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E-Book

E-Book, Italienisch, 666 Seiten

Reihe: Narrativa

Sales Incerta gloria


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7452-734-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 666 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-734-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Giugno 1937, guerra civile spagnola. I ribelli di Franco hanno attaccato la Seconda Repubblica da quasi un anno, e tutta la Spagna è chiamata alle armi in una lotta tra fratelli destinata alla rovina. Nella retroguardia di Castel de Olivo, sul fronte di Aragona, il tenente Lluís de Brocà ritrova un vecchio amico dei tempi universitari, l'eccentrico Juli Soleràs, e si innamora della Carlana, l'enigmatica vedova del signorotto locale. A Barcellona, però, Lluís ha lasciato una compagna e un figlio piccolo. Non appena questi lo raggiungeranno sul fronte, le tensioni e le passioni tra i tre giovani amici si acuiranno sino a deflagrare. Il capolavoro di Joan Sales, considerato uno dei piú grandi romanzi della letteratura catalana del XX secolo, accompagna il lettore nella scoperta dell''incerta gloria' di guerra e amore ed è, con la sua profonda riflessione sulla gioventù, la morte, la spiritualità, il bisogno di fede e poesia, un meraviglioso ritratto a tutto tondo dell'animo umano.

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II


La zia Olegària mi stava aspettando. Non era andata a letto per non lasciarmi la cena fredda; perché questa brava gente, che mangia cose tanto orripilanti, ha i brividi al solo pensiero di mettere sotto i denti cibi freddi. L’ho rimproverata, le ho detto che, in fin dei conti, non ha alcuna importanza non mangiare caldo, e anche non mangiare, di tanto in tanto; che forse è persino un bene per la salute, e che, in ogni caso, non lo è per la sua, di salute, rimanere sveglia sino alle prime ore del mattino.

Lei mi guardava scrollando il capo, affatto persuasa.

“È che io mi penso sempre al nostro, che se ne sta in giro per queste guerre, come voialtri”.

Non era certo la prima volta che mi parlava di suo nipote. Ormai comincio a saperne di piú. Ormai mi è familiare l’irremovibile convinzione della vecchia: “Quando un soldato sta qui da noi, in casa, penso che come io tratto lui, allora loro mi trattano il nostro”. Tuttavia, avevo sempre dato per scontato che prestasse servizio in qualche unità repubblicana.

Quel mattino, dunque, mentre io mangiavo la cena che mi aveva scaldato e lei, in piedi, mi guardava mangiare, le ho chiesto ulteriori notizie del nipote: tra le altre, in quale unità si fosse arruolato. La povera donna non me lo sapeva dire, faceva confusione tra reggimenti e battaglioni. Mi ha colpito, però, il fatto che parlasse di reggimenti, giacché nel nostro campo non ce ne sono. Ne ho dedotto che deve servire in un’unità nemica. Lei non le distingue, crede che “tutti uguali siamo”, e, chissà, forse ha ragione.

Il nipote si chiama Antonio López Fernández. Mi ha mostrato alcune sue fotografie, con il vestito da recluta o della domenica, perché nemmeno sotto tortura qui si farebbero fotografare con gli abiti di tutti i giorni. Nelle foto il nostro Antonio López Fernández ha una certa aria rigida, uno sguardo dritto davanti a sé che stona con il sorriso forzato della bocca. Ritoccate e ingrandite (le linee delle sopracciglia e dei capelli sono state ripassate con il carboncino), la zia Olegària le tiene appese nella sua stanza da letto in cornici dipinte di porporina. Una merita un’attenzione particolare: è l’imprescindibile foto della prima comunione e vi appare il nostro Antonio López Fernández vestito da marinaretto. Al suo fianco c’è una bambina all’incirca della stessa età, di dieci o dodici anni, con un abito da sposa. Da sposa, però, del secolo scorso, incredibilmente provinciale e passata di moda.

“Zia Olegària, non sapevo che avesse una nipote”.

“Non è mia nipote, è mia sorella”.

“Sua sorella? E ha la stessa età di suo nipote?”

“Quando ha fatto la prima comunione, sí che era della sua età; ma poi, quando è morta, la poveretta… Saranno passati una sessantina di anni. Lei lo sa che io in questa casa ci ho avuto una signorona, cosí come adesso ci ho lei di persona, no?, di ospite. Una vera signora, Don Luisico, era la maestra del paese! Embe’, questa signora, quando se ne andò in un altro paese, mi regalò quella cornice, senza la pittura; e io gli ho detto al ritrattista che tutti gli anni veniva a fare le prime comunioni: non è che mi metti insieme mio nipote e la mia sorellina, che Iddio l’abbi in gloria, tutti e due nello stesso quadro, cosí ci posso fare qualcosa con questa cornice che è tanto carina? Venti monete si è preso il ritrattista per farmi ’sto lavoretto, che cosí non si vedeva che era attaccato. E io me li tengo vicini vicini, tutti e due, che mi sembra che me li vedo proprio lí. Bello, vero? Questi ritrattisti sono dei maghi per fare i quadri belli. Che poi, tutto sommato, per venti monetucce…”

Venti monete sprecate, ma che le potevo dire? Del resto, non è lei a detenere il record di fotografie insensate in questo paese. Il sindaco (lo stesso che il comandante Rosich aveva reintegrato alla guida del Comune) tiene appesa in soggiorno la radiografia che gli hanno fatto allo stomaco quando l’hanno operato di tumore. Il tumore è risultato benigno, eppure la radiografia è repellente quanto un cancro. Il tipo l’ha incorniciata e ne va oltremodo fiero; spiega a tutti che “il quadro gli è costato i suoi buoni trenta napoleoni”. E qui potremmo addentrarci in profonde riflessioni filosofiche: e se il sindaco avesse ragione? Che cambia tra la foto del nostro viso e quella del nostro stomaco?

Sono andato al castello. Bellota sta meglio, le è tornato l’appetito, mi ha detto il servo; le ha tolto la protezione, perché iniziava a patire il caldo. Per la prima volta la padrona mi ha ricevuto non nella sala grande, bensí nell’ala in cui vive. Poiché il castello è enorme e lei non ha una domestica, si è ritirata in poche stanze, quelle indispensabili, piccole e con l’orientamento migliore. Sentivo una viva curiosità per quella parte dell’edificio, finora tenuta gelosamente nascosta a tutti noi.

Sono camere con degli allegri finestroni che si affacciano a sud, sul paese. Si scorgono i tetti di tutte le case, di un grigio finissimo, con macchie di lichene color ruggine; dal mare di tegole emerge il campanile in mattoni nerastri. Alzando il capo, si vede il barbacane del castello che crea una sporgenza piuttosto pronunciata, con una moltitudine di nidi di rondini e di rondoni. Ne ho contati addirittura una cinquantina. Il fango di cui sono fatti indurendosi ha formato una patina: pare che questi uccelli si servano, se possono, dello stesso nido, anno dopo anno, con qualche piccolo ritocco, e non è improbabile che qualcuno sia antico quanto il tetto stesso.

Questa parte del castello superava ogni mia previsione. Non immaginavo certo di trovarvi quel lusso stridente e inopportuno che evoca l’idea di “serva fattasi signora”, giacché una simile idea non mi era mai passata neppure per l’anticamera del cervello; malgrado ciò, la sua estrema semplicità mi ha meravigliato.

Gli interni assomigliano a quelli di un convento. Il saloncino in cui mi ha ricevuto serve al contempo da sala da pranzo. Vi si affaccia la stanza da letto, spaziosa, senza altri mobili a parte un letto di ferro, un paio di sedie impagliate e un cassettone isabellino. Riuscivo a vederla bene perché la porta era spalancata. Da una parte del salottino doveva esserci la cucina – la porta era chiusa – e dall’altra la cameretta dei bambini. Le pareti sono imbiancate a calce e i pavimenti sono di mattonelle comuni, dipinte di ocra rossa.

Mi ha fatto accomodare su una sedia in stile fratino. Tra lei e me si frapponeva un tavolo rotondo in noce, piuttosto piccolo, dove forse mangiano. Ovviamente abbiamo parlato dei mugnai, dal momento che era quello lo scopo della mia visita.

“Sono venuti ieri. Ci siamo già accordati. Domani si stabiliranno ad Albernes”.

“Immagino che ora Santiaga la smetterà con i suoi pettegolezzi”.

“La poveretta si è messa a piangere. Non è cattiva, è solo stupida. In questi paesi si fa piú male per stupidità che per cattiveria”.

Le ho riferito delle voci che correvano nel battaglione.

“Probabilmente ce ne andremo via da Olivel. Da quando è iniziata la guerra, non ero mai rimasto cosí tanto in uno stesso posto”.

“Poveretti, è naturale che desideriate un po’ di tranquillità. Ma Olivel è cosí piccolo, cosí sporco, cosí infossato, cosí miserabile…”

È calato il silenzio. Lei guardava verso la finestra aperta. Ci giungevano le grida delle rondini affaccendate nel loro andirivieni dai nidi. Lei guardava lontano, con quello sguardo smarrito di chi non guarda niente. E di colpo è scoppiata a ridere ripetendo “cosí infossato, cosí miserabile”.

Era una risata che mi faceva male e l’ho interrotta quasi con risentimento.

“Sí, Olivel è triste. E anche lei lo è. Chissà se è proprio questa tristezza ad attrarmi tanto”.

I primi giorni Olivel mi soffocava, ora lo posso dire, ora che non cambierei le sue lande desolate e le sue montagne brulle con nessun altro posto al mondo. Niente è come la tristezza cosí misurata, cosí serena, tutta schiusa al cielo, di questi vasti deserti, appena interrotti in lontananza da qualche eremo su una collina di argilla gialla, con quattro cipressi…

“Come può piacerle un paese del genere?”

“Per la stessa ragione per cui mi piacciono una musica triste o un crepuscolo di novembre o un ricordo molto remoto… o una donna con un passato intenso”.

Aveva smesso di ridere, però mi fissava con una punta di curiosità beffarda.

“Noi contadine non badiamo a queste cose. Le preoccupazioni che ci tormentano sono molto piú semplici: se la scrofa ingrassa, se le galline covano, se nell’orto maturano i pomodori, se le provviste di carne dureranno fino alla macellazione dell’anno seguente… Perché pensare ad altro? Il passato… Appena ci si lascia andare a ricordi e cose tristi, si comincia a provare angoscia. È cosí strano il passato, se ci si immerge dentro! Io ero in quel posto, facevo questo o quello, com’è possibile? Con il passare degli anni, dove va a finire quello che abbiamo detto, quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo pensato? Ne ho vissuti molti a Barcellona e posso capirla; vede come riesco a sostenere la conversazione. Però mi creda: una donna con un passato è una cartuccia sprecata. E se uno ha mancato il bersaglio, deve essere paziente. Quando una donna ha un passato, è irrimediabilmente vecchia. Io sono vecchia, e la mia vita è un fallimento: questo è tutto. Non stia a cercare musiche celestiali o crepuscoli di novembre, non si faccia illusioni”.

Il sole di quella mattina di fine canicola entrava di sguincio dalla grande finestra e faceva sfavillare il vetro...



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