E-Book, Italienisch, 286 Seiten
Reihe: Narrativa
Åsbrink Made in Sweden
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-961-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le parole che hanno fatto la Svezia
E-Book, Italienisch, 286 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-961-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Con la sua società aperta, accogliente e tollerante, il suo welfare collaudato, il civismo proverbiale e l'ambientalismo d'avanguardia, la Svezia è da tempo un modello che si osserva con ammirazione e stupore: uno stato che sa coniugare la ricchezza con la redistribuzione, la libertà con l'eguaglianza. A questo idillio politico-sociale si sono aggiunti il design, la moda, il cibo, la cultura, ma ancor più la sensazione che lo stile di vita scandinavo sia quanto di più desiderabile, sofisticato ed evoluto ci sia al mondo. Ma dove affonda le radici questa idea di società? O meglio, come sono nate le idee che hanno reso possibile questa sorta di utopia? O peggio, e se invece non fosse che una bella favola che gli svedesi raccontano a se stessi (e agli altri)? Con divertita intelligenza, in un caleidoscopio di storie e salti nel tempo, Elisabeth Åsbrink - svedese di nascita ma di origini anglo-ungheresi - ci accompagna in un viaggio tra cinquanta parole, eventi, persone e personaggi che hanno fatto la Svezia. Dall'ambizione di Linneo di catalogare la natura intera all'esuberanza del leggendario primo ministro Olof Palme, deciso a rendere la Svezia la prima «superpotenza morale» della storia, dalla rivoluzionaria visione pedagogica di Ellen Key - fonte di ispirazione sia per Astrid Lindgren e la sua Pippi che per Maria Montessori - al divismo di Zlatan Ibrahimovi?, tanto inviso a inizio carriera per l'individualismo sfacciato quanto poi celebrato come icona della nuova «svedesità», Åsbrink affascina con collegamenti sorprendenti mentre infrange miti indiscutibili, come può permettersi solo una patriota la cui solidità intellettuale è fuori discussione: «Amo il paese in cui mi è capitato di nascere, ma non ciecamente.»
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Alz suerikis almogha
1350
Su un amuleto d’oro rinvenuto sull’isola di Tjurkö, al largo di Karlskrona, nel Blekinge, sono incise queste parole:
Wurte runo? an walhakurne
Helda? Kunimundiu
Più o meno significa: «Scrisse rune sul chicco meridionale.»
La scrittura è una forma antica di alfabeto runico, e la lingua qualcosa che oggi può essere chiamato protonordico. Ma chissà come chiamava l’incisore di amuleti la sua lingua e la sua scrittura?
Il testo in sé è una sorta di metamessaggio. «Il chicco meridionale» è una perifrasi per indicare l’oro, e il senso del messaggio sull’amuleto è quindi che le parole vengono scritte. Poi arrivano anche il nome dell’autore e il suo committente: Hjald per Kynmund.
Un frammento dall’epoca delle invasioni barbariche. Parole su oro che parlano di parole su oro, un testo che parla di se stesso. Come quando un bambino indica il mondo chiedendo come si chiama qualcosa e ottiene in risposta una definizione, un concetto, e in questo modo tanto il mondo quanto il bambino prendono a esistere, attraverso la lingua, così queste parole indicano se stesse e acquistano il proprio significato perché sono scritte.
Si presume che il talismano sia da portare intorno al collo – magari lo indossava lo stesso Kynmund? – come protezione e come messaggio, come qualcosa che cattura lo sguardo, come un accumulatore di forza. Sopra c’è anche il ritratto di un uomo, un cavallo e un uccello. È probabile che risalga al VI secolo, quando si era ormai affermato il culto degli asi. A quanto sembra, l’immagine rappresenta il dio Odino con il suo corvo e il suo destriero. Quando fu trovato, l’amuleto era insieme a una moneta della metà del V secolo e a un altro talismano d’oro. Su questo c’è scritta una parola soltanto: Ota. Significa paura, terrore.
Dobbiamo pensare alle rune faticosamente incise come a una specie di messaggio nella bottiglia, un saluto a un futuro ignoto? Oppure come a una forma estremamente laboriosa di graffiti, incido, ergo sum? O ancora sono quel che resta della moda del VI secolo, un po’ come i moderni gioielli con sopra vari messaggi motivazionali, Carpe diem, Follow your dreams, Forza?
Wurte runo? an walhakurne, dunque. È svedese, questo?
I ricercatori svedesi possono rispondere di sì a questa domanda, se definiscono la lingua delle rune come «protonordico»; d’altra parte, definendo «antico norvegese» la stessa lingua, gli studiosi norvegesi possono affermare con certezza che si tratta dell’origine del norvegese di oggi. E questo è contraddittorio, vero e falso allo stesso tempo: ha senso solo se si guarda al passare del tempo come a una strada che sale tortuosa su per una montagna, e al presente come al momento in cui si è raggiunta la vetta. Un tipo di visione storica in cui una cosa ha portato successivamente all’altra: in questo modo ci si può voltare e guardare indietro, vedere l’amuleto d’oro con la sua incisione runica che giace là dove cominciava il sentiero. Un principio. Un inizio: lingua svedese sia! Ma la storia è più capricciosa di così, è fatta di diversi sentieri ed è tutt’altro che scontato quale sia quello che conduce al nostro presente.
Prima dell’XI secolo in tutto il Nord si parlava grosso modo la stessa lingua, che era utilizzata anche in parti dell’attuale Inghilterra, nelle regioni intorno a Novgorod e Kiev, in zone della Normandia e in particolare a Bayeux. Sappiamo che già nell’anno 980 chi usava questa lingua aveva anche un modo per designarla, ossia donsk tunga. Lingua danese.
In una cronaca scritta in latino nel 980, che trattava delle battaglie tra i cosiddetti dani e gli inglesi dell’epoca, viene descritta la morte di un inglese d’alto rango e il suo trasporto a un luogo di sepoltura «che è denominato Northworthy, ma in lingua danese Deoraby».
Il posto che i dani chiamavano Deoraby si trasformerà più avanti in una città dell’Inghilterra centrale che tutti noi chiamiamo Derby. Questa cronaca è la prima attestazione conosciuta che una qualche lingua nordica abbia un nome, un termine che la designa. Dieci anni più tardi, intorno al 990, arriva la prova successiva della stessa cosa, una predica inglese che mette in guardia dal credere al dio Mercurio in cui si dice: «In danese viene chiamato con un altro nome, Óðon.»
Niente avviene in fretta, nel giro di ventiquattro ore, di un anno o persino di una vita umana. Passo dopo passo i missionari cristiani raggiungono il Nord, portando con sé la lingua latina, la capacità di leggere e l’arte di scrivere. Viene costruita una chiesa dopo l’altra, istituita una scuola dopo l’altra, formato un prete dopo l’altro. Ni talar bra latin.1
I missionari cristiani non incidevano su tavolette di legno o su pietra. Il latino si scriveva su pergamena, tavolette cerate e in seguito su carta. Protonordico e latino coesistevano l’uno accanto all’altro ma su materiali diversi, con alfabeti diversi e tecniche di scrittura diverse.
Nell’anno 1000 il Parlamento d’Islanda decide che il paese si convertirà al cristianesimo. A quel punto viene introdotto l’alfabeto latino, l’arte della scrittura si diffonde e, grazie a ciò, sorge la ricca letteratura islandese. Intorno al 1220 Snorri Sturluson scrive le sue saghe reali. Nell’Heimskringla descrive tra l’altro la dinastia reale svedese degli Ynglingar, che all’epoca risiedeva a Uppsala Vecchia, e in quel testo Snorri dichiara che la gente nel Nord parla appunto la donsk tunga.
La lingua non era circoscritta a un’entità politica. Nazione e lingua non si identificavano l’una con l’altra, l’una non rappresentava il confine dell’altra. Una lingua comune, quindi, che di sicuro veniva pronunciata in una quantità di modi differenti, per la quale si usavano alfabeti runici diversi più un alfabeto latino. Mentre i cristiani eruditi utilizzavano i caratteri latini per scrivere in latino, gli islandesi si servirono dello stesso alfabeto per scrivere il proprio danese. I sentieri correvano paralleli. Più avanti però lo sviluppo si divide, e nei documenti lasciati ai posteri si può osservare un cambiamento graduale.
Il primo esempio di una qualche sorta di lingua svedese è la Legge antica del Västergötland, che probabilmente fu redatta dal lagman Eskil Magnusson agli inizi del XIII secolo. Lui però non si definiva svedese bensì västgöte, e che ci fosse una grande differenza lo si evince proprio dal testo, in cui è indicato quali multe erano previste nel caso in cui si uccidesse qualcuno. La multa più cara la prendeva chi ammazzava un västgöte, mentre uccidere uno svedese era più economico. Ammazzare un danese o un norvegese costava ancora meno.
È presto per parlare di una nazione, ma forse si può chiamare Svezia il Mälardalen, l’Östergötland, il Västergötland e qualcosina d’altro. C’era instabilità e confusione, in forte contrasto con gli stati vicini della Danimarca e della Norvegia, ben delineati per forma e organizzazione.
Il re dello Svealand era nominato dagli svear, però aveva potere decisionale sulla gente del Västergötland soltanto se seguiva la legge provinciale del Västergötland.
Il lagman Eskil Magnusson scriveva in una lingua che noi oggi chiameremmo svedese, ma lui stesso presumibilmente non avrebbe usato quel termine. Forse pensava di scrivere in danese? Però la lingua nel suo testo si differenzia da quella presente nei testi legislativi dei paesi vicini.
In pratica, una lingua nasce senza che nessuno lo sappia o lo riconosca, così come è probabile che in questo momento una lingua stia nascendo da qualche parte in un sobborgo o in un angolo del paese. È così che avvengono i cambiamenti. Nel suo libro Språken och historien (Le lingue e la storia), Tore Janson, linguista e professore di latino, si domanda se Eskil Magnusson – che a quanto pare non si considerava svedese – abbia comunque scritto un libro in svedese. Molto semplicemente, non è riconoscibile il momento in cui la lingua svedese fa la sua comparsa. Esiste una lingua, se chi la usa la ritiene un’altra lingua?
Secondo Tore Janson la lingua svedese viene menzionata per la prima volta nel XIV secolo in relazione a tre romanzi cavallereschi in versi, le cosiddette Canzoni di Eufemia. La seconda di queste giordh til rima […] aff thyzko ok ij swænska tungæ, cioè viene «tradotta dal tedesco anche in lingua svedese». Non in danese. Quindi danese e svedese sono ormai due lingue, distinte l’una dall’altra. Si può dunque asserire che nel XIV secolo la lingua svedese è un dato di fatto? Oppure le Canzoni di Eufemia e le prime leggi provinciali non sono altro che tentativi linguistici, esperimenti sullo svedese, una sorta di ballon d’essai medievale?
In ogni caso, nel 1350 si può dire che lo svedese è una lingua che appartiene a una...




