E-Book, Italienisch, 369 Seiten
Reihe: I Corvi
Slaght I gufi dei ghiacci orientali
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-757-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 369 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 978-88-7091-757-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Scienziato e scrittore americano, è direttore regionale per l'Asia temperata della Wildlife Conservation Society. Suoi pezzi sono comparsi su testate come New York Times, Guardian, Scientific American e Smithsonian Magazine. I gufi dei ghiacci orientali, suo primo libro, ha vinto il PEN/E.O. Wilson Literary Science Writing Award ed è stato finalista al National Book Award.
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Introduzione
Nel 2005, dopo essermi laureato in Scienze naturali alla University of Minnesota con una tesi sugli effetti del disboscamento sugli uccelli canori del Litorale, ero in cerca di idee per un progetto di dottorato in quella stessa regione. Volevo qualcosa che desse grande rilievo al tema della conservazione e ben presto ridussi a due le specie candidate a diventare oggetto del mio studio, quelle più carismatiche e meno studiate della zona: la gru monaca e il gufo pescatore. Il gufo pescatore mi attraeva di più, ma su di lui c’erano così poche informazioni che avevo paura che gli esemplari fossero troppo rari per essere studiati. Mentre ci ragionavo feci un’escursione di qualche giorno in una torbiera, uno spazio aperto disseminato di larici affusolati e ricoperto di piante profumate di tè del Labrador. All’inizio il panorama mi piacque, ma dopo un po’ non ne potei più: non c’era un angolo dove ripararsi dal sole, l’odore opprimente dei fiori mi dava il mal di testa e gli sciami di insetti mi riempivano di punture. Poi mi venne in mente: era l’habitat della gru monaca. Il gufo pescatore sarà anche stato raro, e dedicargli tempo ed energia poteva essere una scommessa rischiosa, ma se non altro non mi avrebbe costretto a scarpinare per cinque anni nelle torbiere. Scelsi il gufo.
Data la sua reputazione di creatura gagliarda, capace di sopravvivere in un ambiente inospitale, il gufo pescatore è un simbolo del Litorale tanto quanto la tigre dell’Amur (quella che comunemente chiamiamo tigre siberiana). Le due specie condividono le stesse foreste e sono entrambe a rischio di estinzione, ma il pennuto mangiatore di salmone è molto meno studiato del felino. In Russia il primo nido di gufo pescatore fu scoperto soltanto nel 1971, e negli anni Ottanta del XX secolo si riteneva che in tutto il paese non ne esistessero più di tre o quattrocento coppie. Il loro futuro sembrava davvero in bilico. E delle loro abitudini non si sapeva granché, a parte che avevano bisogno di grandi alberi per nidificare e di fiumi pescosi per nutrirsi.
In Giappone, a poche centinaia di chilometri di mare dal Litorale, all’inizio degli anni Ottanta ne rimanevano meno di un centinaio di esemplari, contro i mille di fine XIX secolo. Erano sotto assedio, minacciati dal disboscamento che gli riduceva l’habitat per nidificare e dalla costruzione di dighe a valle che impedivano la risalita dei salmoni. I gufi pescatori del Litorale erano scampati a un destino simile soltanto grazie all’indolenza sovietica, a infrastrutture scadenti e alla bassa densità di popolazione umana nei territori che abitavano. Negli anni Novanta, però, il libero mercato aveva generato ricchezza e corruzione, e parecchi sguardi avidi puntavano dritto verso le risorse naturali vergini del Litorale settentrionale, considerato il cuore del territorio del gufo pescatore.
I gufi pescatori della Russia, perciò, erano vulnerabili. Per una specie naturalmente a bassa densità di popolazione e dalla riproduzione lenta, ogni danno su larga scala o a lungo termine alle risorse del territorio poteva provocare un rapido crollo del numero degli esemplari, com’era avvenuto con la controparte giapponese. Avrebbe significato la scomparsa di uno degli uccelli più misteriosi ed emblematici della Russia. Il gufo pescatore e altre specie a rischio erano protette dalla legge – ucciderle o distruggerne l’habitat era illegale – ma senza informazioni concrete sulle loro necessità era impossibile pensare a un piano di conservazione praticabile. Nessuno sforzo del genere era stato dedicato al gufo pescatore, e alla fine degli anni Novanta era iniziato lo sfruttamento delle risorse di diverse foreste del Litorale rimaste fino a quel momento inaccessibili. Una seria strategia di conservazione era ormai urgente.
«Conservazione» non significa «difesa» in senso stretto. Se il mio unico obiettivo fosse stato difendere il gufo pescatore mi sarei potuto risparmiare tante ricerche: meglio fare pressioni sul governo, piuttosto, perché vietasse il disboscamento e la pesca in tutto il Litorale, eliminando drasticamente ogni potenziale minaccia alla sopravvivenza della specie. Tuttavia, oltre a essere irrealizzabile, una scelta del genere non avrebbe tenuto conto dei due milioni di abitanti della regione, che in gran parte sopravvivono grazie ai settori del legno e della pesca. Nel Litorale i bisogni del gufo pescatore e dell’uomo sono legati a doppio filo: da secoli entrambe le specie sfruttano le stesse risorse. Prima che arrivassero i russi a gettare le reti nei fiumi e ad abbattere alberi per l’edilizia o per il legname, lo facevano già i mancesi o le popolazioni locali. Gli udege e i nanai fabbricavano splendidi abiti ricamati con la pelle dei salmoni e costruivano barche scavando il tronco di alberi enormi. Ma se nel corso del tempo il bisogno di risorse dei gufi si era mantenuto stabile e modesto, quello degli umani era esploso. La mia intenzione era ridare equilibrio alla relazione tra gufo ed essere umano e conservare le risorse naturali necessarie: solo la ricerca scientifica avrebbe risposto alle mie domande.
Alla fine del 2005 Sergej Surmac mi ricevette nel suo studio a Vladivostok. Con il suo sguardo gentile, la corporatura minuta ma vigorosa e una zazzera ribelle in testa mi piacque da subito. Di lui si diceva che preferisse il lavoro di squadra, perciò speravo che accettasse la mia proposta di collaborazione. Gli spiegai che intendevo studiare il gufo pescatore per la mia tesi di dottorato e lui mi raccontò tutto quello che ne sapeva. Nacque così un dialogo entusiasmante e decidemmo subito di metterci all’opera: insieme avremmo indagato il più possibile sulla vita segreta del gufo pescatore per poi proporre un piano di conservazione realistico. La domanda da cui muovevamo sembrava semplice: quali sono le caratteristiche ideali del territorio di un gufo pescatore? Un’idea approssimativa l’avevamo già, alberi grandi e tanto pesce, ma per fare luce sui dettagli ci sarebbero serviti anni. Esclusa qualche vecchia osservazione aneddotica di altri naturalisti, partivamo da zero.
Nel suo curriculum da biologo, Surmac aveva una lunga serie di ricerche sul campo. Possedeva l’attrezzatura necessaria a fare lunghe spedizioni negli angoli isolati del Litorale: un enorme camion GAZ-66 a trazione integrale con cabina posteriore abitabile riscaldata a legna, diverse motoslitte e un manipolo di assistenti addestrati all’avvistamento dei gufi. All’inizio del nostro primo progetto insieme stabilimmo che Surmac e il suo team si sarebbero occupati della logistica e di arruolare personale sul territorio, io avrei introdotto metodologie aggiornate e garantito la maggior parte dei finanziamenti racimolando borse di studio. Dividemmo la ricerca in tre fasi. La prima consisteva in due o tre settimane di addestramento. Nella seconda, in un paio di mesi avremmo identificato una popolazione di gufi pescatori da studiare. Nella terza, di quattro anni, avremmo catturato alcuni esemplari ed elaborato i dati.
Ero entusiasta: il nostro non era un intervento retroattivo per contenere una crisi, di quelli in cui ricercatori squattrinati e stressatissimi combattono per impedire un’estinzione in territori dove ormai il danno ecologico è irrimediabile. Il Litorale era in gran parte vergine, gli interessi commerciali non lo avevano ancora stravolto. Ci saremmo concentrati su una sola specie a rischio, il gufo pescatore, ma le nostre indicazioni su come migliorare la gestione del territorio avrebbero contribuito alla salvaguardia dell’intero ecosistema.
L’inverno era il periodo migliore per trovare i gufi, che vocalizzano soprattutto a febbraio e lasciano impronte nella neve lungo i fiumi, ma anche il più impegnato per Surmac. L’Ong che guidava si era aggiudicata il monitoraggio pluriennale della popolazione avicola dell’isola di Sachalin, e nei mesi invernali si sarebbe occupato dei dettagli logistici dell’operazione. Perciò, pur confrontandoci periodicamente tra noi, non avremmo mai collaborato sul campo. Lo avrebbe sostituito Sergej Avdejuk, suo vecchio amico ed esperto di foreste, che a stretto contatto con lui studiava il gufo pescatore sin da metà degli anni Novanta.
La primissima destinazione da raggiungere era il bacino del fiume Samarga, l’area più a nord del Litorale, dove avrei imparato ad avvistare i gufi. Era un luogo unico, l’ultimo bacino idrografico del Territorio ancora privo di strade, ma l’industria del legname stava per arrivarci. Nel 2000 il consiglio dei nativi udege di Agzu, uno degli unici due villaggi presenti nei 7280 chilometri quadrati del bacino, aveva autorizzato l’abbattimento di alberi nelle loro terre. Ne sarebbero derivati strade e nuovi posti di lavoro, ma l’aumento della mobilità e della popolazione avrebbe rovinato l’ambiente, con la caccia di frodo, incendi e altri danni collaterali. Il gufo pescatore e la tigre non erano che due delle tante specie che ne avrebbero sofferto. Nel 2005, in seguito alle proteste delle comunità locali e degli scienziati della regione provocate dall’accordo con gli udege, l’azienda che si occupava del taglio e del trasporto del legname fece una serie di concessioni senza precedenti. Per prima cosa, accettò di adeguare le procedure di raccolta alle indicazioni della scienza. La sua strada forestale principale non sarebbe sorta lungo un fiume dall’ecosistema delicato, come invece avveniva per la...




