Åsbrink | Abbandono | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 264 Seiten

Reihe: Narrativa

Åsbrink Abbandono


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-899-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 264 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-899-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Per capire la mia solitudine avevo bisogno di capire quella di mia madre. E per capire lei dovevo prima capire mia nonna, Rita.» Così Katherine - antico nome di famiglia dietro al quale si cela la stessa Åsbrink - ricostruisce la storia di Rita, il suo arrivo fortuito a Londra a causa di un padre distratto che presto abbandonerà la famiglia, la sua lunga relazione clandestina con Vidal, un ebreo sefardita esule da Salonicco al quale la rigida tradizione famigliare vieterebbe di sposarla, e infine il suo tardivo e malinconico matrimonio. E poi le inquietudini di Sally, la loro prima figlia, insofferente nei confronti del padre e angosciata dal clima antisemita di Londra, che cercherà rifugio in Svezia. Attraverso le vite complicate e insoddisfatte delle due donne, Katherine ripercorre la storia del nonno, Vidal, un uomo nato nell'impero ottomano che nella Londra del primo Novecento non può essere né turco, né greco né tantomeno inglese, ma riconosce come unica vera patria la Spagna da cui i suoi avi vennero espulsi nel XIV secolo. Con la sua capacità di intrecciare i ricordi famigliari e gli eventi storici, Åsbrink ricostruisce le tormentate vicende del popolo sefardita dal Medioevo al secolo scorso, e ne raccoglie il retaggio in un'appassionata ricerca delle proprie origini nella Salonicco di oggi. E nel ricordo della madre e della nonna avverte un legame doloroso, la condivisione del medesimo sentimento di abbandono da cui non può sfuggire e che la porta, con tutta l'intransigenza di cui è capace, a fare i conti con la sua storia e le sue stesse scelte di vita.

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Rita


Londra, 1 dicembre 1949

Alle sei e mezzo di mattina del primo dicembre 1949 Rita si rende conto di essersi sbagliata, e la cosa non le piace per niente. Si rende anche conto che è cambiato tutto senza che in realtà sia cambiato un bel niente, e neanche questo le piace.

Non avrebbe voluto svegliarsi, ma la notte l’aveva abbandonata. Correnti d’aria calda l’avevano sospinta in alto, fuori dai sogni, fino a una luce grigia di nebbia che si insinuava dalla fessura tra le tende e la parete. Aveva provato a trattenere il buio continuando a tenere gli occhi chiusi. Dentro di sé voleva solo la notte, voleva possederla ed esserne posseduta, come se la notte fosse una bambina che appartiene a sua madre e la reclama tutta per sé. E al tempo stesso voleva essere la bambina dentro quella notte, protetta, immersa, invisibile. Ma non era stato possibile, quella mattina come ogni altra. Chi potrebbe mai catturare la notte? Il giorno era in attesa, con le porte spalancate. Rita lo sapeva, malgrado fosse ancora sdraiata nel suo letto a occhi chiusi, nella casa al numero 37 di Grange Park Avenue, Londra Nord. Era appena passato il camioncino del latte, che come sempre faceva sosta davanti a ogni casa per consegnare il suo bianco carico. Nel sonno aveva sentito l’amichevole tintinnio delle bottiglie.

Per passare dal sonno alla veglia occorre forse mezzo secondo. Eppure è come una salita estenuante, lunga decine di chilometri. Il caleidoscopio dei sogni si spegne, i granelli variopinti che formano un’immagine dopo l’altra si disperdono, le sensazioni che fluiscono libere vengono sostituite da un tempo ordinatamente scandito. La notte è fatta di spazi che esulano dalla realtà, dove le immagini sono di passaggio, sempre dirette altrove. Spesso nei sogni Rita sta alla finestra e guarda fuori, verso fitti campi di grano o distese di alberi di melo, carichi di frutti. Quell’abbondanza al di là del vetro sembra irraggiungibile, ma lei ne è comunque confortata. Capita che suo fratello Emil, morto annegato, vada a trovarla, come se il poveretto non sapesse di essere defunto da quarant’anni. Ha l’aria triste quando sorride. A volte lei gli prende la mano e gliela stringe. Così passano qualche momento insieme, sorridendosi seri, senza dire nemmeno una parola. A Rita piace l’inesplicabilità della notte. Le capita di desiderare quelle distese di steli verde chiaro anche da sveglia, quel mormorio gentile. Questo sogna Rita, la melodia di un campo di grano.

Anche se non aveva ancora aperto gli occhi sapeva che suo marito era sdraiato accanto a lei, e dal suo respiro sentiva che stava ancora dormendo, circondato da sogni illuminati da un’altra luce e popolati da altre immagini. Era più o meno a venti centimetri da lei, ma da tempo la distanza tra loro non era più misurabile. Siamo abbastanza vicini da non vederci, aveva pensato Rita. E le andava benissimo così.

Alla fine aveva lasciato andare la notte. Si era tirata su a sedere, e dopo aver inforcato gli occhiali aveva constatato che il mondo era ancora lo stesso della sera precedente. La toeletta era sempre nell’angolo. La sua spazzola era accanto al cofanetto di vetro trasparente dove teneva la chiavetta per caricare l’orologio della camera da letto e una perla rosa pallido, residuo di una collana spezzata. Il cofanetto brillava nella debole luce del mattino. Aveva un cavallo impennato inciso sul coperchio, e una scanalatura dove Rita posava sempre la sigaretta mentre si spazzolava i capelli. Contro una parete c’era il comò a sei cassetti, contro l’altra l’armadio. Ai lati del letto i due comodini, ognuno con sopra il suo bicchiere d’acqua mezzo vuoto. Era un mattino identico al precedente, di quelli che piacevano a lei. Il giorno si preannunciava saldo sulle proprie gambe. Tutto sarebbe rimasto com’era. Rita si era infilata le ciabatte e la vestaglia e aveva aperto le tende pesanti. Fuori dalla finestra le nuvole si erano abbassate fino ai tetti delle case, tanto che il sobborgo color mattone pareva indistinto, sfuocato. Sembra polvere, aveva pensato Rita, il mondo ha bisogno di una passata di strofinaccio per tornare a splendere come prima. Per il resto era tutto come al solito. Le case dirimpetto mantenevano la loro aria altezzosa, con gli scalini che salivano dal marciapiede e le gronde dipinte di bianco. Una famiglia del vicinato aveva appena comprato un’automobile, una Morris Minor, e il padre la parcheggiava ogni sera nello stesso posto, fuori dal cancello di casa, perché nessuno potesse mettere in dubbio chi fosse il proprietario. Era lì anche quella mattina, con la sua scintillante vernice blu scuro punteggiata di goccioline di rugiada.

È il primo dicembre 1949, quindi, e come al solito Rita è alla finestra della sua camera da letto al secondo piano e guarda la strada, con le sue solide case a schiera intervallate da scorci di verde. Osserva come la foschia ha dissolto il confine tra mattoni e alberi, trasformando il sobborgo in tante chiazze colorate che si confondono una nell’altra, ed è in quel momento che si rende conto di essersi sbagliata. A prima vista quel giorno sembra uguale a tanti altri, quel mattino fa finta di essere identico a quello prima e a tutti quelli che l’hanno preceduto, ma è solo una messinscena.

«Sei felice adesso?» le aveva chiesto lui mentre andavano a festeggiare al Ye Olde Cherry Tree. Rita sapeva che non l’aveva detto con l’intenzione di provocarla, ma la rabbia le aveva serrato la bocca e messo sotto chiave i pensieri, tanto che non era riuscita a replicare. Si era limitata ad annuire per non rovinare il momento, evitando di rispondere a parole – non quel giorno, non quando finalmente avevano sistemato la faccenda. Però evitava di incrociare il suo sguardo.

Era successo. Avevano preso un appuntamento. Lui aveva telefonato a suo fratello per dirgli che non sarebbe andato in ufficio, poi si erano vestiti a festa e avevano preso l’autobus per Enfield, tre fermate in tutto.

Eppure è difficile capacitarsene, pensa Rita. Non perché sia stato un evento grandioso, fantastico, meraviglioso, , ma proprio perché le era sembrato banale, prosaico, una delle esperienze meno elettrizzanti che due persone possano condividere. Talmente insignificante che il cervello si rifiuta di recepire l’avvenimento e immagazzinarlo tra i ricordi. Eppure era successo, era successo il giorno prima. Hanno addirittura ricevuto un certificato, con tanto di timbro dell’ufficio municipale di quartiere, ma la busta, ancora sigillata, è rimasta nell’ingresso insieme alle bollette da pagare. Sei felice adesso, si chiede Rita tra sé mentre guarda la strada di chiazze colorate, una tavolozza dicembrina di rosso mattone, verde conifera e grigio foschia. Sei felice adesso, si chiede a voce alta mentre lui ancora dorme e non può sentire la sua risposta.

La foschia si dirada mentre resta lì a guardar fuori, le nuvole si ritirano verso il cielo o dovunque stiano di casa, come se all’improvviso si fossero stufate di appannare l’esistenza della gente. Rita non ha voglia di affrontare il giorno, ma il giorno è lì che aspetta. Non ha voglia di sbrigare le faccende, ma sono compito suo. Non ha voglia della successione ordinata delle cose, ma si adegua. I pensieri quotidiani che vanno e vengono sono la sua vera casa. Malgrado la monotonia che li contraddistingue le regalano un piacere tangibile, simile alla soddisfazione che prova un viaggiatore nel sapere che il suo treno arriverà in orario. Perché tutto sommato anche quella è felicità, pensa Rita. Non un’euforia da fuochi d’artificio, o un’esaltazione da lancio di coriandoli del genere «la guerra è finita», ma un’allegria calma, controllata, che nasce dal fatto che il mondo si rivela affidabile. La realtà riesce a vincere la sua diffidenza, e quel genere di felicità le va particolarmente a genio. La vita non è sempre champagne e torta glassata, pensa. E meno male.

Dalla quercia sul lato opposto della strada cade qualche foglia. Rita le guarda cadere, e anche lei cade – dritta nel prossimo segreto. Ciò che è successo il giorno prima non dovrà mai vedere la luce del sole. Deve restare sepolto in un silenzio di tomba per il resto delle loro vite, è lei che lo esige, è la sua vergogna. Lui dovrà giurare di non farne parola ad anima viva, mai e poi mai. Nessuno deve sapere che l’hanno fatto, perché altrimenti salterebbe fuori che non l’avevano fatto prima. Niente va come crediamo, pensa Rita. Neanche il matrimonio.

Scende le scale, lo scricchiolio delle assi smorzato dalla moquette rosso vino, ed eccola in cucina. Il gatto sta miagolando fuori dalla porta di servizio. Rita apre, e la bestiola s’infila nella stanza come una folata di vento fulvo, sdegnata per l’attesa. Rita si accende una sigaretta e va a ritirare il giornale e le bottiglie del latte. Quando spalanca la porta d’ingresso il gelo del mattino la colpisce in faccia come gli spruzzi di un cavallone, per poi introdursi in casa e stemperare l’aria della notte, il respiro umido di tre persone che dormono. Rita si trattiene un istante, la sigaretta all’angolo della bocca, e guarda la strada. L’aria è ormai tersa, del tutto silenziosa. Nell’ordine delle cose, pensa Rita, il vero scopo dell’aria è farsi solcare dal volo degli uccelli.

Lascia vagare lo sguardo sui giardini dei vicini, alcuni decorati...



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