Savatteri | La Sicilia non esiste | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 66, 120 Seiten

Reihe: Le Storie

Savatteri La Sicilia non esiste

l'Isola tra realtà e racconto, tra storia e leggenda
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81695-47-4
Verlag: Zolfo Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

l'Isola tra realtà e racconto, tra storia e leggenda

E-Book, Italienisch, Band 66, 120 Seiten

Reihe: Le Storie

ISBN: 979-12-81695-47-4
Verlag: Zolfo Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La Sicilia non esiste. O meglio, non è una sola. Di Sicilie ne esistono molte, forse troppe. C'è la Sicilia immaginaria dei romanzi e dei film, della musica e delle fotografie; poi c'è una Sicilia reale, ma anch'essa, a ben guardare, si rivela fatta di narrazioni, interpretazioni, stereotipi, versioni parziali. E ogni volta che sembra affiorare un'essenza stabile, una voce si alza per contraddirla. Questo libro attraversa l'isola come spazio fisico e mentale, culturale e simbolico, per decostruirne l'immagine ufficiale e restituirla nella sua complessità: tra memorie, intuizioni e luoghi comuni, le voci raccolte compongono un mosaico frammentato. E proprio nella tensione tra realtà e racconto, tra storia e leggenda, emerge il volto più autentico: inquieto, cangiante, umano. Ogni certezza genera la sua smentita, ogni verità la sua contro-narrazione. Mafia e antimafia, cronaca e mito, letteratura e cinema, gastronomia e turismo diventano i campi in cui si gioca il confronto tra cliché e profondità, tra apparire ed essere. Come un rebus a più soluzioni - tutte plausibili, tutte fallaci - questa terra si racconta e si tradisce, afferma la propria identità ma spesso la recita, si espone e si sottrae. In una continua oscillazione, fino a svanire. Al punto da poter dire, senza provocazione: la Sicilia, forse, non esiste.

Giornalista e scrittore, è nato a Milano nel 1964. Cresciuto in Sicilia, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Zolfo Editore I ragazzi di Regalpetra (2023) e La Sicilia non esiste (2025). Con Melampo Mafia Capitale, insieme a Francesco Grignetti (2015). Per Laterza ha scritto tra gli altri: Non c'è più la Sicilia di una volta (2017) e Le siciliane (2021). Per Sellerio è autore di diversi romanzi, tra i quali si ricordano: Gli uomini che non si voltano (2006), La fabbrica delle stelle (2016), La congiura dei loquaci (2017), Il delitto di Kolymbetra (2018), Il lusso della giovinezza (2020), La Magna Via (2024). Dalle sue opere è tratta la nota serie televisiva 'Màkari'. Ha diretto 'Trame, festival dei libri sulle mafie' e attualmente è direttore artistico della rassegna 'Una marina di libri'.
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L’illusione o la certezza che la Sicilia, come diceva Goethe, sia la chiave di tutto, cioè la chiave per decifrare l’Italia e quindi il mondo – di cui la Sicilia è metafora, come sosteneva Leonardo Sciascia – si scontra a prima vista con l’affermazione di quanti descrivono l’isola come speciale o eccezionale o straordinaria. Se questa terra, dalla geografia fisica a quella sociale, fosse veramente un caso a sé, è difficile accettare l’idea che questa sua eccezionalità possa farne la chiave o la metafora di tutto il resto. A meno di non considerare che ogni e qualunque luogo abbia una sua specificità, non interpretabile per analogie o simmetrie, al punto che nessuna realtà è la chiave di un’altra o del sistema nel quale è inserita.

Ma sicuramente, esiste una particolarità, non eccezionale, perché presente in moltissimi altri casi nel mondo: la Sicilia è un’isola e quindi non confina con nessuna altra terra o regione, se non con stessa. Il suo essere isola comporta – come per molte altre isole, comunque, dalla Gran Bretagna alla Sardegna, dall’Islanda a Lampedusa, per citarne solo alcune – che il viaggio per la Sicilia abbia alcuni tratti di discontinuità e di differenza rispetto ai viaggi e agli attraversamenti che portano nelle terre non insulari.

L’arrivo nell’isola – con qualunque mezzo – implica perciò un attraversamento o un sorvolamento del mare, spazio indefinito e mobile, senza limiti orografici o geografici, senza monti o valli, senza fiumi o laghi. Il mare è spazio aperto, ma allo stesso tempo è confine. È divisione ma allo stesso tempo è vicinanza, separa e unisce.

Ecco perché il viaggio verso la Sicilia è sempre un viaggio verso l’altrove: un altrove che, unitamente all’insularità, rischia di assumere un sapore esotico. Gli antropologi parlano ormai di , cioè la tendenza a rendere esotici caratteri, società, cibi, usi, costumi: una formula che potrebbe somigliare alla riproduzione folkloristica di alcuni modi di vivere e di esistere. Ma, non sembri banale, mentre nel folk c’è una vena caricaturale, nell’esotizzazione c’è una pretesa di riproduzione fedele. Per fare un esempio pratico: il giovanotto in canottiera e coppola colorata che vende gelati e bibite con una motoape davanti alla Cattedrale di Palermo è un’immagine folkloristica, il giovanotto in canottiera e coppola che dietro al suo banco alla Pescheria di Catania magnifica con voce tonante la sua merce è invece un’immagine esotica, che infatti visitatori, turisti e giornalisti fotografano e filmano – con l’approvazione compiaciuta del pescivendolo – ritenendo di poter cogliere l’anima della Sicilia. Quel pescivendolo non è esotico mentre vende tranci di pesce spada a coloro che valutano qualità e prezzo chiedendo lo sconto, ma lo diventa nel momento in cui acquisisce consapevolezza di essere l’immagine emblematica di una città e di una regione. Viene esoticizzato e lui stesso si esoticizza.

Il venditore di pesce è sempre il medesimo venditore di pesce, che però assume ruoli diversi nel momento in cui il pescivendolo o quando il pescivendolo, a seconda di quale sia il suo pubblico.

L’isola è quindi una meta estrema, esotica e ciascuno ci va per cercare qualcosa, in base alla sensibilità, formazione e cultura. Si può andare in Sicilia anche senza mai andarci. A volte, basta solo un cibo o una suggestione. Ricordo una breve poesia scritta da un insegnante milanese, al quale mio padre, suo collega, regalava ogni anno il vino, le mandorle e le noci della nostra terra. «Apro una bottiglia di vino siciliano – diceva la poesia – mi schiaccio una noce, son dunque barone».

Uno che ha raccontato il suo viaggio in Sicilia è Stendhal. Un viaggio particolare. «Non sono uno studioso di cose naturali – scriveva l’autore de e molto mediocremente conosco il greco; il mio scopo principale, viaggiando per la Sicilia, non è stato quello di osservare i fenomeni dell’Etna né di chiarire, per me e per gli altri, quel che gli antichi autori greci hanno detto della Sicilia. Ho cercato soprattutto il piacere degli occhi, che in questo singolare paese è grande. Si dice che assomigli all’Africa; ma quel che per me è certo, è che non assomiglia all’Italia, se non per le passioni divoranti. È proprio per i siciliani che si può dire non esiste la parola , una volta che si infiammano d’amore o d’odio».

Così diceva nel 1838 monsieur Henry Beyle, conosciuto col nome di Stendhal. E dei suoi viaggi in Sicilia aveva già scritto nel 1817, nel 1827 e nel 1829. Cronache frettolose, ma comunque sempre diari di viaggio: «Abbiamo visto, viaggiando a dorso di mulo, quella parte dell’Africa che chiamiamo Sicilia». C’è solo un piccolo particolare, non secondario: Stendhal, che fu anche console francese a Civitavecchia, conosceva e frequentava l’Italia (Milano, Roma, Napoli) ma non è mai stato in Sicilia. La Sicilia restò il sogno di un viaggio, pur affermando più volte che quel viaggio lo aveva fatto. Restò comunque un luogo dell’immaginazione. «Per chi ama Stendhal – e per chi ama la Sicilia – fu una grande occasione mancata», scrive Leonardo Sciascia.

La Sicilia poteva essere raccontata e descritta pur non mettendoci piede, grazie all’immaginario letterario, storico e artistico che evocava. Il letterato e militare francese Paul Louis Courier, osservando agli inizi dell’Ottocento la costa siciliana dalla Calabria, descrive il suo desiderio di passare lo Stretto: «Voglio vedere la patria di Proserpina, e sapere perché il diavolo ha preso moglie proprio in quel paese». Luogo mitologico, la Sicilia è terra di diavoli, ninfe e giganti. Un posto abbastanza distante da potersi prestare a letture mitologiche, pregiudizi culturali, stereotipi folkloristici. Un po’ quello che accade ancora oggi con film o fiction ambientate e girate in Sicilia, ma pensate e scritte prima di avervi messo piede. Spesso sulla base di testi, libri, opere che offrono uno sguardo, anche acuto, sulla Sicilia. Una Sicilia di seconda mano, una Sicilia che esiste virtualmente, non sempre coincidente con quella reale. Un’idea di Sicilia.

D’altra parte, appena qualche decennio prima, nel 1765, nella prima edizione dell’ di Diderot e d’Alembert, summa del sapere illuministico dell’epoca, Palermo veniva descritta così: «In latino : città distrutta della Sicilia, nel Val di Mazara, con un arcivescovado e un piccolo porto. Prima della sua distruzione per un terremoto, Palermo gareggiava con Messina per il rango di capitale». Nel mondo intellettuale europeo, Palermo veniva considerata una città ormai scomparsa. Pur essendo al centro del Mediterraneo, era talmente remota da poterla considerare senza dubbi nero su bianco, nella grande opera stampata a Parigi, come un luogo immaginario del passato, appartenente alla sfera della leggenda, al pari di Atlantide o di Troia.

La Sicilia, al di là del mare, è il posto dove possono trovare residenza i sogni, i desideri e perfino i pregiudizi. «Chi ha lingua passa il mare» recita un detto siciliano, a voler intendere che chi possiede gli strumenti, linguistici e culturali per comunicare con altre realtà, non ha confini né delimitazione. Lo stesso mare può essere oltrepassato da chi conosce il linguaggio usato sulle altre coste.

Per chi arriva nell’isola, e a volte per gli stessi siciliani, quindi il primo passo è quello di sapere e di volere decodificare la lingua locale; e per lingua intendiamo gli impliciti culturali, i non detti, i linguaggi comportamentali, i substrati collettivi. Una mole di libri e manuali e video aiuta fortemente in quest’opera di transcodifica, considerando che la Sicilia è ampiamente e variamente narrata. Quando si affianca l’aggettivo «siciliano» a un sostantivo – sia questo un libro, un cibo, un film, un paesaggio, un quadro – ciascuno capisce esattamente cosa si vuol dire e quale evocazione venga richiamata con l’aggettivo «siciliano». È probabile che l’evocazione sia vaga, stereotipata o banale, ma comunque esiste nella percezione generale. È sicuramente più percepibile e comprensibile di quando si usano altri aggettivi legati ad alcuni luoghi geografici: qualcosa di «siciliano» è genericamente più identificabile di altri corrispettivi come «esquimese», «galiziano», «melanesiano» o «molisano».

Allo stesso modo, è comprensibile il deterioramento dell’aggettivo «siciliano», in teoria di per sé abbastanza neutro, nella formula «alla siciliana». Se per una ricetta (melenzane, triglie o pesce spada), la formula sottintende un particolare modo di preparare quella pietanza – spesso in agrodolce o con l’uvetta passa – in altre occasioni la specificazione assume un valore negativo.

Un viaggio in Sicilia «alla siciliana» rischia così di essere una pietanza agrodolce, con molti contrasti non sempre gradevoli al gusto, spesso con un certo sovraccarico barocco che può velocemente slittare nell’indigesto.

Perfino Goethe ne ebbe chiara percezione. Vero è che rimase affascinato dalle rovine greche, ma nel suo diario del viaggio in Sicilia, tra aprile e maggio del 1787, già alle primissime pagine scrive dell’immondizia che ricopre il Cassaro, e se ne lamenta con un commerciante di Palermo.

«“Per tutti...



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