Åsbrink | 1947 | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 247 Seiten

Åsbrink 1947


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-597-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 247 Seiten

ISBN: 978-88-7091-597-6
Verlag: Iperborea
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Dove comincia il presente? Quando nascono le forze, i conflitti e le idee che governano la nostra epoca? Inseguendo le tracce della famiglia che non ha mai potuto conoscere, Elisabeth Åsbrink ci trasporta in un anno cruciale del '900, nel momento in cui l'Occidente, reduce dal Secondo conflitto mondiale, è di fronte a una serie di bivi e possibilità ancora aperte, e compie scelte decisive per i nostri giorni. È il 1947 quando scoppia la Guerra fredda, viene istituita la CIA e Kala?nikov inventa l'arma oggi più diffusa al mondo; l'ONU riconosce lo Stato di Israele e il figlio di un orologiaio egiziano lancia il moderno jihad. È solo nel '47 che viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, prima sconosciuti all'umanità quanto il termine «genocidio», coniato da un giurista polacco che ha perso la famiglia nei Lager. E mentre una rete clandestina di organizzazioni internazionali mette in salvo i gerarchi del Reich e rilancia gli ideali fascisti, Primo Levi riesce a pubblicare Se questo è un uomo, un disilluso George Orwell scrive il profetico 1984 e Christian Dior crea il suo controverso New Look. In mezzo a tutto questo, tra le masse di profughi ebrei che attraversano l'Europa in cerca di una nuova vita, c'è il padre dell'autrice, un orfano ungherese di dieci anni, davanti a una scelta che deciderà il suo futuro. In un racconto poetico e documentatissimo, che ci cala nei destini di personaggi d'eccezione e persone comuni, Åsbrink ricompone il puzzle di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. E scavando nei retroscena degli eventi, fino agli istanti in cui la Storia avrebbe potuto prendere un altro corso, arriva all'origine di quei nodi che non abbiamo ancora sciolto.

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‘Arab al-Zubeid

Hamdeh Jom‘a è una ragazzina volitiva, però a tutto c’è un limite. E lei lo sta raggiungendo.

Quando l’uomo arriva al villaggio con la sua scatola magica, chiama a gran voce i bambini. I più piccoli chiederanno legumi e cereali alle madri, i più grandi li ruberanno, ma tutti accorreranno a guardare la scatola magica che, a quanto sostiene l’uomo, mangia zucchero e caga caramelle. Loro ridono e lo pagano in bulgur, lenticchie e avena. Lui narra le sue storie e mostra le sue immagini, che si trasformano in racconti quando infila un bastone nella scatola di cartone e la fa girare.

Hamdeh ha sedici anni e la magia delle immagini in movimento non le basta mai. Ruba il pane alla madre per pagare l’uomo, prende manciate di lenticchie dalla dispensa. Le viene in mente suo zio che possiede molte galline e cinque galli. Mentre lui fa il pisolino di mezzogiorno, Hamdeh entra di soppiatto e gli ruba delle uova – tutto per poter vedere le immagini muoversi di nuovo, ascoltare storie di eroi e di campioni della libertà, sentire il mondo espandersi. Quando è sul punto di uscire dalla tenda dello zio con le uova, però, lui si sveglia, l’afferra e la colpisce. Le uova si rompono e quella notte Hamdeh dorme col grembiule imbrattato in una grotta per sottrarsi alla sua ira. Che comunque poi gli passa.

Ogni sera, dopo aver finito di raccontare, l’uomo con la scatola magica conclude sempre con le stesse parole: Questo è il buio, questa la notte.

Washington


Il presidente Truman è nello studio ovale della Casa Bianca a scrivere sul diario. Il 6 di gennaio si sveglia di buon mattino e ha il tempo di lavorare un paio d’ore prima di andare a incontrarsi con la sua famiglia alla stazione dei treni. Una bella passeggiata di 35 minuti, annota sul diario, ed è felice che moglie e figli siano tornati. La grande prigione bianca è un inferno, a viverci da soli. Di notte i pavimenti schioccano e scricchiolano. Non gli ci vuole poi chissà quanta immaginazione per vedere il vecchio James Buchanan vagare avanti e indietro, colmo di preoccupazione per un mondo fuori dal suo controllo. A dire il vero c’è un’intera folla di anime presidenziali in pena che fa su e giù per le scale lamentandosi di tutto ciò che avrebbero dovuto fare meglio o che non hanno portato a termine. Alcuni dei suoi defunti predecessori si tengono alla larga da lì, scrive Truman nel diario blu. Semplicemente non hanno tempo, sono troppo indaffarati a esercitare il controllo sul regno dei cieli e a dirigere l’inferno. Ma i restanti, poveri presidenti tormentati che non sono riusciti a dimostrare il proprio valore, non si danno pace. La Casa Bianca è un luogo infernale.

Londra


Il 7 gennaio viene diramato l’annuncio che 500 donne della London Transport devono abbandonare il proprio lavoro. Torneranno a casa. Nell’arco dei mesi successivi tutte le conducenti di autobus e tram di Londra saranno congedate. In totale 10.000. Sono tornati gli uomini.

Malmö


I movimenti alla frontiera, gli alberi come tratti neri sul paesaggio bianco, il fatto che sul terreno gelato i passi lascino poche tracce. Il mondo è pieno di profughi che vogliono partire, andare via. Alcuni confini sono meno sorvegliati di altri, le strade piccole e tortuose, la popolazione locale occupata con le proprie cose.

Una frontiera tra Germania e Danimarca. Un’altra tra Danimarca e Svezia. Confini d’acqua, confini di terra, linee tracciate su cartine geografiche ma nella realtà contrassegnate da una pietra, da una staccionata, da un migliaio di fili d’erba secchi che frusciano al passaggio del vento.

Molti fuggono da ciò che hanno patito. Altri dalle conseguenze delle proprie azioni. Silenzio. Riserbo assoluto. Messaggi cifrati e mai una seconda notte nello stesso posto. Un fiume di uomini si sposta dalla Germania alla Danimarca e prosegue fino alla Svezia. Mani amiche danno loro cibo e posti letto lungo il tragitto.

Per Engdahl vuole riavere il suo passaporto. Glielo negano e resta rinchiuso in patria, paese che lui vuole preservare e allo stesso tempo ampliare tanto da farne esplodere i confini. Una visione che si contraddice da sola, ma lui lavorerà sodo per far sì che diventi realtà. La polizia segreta svedese lo classifica come nazista e, dopo una visita a Vidkun Quisling in Norvegia durante la guerra e un successivo viaggio in Finlandia dove incontra alcuni dei più alti rappresentanti della Wehrmacht, gli viene ritirato il passaporto. Malgrado vari tentativi gli ci vorrà del tempo prima di riottenerlo – perciò fa venire gli altri da lui, a Malmö. Ha collaboratori fidati che viaggiano e organizzano al posto suo. Di documenti non ne è rimasto quasi nessuno e nelle carte giunte fino a noi i nomi menzionati sono ben pochi. Bisogna ricorrere a vie traverse per scovare, esaminare e ricostruire ciò che accade durante questi mesi che, messi insieme, vanno a comporre l’anno 1947, un’epoca in cui tutto sembrava possibile perché tutto era già successo.

Provengono da ogni angolo d’Europa. La maggior parte ha combattuto nelle divisioni delle SS sul fronte orientale, e poi c’è un gran numero di baltici che rischiano l’estradizione in Unione Sovietica. Hanno tutti bisogno di sfuggire alle conseguenze delle azioni commesse durante la guerra, e ad accoglierli c’è l’uomo senza passaporto.

Per Engdahl è il leader dei fascisti svedesi, ma la fiumana bianca di profughi in cerca del suo aiuto vuole tenerla fuori dal movimento, agendo con discrezione e in codice. Ragion per cui la sua casa in Mäster Henriksgatan 2, a Malmö, diventa centrale per l’attività in questione. L’accoglienza assume un’impronta letteraria quando il fascista, che scrive anche poesie, ricorre all’uso di titoli di libri come parole cifrate per indicare i profughi, i loro nascondigli e spostamenti – tutto per tenere all’oscuro la polizia svedese.

In quanti arrivano? Non è chiaro. Chi sono? Non si sa. In mezzo a queste migliaia di uomini in fuga, però, ce n’è qualcuno che diventa più di un nome, forse addirittura un amico. Come il professor Johann von Leers, braccio destro e protégé del ministro Goebbels, uno tra gli ideologi più influenti dietro la propaganda d’odio dei nazisti. Un antisemita tutto volontà e dedizione ai vertici del partito. Grosso nome, grossa preda. Von Leers era stato fatto prigioniero da truppe americane e internato a Darmstadt, ma era scappato dopo diciotto mesi. Da lì in avanti le sue tracce si fanno vaghe e contraddittorie. Per alcuni anni riesce a svanire nel nulla, poi si sa per certo che ricompare a Buenos Aires nel 1950. C’è chi ritiene che si sia nascosto nella Germania del Nord per diversi anni, altri sostengono che abbia vissuto in incognito in Italia.

Qualunque sia la verità, alla fine del 1946 raggiunge l’antica città commerciale di Flensburgo, a dieci chilometri dal confine con la Danimarca. Lì trova ad attenderlo un volontario danese delle SS, Vagner Kristensen, che lo accompagna per una decina scarsa di chilometri fino al villaggio danese di Padborg.

«Guidavamo i profughi lungo un sentiero, al di là di una palude e poi oltrefrontiera.»

Il giovane Kristensen ha simpatia per Johann von Leers – i due avrebbero mantenuto i contatti – e così attraversa la Danimarca con il suo nuovo amico scortandolo fino a Copenaghen, dove altri gli subentrano e si occupano del trasporto in nave oltre lo stretto dell’Öresund.

«Toccò a loro venire da me quando io non potevo viaggiare», avrebbe ricordato Engdahl più avanti con un certo orgoglio, evitando però con cura di fare qualsiasi nome.

A un migliaio di nazisti in fuga Engdahl e i suoi riescono a procurare un lavoro. I cantieri navali della Kockums e il produttore di calcolatrici Addo li accolgono volentieri, a condizione che Engdahl non scriva nulla in proposito sul suo giornale, il . Tutti hanno capito qual è la regola: agire va più che bene, purché non lo si faccia alla luce del sole.

Per Engdahl: poeta, giornalista, leader fascista. In patria la polizia lo considera il vero fondatore del nazismo svedese.

«Già prima della guerra era noto per essere lo svedese che aveva i collegamenti migliori all’interno del nazismo internazionale. Era persona gradita a Berlino e a Roma. […] Già alla fine del 1945 Engdahl aveva preso contatto con le cellule naziste e fasciste superstiti all’estero», scrive l’autorità centrale di polizia, la Statspolisen, in un resoconto dei primi anni Cinquanta.

Roma


Solo qualche giorno prima che il 1946 diventi 1947, cinque uomini si riuniscono in viale Regina Elena a Roma. Un giornalista, un archeologo, un ragioniere, un sindacalista e un uomo che sostiene di essere il figlio illegittimo di Benito Mussolini. Insieme fondano il Movimento sociale italiano, basato sulle stesse idee e sugli stessi ideali del partito fascista di Mussolini. In breve tempo l’MSI raccoglie un gran numero di adesioni e cospicui contributi in denaro sotto forma di donazioni private. Già dopo un mese o due vengono aperte sedi locali in tutta Italia e il movimento può dare inizio alla sua opera di attacco alla democrazia e opposizione al comunismo. E non solo in Italia. L’obiettivo è anche quello di una nuova Europa.

Falangisti in Spagna, peronisti in Argentina, fascisti britannici guidati da Oswald Mosley, neonazisti che si radunano illegalmente a Wiesbaden sotto la guida di Karl-Heinz Priester. E poi, in Svezia, Per Engdahl....



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