E-Book, Italienisch, 147 Seiten
Reihe: Nichel
Sarchi Via da qui
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-364-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 147 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-3389-364-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Una giovane donna perde la sua compagna in un incidente, ma a decidere se espiantare o noi suoi organi saranno i genitori. Una bambina tiene un diario delle vacanze mentre una zia che da tempo si è trasferita negli Stati Uniti, vorrebbe comprare una casa sull'argine del Po perché la sua vita non continui a franare. Una coppia vive abusivamente nel sottotetto di un palazzo nobiliare a Bologna e campa di espedienti. Un'altra donna, in California, svuota l'ultimo cassetto per lasciarsi alle spalle un'esistenza sbagliata. Un gruppo di amici si ritrova in cima a un'altana, a Venezia, a Venezia, a ragionare sulle proprie rese e su quanto le loro vite si siano allontanate da quelle che avevano immaginato da giovani. Sono storie di crepe e di traslochi sentimentali, esistenziali, fisici, di case abbandonate o a cui si sogna di ritornare, di legami che il tempo inevitabilmente ha reciso o allentato, dove l'unica ancora che resta è la misericordia verso di sé o la forza dell'amicizia. Alessandra Sarchi indaga nell'intimo lo smarrimento di queste donne e di questi uomini che cercano il loro posto in un mondo dove tutto subisce accelerazioni e crolli, e i miti prodotti dalla società dei consumi decadono, e scadono, come merci. Uno smarrimento che ci riguarda da vicino perché la loro malinconia, il loro desiderio di fuga e la speranza di ripartire da capo, da qualche parte, sono anche i nostri.
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L’argine
«Pramar, Bompani, Vimec, Lega Coop, Acciaierie...»
La voce esita, s’incaglia e prima che possa finire è azzittita da un’altra: «Acciaierie del Po. Non sai nemmeno leggere. Ho vinto io».
«Non è vero io ne ho detti di più, di nomi».
«Sì, ma ne hai sbagliato uno».
«Non vale».
«Sì che vale, è la regola».
In auto c’è caldo, Rossella non fa che ripetere ai bambini di tenere chiusi i vetri perché ha acceso l’aria condizionata, ma Giorgia e Matteo continuano a spenzolarsi di fuori in cerca di un po’ di fresco anche se raccolgono sulle braccia e in fronte solo aria bollente e insetti storditi.
«Dovreste essere più ubbidienti, non mi piacciono i bambini che fanno di testa sua».
Ines, per dirlo, si è girata tutta verso il retro dell’auto, dove Matteo e Giorgia ridacchiano.
Di testa , accidenti! Possibile che sua sorella dopo vent’anni passati in America si sia dimenticata l’italiano? E glielo deve spiegare lei che si perde subito autorità a sbagliare le parole davanti ai bambini? Senti come se la ridono lì dietro.
Giorgia, dopo aver alzato il suo finestrino, attacca: «Zia, volevi dire che è colpa di Matteo che tiene il finestrino giù?»
Rossella lancia un mezzo sguardo laterale a sua sorella come a dire: e dai, Ines riprenditi. Ormai è in Italia da quasi una settimana, non ha neanche più la scusa del fuso orario. Infatti non è per via del fuso orario, o non solo. A Ines le parole vorticano in testa come sciami d’api rumorose. Ines si volta verso i sedili posteriori e serissima dice: «Adesso mi spiegate come funziona il gioco dei nomi».
Matteo inizia: «Allora devi dire i nomi delle fabbriche e dei capannoni, però se ti sbagli...»
Giorgia lo interrompe e con voce saputa riprende: «Partiamo dall’inizio. Quando facciamo questa strada, per andare in piscina, dobbiamo dire i nomi delle aziende che si trovano sui due lati della strada, bisogna saperli dire per intero e prima che la macchina si trovi proprio davanti alla scritta. Vince chi ne dice di più, ma al primo nome che sbagli sei squalificato».
«Mi sembra un gioco complicato», dice Ines, fissandoli seria; ha capito che ai bambini piace essere guardati così dagli adulti.
«Non è complicato, ci vuole memoria, e bisogna saper leggere veloce», ribatte Giorgia.
«Prima non lo facevamo, quando l’autoradio della mamma andava ancora, ma adesso è rotta».
Sulla faccia di Matteo, rossa per il caldo, si disegna una smorfia tutt’intorno alla bocca appena ha finito di pronunciare questa frase. Peccato, assomiglia tutto a suo padre, pensa Ines guardando le piegoline sottili che lo fanno invecchiare di colpo per qualche secondo, ma sono già scomparse quando riprende: «A me piaceva di più quando c’era la musica».
Rossella solleva di poco le spalle, premendo le due mani sul volante, ha già spiegato un’altra volta ai bambini che per cambiare l’autoradio in quella macchina, che è piuttosto vecchia, bisognerebbe fare un lavoro costoso dall’elettrauto e che quei soldi è meglio tenerli per il corso di nuoto e per i libri e tutte le altre cose che sono necessarie. Non vorrebbe dover ripetere anche a sua sorella l’intera faccenda, anche se proprio in quel momento, come per effetto di un meteorite cascato di colpo sul cofano della macchina, capisce la gravità oggettiva della cosa. Le sembra infatti di sentire sua sorella bisbigliare: «Rossella, sei messa così male da non poterti permettere nemmeno la musica in auto. Vi potrei aiutare, se solo tu me lo consentissi». In realtà sono tutti silenziosi da un paio di minuti, così Rossella dice: «Lasciamo stare».
E nessuno capisce a che cosa esattamente si riferisca. Ines non replica, tiene le mani intrecciate in grembo, giocherellando con le dita, il silenzio è più imbarazzante di un commento, perciò Rossella che da dieci minuti è concentrata nel cercare di sorpassare un tir in quella strada stretta e piena di curve, mentre i tetti industriali luccicano sotto la canicola e le punte dei pioppi si sfrangiano nel cielo afoso, quando finalmente ci riesce si gira verso i bambini per una frazione di secondo e lancia non un rimprovero, nemmeno un ammonimento, piuttosto un’implorazione.
Matteo fiuta, nella bolla calda dentro l’auto, la debolezza e sente la possibilità di dire qualcosa che gli darà un piacere cattivo e irrinunciabile, ma quando comincia: «Il papà però...», Giorgia lo fissa dura, distoglie lo sguardo, come volesse cancellarlo, poi rivolta verso la zia dice: «Possiamo benissimo stare senza. Possiamo cantare, oppure fare i giochi dei nomi, quello delle fabbriche non è mica l’unico che mi sono inventata».
«Allora cantiamo una canzone insieme», li invita Ines girandosi verso di loro.
«La conosci la canzone dei Pokémon?», chiede d’un fiato Matteo.
«No».
«Chiaro che non la conosce», sentenzia Giorgia, «in America non ci sono i Pokémon».
Ines sorride, sorride soprattutto a Rossella che adesso sembra meno tesa, forse perché è riuscita a superare il tir che le ha fatto mangiare per chilometri polvere e sabbia che uscivano dal container aperto in alto. Doveva essere sabbia del fiume, Rossella nota un mucchietto grigio-nero che si è incagliato nel tergicristallo e che rimarrà lì, con ogni probabilità, fino alla prossima pioggia.
«Allora quale canzone?», incalza Ines.
Passano al vaglio un po’ di canzoni scolastiche che dovrebbero far parte del repertorio noto a tutti i bambini, ma Ines si accorge che i suoi nipoti conoscono a malapena i titoli, alla fine ripiegano su «Alla fiera dell’Est», l’unica che sanno tutti e quattro. Mentre cantano Rossella pensa che è una di quelle canzoni che nessuno si ricorda mai dove l’abbia imparata, né con chi, e forse è per questo che va bene sempre, di generazione in generazione, da un posto all’altro.
Per un attimo smette di sentirsi impolverata e sudata, come se finalmente l’aria condizionata avesse cominciato a fare il suo dovere, le viene voglia di abbracciare sua sorella e i bambini e perfino di fumarsi una sigaretta, cosa che evita sempre in auto, soprattutto se ci sono Giorgia e Matteo. Cantano finché la canzone non è finita, poi ripetono le ultime strofe, sempre con qualche stonatura di mezzo, che dispiace a Rossella, perché sperava che i suoi figli fossero un po’ più intonati, altrimenti a che serve avere due genitori musicisti?
Ines allunga la...




