appuntamenti, rinfocolando piccoli rituali domestici che pure dovevano avere un seguito, anche in mia assenza. Partecipavo a distanza alla vita altrui, fiducioso che i miei messaggi, compresi quelli privati, si sarebbero fatti simbolo, minima guida morale. Mi resi conto che il pensiero dell’avvenire era meno gravoso se riuscivo a evocare l’immagine del colosso di acciaio, e il mio ottimismo ne guadagnava. Restava solo un unico languore, quella carezza che il pilota mi aveva rifiutato in sogno.

Ha bisogno di altra carta, Presidente?

Sì, ancora un paio di fogli. Debbo scrivere a mia moglie che troverà lo stipendio al solito posto. Debbo pure raccomandarle di controllare sempre che il gas sia stato spento prima di andare a dormire. Per favore, siate vigili...



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