E-Book, Italienisch, 348 Seiten
Reihe: Figure
Sontag Stili di volontà radicale
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-140-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 348 Seiten
Reihe: Figure
ISBN: 979-12-5480-140-6
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dalla guerra in Vietnam al cinema di Bergman e Godard, dall'identità americana alla pornografia: Stili di volontà radicale è un libro che ha segnato un'epoca intellettuale. Uscito nel 1969, è la seconda raccolta di saggi pubblicata da Susan Sontag, dopo Contro l'interpretazione. Siamo alla fine degli anni Sessanta, un periodo di sovvertimenti e sperimentazioni tra i più inquieti del Novecento, in cui la critica, il pensiero, le forme artistiche e la contestazione politica si orientano verso stili radicali, come suggerisce il titolo del libro. In cui la spinta contro il mainstream capitalistico e la cultura di massa produce rivoluzioni nei linguaggi dell'arte e nella coscienza, toccando spesso soglie estreme e sondando i limiti della consapevolezza, dell'esperienza e del dicibile. Nascono da questa tensione le riflessioni di Sontag sul rapporto tra l'estetica contemporanea e il silenzio, l'acuta analisi dell'immaginazione pornografica con le sue ossessioni erotiche e la sua violazione delle norme (sessuali e letterarie), le incursioni in opere di personalità filosofiche o artistiche radicali come Bataille, Cage, Beckett, Godard. E, infine, i giudizi brucianti e la visione pessimistica dell'America contemporanea, con la sua 'innocenza' e 'barbarie' - entrambe 'spropositate, letali' -, cui segue il resoconto del viaggio in Vietnam fatto dall'autrice nel 1968, nel pieno di una guerra spietata: ritratti feroci dell'identità statunitense, in testi che, come gli altri di questa raccolta, sono ancora capaci di parlare con accenti innovativi al nostro presente.
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L’immaginazione pornografica
Nessuno dovrebbe intraprendere un’analisi della pornografia senza prima riconoscere l’esistenza di varie pornografie – ce ne sono almeno tre – e impegnarsi ad affrontarle singolarmente. Si ottiene un notevole guadagno di verità se la pornografia intesa come elemento della storia sociale viene considerata separatamente da quella intesa come fenomeno psicologico (sintomatico, secondo l’opinione comune, della sessualità carente o distorta sia di chi la produce, sia di chi la consuma), e se entrambe vengono ulteriormente distinte da un’altra pornografia: una forma o convenzione secondaria, ma interessante, che investe la produzione artistica.
È su quest’ultima pornografia che intendo focalizzarmi, restringendo ancora più il campo al genere letterario per il quale, in mancanza di una denominazione migliore, sono disposta ad accettare (nel contesto privato di un serio dibattitto intellettuale, non certo in un’aula di tribunale) la discutibile etichetta di pornografia. Per genere letterario intendo un corpus di opere appartenenti alla letteratura intesa come arte, a cui si applicano criteri di giudizio volti a stabilirne il merito artistico. Dalla prospettiva di chi li osserva come fenomeni sociali o psicologici, tutti i testi pornografici condividono lo stesso statuto: sono documenti. Ma considerati dalla prospettiva dell’arte, alcuni di questi testi diventano qualcosa di ben diverso. Non solo di Pierre Louÿs, e di Georges Bataille, o ancora e , entrambi pubblicati sotto pseudonimo, appartengono alla letteratura, ma è possibile spiegare perché il livello letterario di questi cinque libri è di gran lunga superiore a quello di [di Terry Southern e Mason Hoffenberg] o di di Oscar Wilde, di del Conte di Rochester, delle di Apollinaire o di di Cleland. La valanga di pornografia commerciale, smerciata per due secoli sottobanco e oggi sempre più esposta alla luce del sole, non pregiudica lo statuto letterario del primo gruppo di libri pornografici citati, non più di quanto il proliferare di romanzi quali [di Harold Robbins] o [di Jacqueline Susann] metta in discussione il prestigio di , del o dell’. All’interno della pornografia la proporzione tra vera letteratura e spazzatura è forse inferiore a quella esistente tra i romanzi di autentico valore letterario e l’intera mole di narrativa sub-letteraria prodotta per soddisfare i gusti di massa. Ma probabilmente non è più bassa, per esempio, di quella della fantascienza, un altro sottogenere di dubbia fama che può vantare alcuni libri di prim’ordine. (In quanto forme letterarie, pornografia e fantascienza presentano molte somiglianze degne di interesse). La quantificazione, in ogni caso, fornisce un parametro di giudizio poco significativo. Per quanto relativamente rare, esistono opere che a buon diritto si possono definire pornografiche – ammesso che questa logora etichetta sia di una qualche utilità – ma alle quali è impossibile non riconoscere lo statuto di letteratura seria.
Tutto ciò potrebbe sembrare ovvio. Ma, a quanto pare, non lo è affatto. Perlomeno in Inghilterra e in America, la disamina ragionata e la valutazione della pornografia sono rigidamente circoscritte all’analisi di psicologi, sociologi, storici, giuristi, moralisti di professione e critici sociali. La pornografia è una malattia da diagnosticare o un pretesto per formulare giudizi. È qualcosa a cui si è favorevoli o contrari. Schierarsi rispetto alla pornografia, tuttavia, non è certo come essere contrari o favorevoli alla musica aleatoria o alla Pop Art; è, piuttosto, come essere favorevoli o contrari alla legalizzazione dell’aborto o alle sovvenzioni federali alle scuole religiose. Di fatto, un approccio sostanzialmente simile è condiviso sia dai più recenti ed eloquenti difensori del diritto e dovere sociale di censurare i libri osceni, come George P. Eliott e George Steiner, sia da chi, come Paul Goodman, prevede che una politica censoria avrebbe conseguenze molto più disastrose dei danni prodotti da questi libri. Sia i libertari che gli aspiranti censori concordano nel ridurre la pornografia a un sintomo patologico e a un problematico bene di consumo sociale. Esiste un consenso pressoché unanime sullo statuto della pornografia – definito sulla base di teorie relative alle dell’impulso che induce a produrre e consumare questa bizzarra merce. Se la si sottopone a un’analisi psicologica, la pornografia è di rado ritenuta più interessante di un qualsiasi documento che attesti un deplorevole arresto del normale sviluppo sessuale di un adulto. Da questa prospettiva, essa non è altro che la rappresentazione di fantasie sessuali infantili, che, rivisitate dalla coscienza più esperta e meno innocente di adolescenti dediti alla masturbazione, sono poi acquistate sul mercato dai cosiddetti adulti. Se la si analizza in quanto fenomeno sociale – considerando, per esempio, il vertiginoso incremento della produzione pornografica nelle società dell’Europa Occidentale e del Nord America a partire dal XVIII secolo – l’approccio resta, in modo altrettanto inequivocabile, clinico. La pornografia diventa una patologia collettiva, un male che affligge un’intera cultura, sulle cui cause regna un sostanziale accordo. La crescente produzione di libri osceni è attribuita all’imputridito retaggio della repressione sessuale attuata dal cristianesimo e a una totale ignoranza della fisiologia – due handicap di lunga data aggravati oggi da fenomeni storici più recenti, come il radicale sovvertimento dei modelli tradizionali di famiglia e ordine politico, e la destabilizzante trasformazione dei ruoli sessuali. (Il problema della pornografia è uno dei “dilemmi di una società in transizione”, ha affermato Paul Goodman in un saggio di qualche anno fa). Esiste, dunque, un consenso pressoché unanime sulla della pornografia in quanto tale. Il disaccordo emerge soltanto in merito agli psicologici e sociali della sua diffusione, e di conseguenza, alle possibili strategie per contrastarla.
I più illuminati architetti delle politiche morali sono indubbiamente disposti ad ammettere che esiste una sorta di “immaginazione pornografica”, ma soltanto nel senso che le opere pornografiche sono segno di una radicale sconfitta o di una deformazione dell’immaginazione. E, come suggerito tra gli altri da Goodman e Wayland Young, possono anche riconoscere che esiste una “società pornografica”, di cui la nostra è, in effetti, un fiorente esempio: una società così ipocrita e repressiva che deve inevitabilmente produrre un profluvio di pornografia come sua logica espressione e, al tempo stesso, suo antidoto demotico e sovversivo. Ma, per quel che ne so, nella comunità letteraria anglo-americana nessuno ha mai sostenuto che alcuni libri pornografici possono anche essere opere d’arte importanti e interessanti. Del resto, finché la pornografia sarà considerata esclusivamente un fenomeno psicologico-sociale o una fonte di preoccupazione morale, com’è possibile sostenere una tesi del genere?
Al di là di questa categorizzazione della pornografia come oggetto di analisi, c’è un’altra ragione per cui non si è mai sviluppato un reale dibattito sul possibile carattere letterario delle opere pornografiche. Mi riferisco alla concezione della letteratura condivisa dalla maggior parte dei critici inglesi e americani – una concezione che, escludendo gli scritti pornografici dall’ambito letterario, esclude molto altro.
Certo, nessuno può negare che la pornografia, in quanto assume la forma di testi narrativi dati alle stampe, costituisca una branca della letteratura. Ma, al di là di questo nesso banale, non si ammette altro. La definizione della natura della letteratura in prosa proposta dalla maggior parte dei critici contemporanei, al pari della loro concezione della natura della pornografia, stabilisce inevitabilmente un rapporto antagonistico tra le due. È un’argomentazione irrefutabile, perché se per definizione un libro pornografico non appartiene alla letteratura (e viceversa), allora non c’è alcun bisogno di prendere in esame i singoli libri pornografici.
Le definizioni reciprocamente incompatibili di pornografia e letteratura si fondano perlopiù su quattro argomentazioni distinte. La prima sostiene che il modo del tutto univoco in cui le opere pornografiche si rivolgono al lettore, con l’intento di eccitarlo sessualmente, è antitetico alla complessa funzione esercitata dalla letteratura. C’è poi chi aggiunge che lo scopo della pornografia, eccitazione sessuale compresa, è in conflitto con la partecipazione serena e distaccata cui fa appello la vera arte. Ma in questo caso l’argomentazione assume una piega particolarmente debole, se si considera il rispetto con cui si giudicano i richiami alla sensibilità morale del lettore da parte della scrittura “realistica”; per non parlare del fatto...




