E-Book, Italienisch, 128 Seiten
Reihe: Amazzoni
Sajko / Parmeggiani Piccole morti
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6243-572-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 128 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-572-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nata a Zagabria nel 1975 e attualmente residente a Berlino, IVANA SAJKO è scrittrice, drammaturga e performer. I suoi testi, tradotti in diverse lingue, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti e le sue opere teatrali sono state rappresentate sui palcoscenici di tutto il mondo. Tra i suoi libri in italiano figurano la raccolta di testi teatrali nota come 'Trilogia della disobbedienza' e il romanzo 'Rio Bar' (Excelsior 1881, 2008).
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Simili nuvole scure portavano la grandine sulla casa della nonna, sapevamo prevedere la loro vendetta sui raccolti del villaggio, sul mais, le vigne e i frutteti piantati lungo i pendii, d’improvviso la tempesta interrompeva una serie di giornate di sole, nella volta nera si aprivano squarci da cui sibilavano i fulmini, “non stare mai sotto a un albero quando tuona” ci diceva la nonna, oppure: “conosco un tipo che quando si è abbattuto un fulmine si è riparato sotto a un noce, l’ha fritto completamente, ha perso i sensi, poi la moglie l’ha coperto di terra, a mani nude, è ancora vivo, ma non ricorda nulla”, grovigli di vene cariche di elettricità scendevano davvero fino a terra, e dopo la fragorosa presentazione il ventre gonfio della volta celeste si apriva completamente e sulle collinette cadevano tonnellate di ghiaccio spezzando i rami e distruggendo i giovani frutti, ma sapevamo sempre quando arrivava la grandine, sentivamo l’odore dell’approssimarsi della tempesta e ci fiondavamo verso la vigna, da dove partiva un sentiero in salita, ci servivano dieci minuti per correre fino al vecchio bunker in cui si trovavano la stazione meteorologica e una rampa di lancio per i missili antigrandine, dall’altra parte della collina stava già arrivando il lanciarazzi, magro, vestito con una mantella verde oliva e gli stivali di gomma, si aspettava di trovarci accanto alla rampa di lancio, disserrava la porta di ferro, estraeva un razzo e lo posizionava nell’incavo della rampa, lo aiutavamo a trasportarlo, poi ci ordinava di spostarci e accucciarci dietro al muro, il razzo sibilava verso il cielo, mentre le nostre teste facevano capolino dal riparo, correva incontro alle nuvole nere lasciando una sottile scia di fumo ed esplodeva da qualche parte in alto mentre noi due squittivamo per l’eccitazione, a volte ne volavano anche due o tre, poco dopo invece della grandine cominciava la pioggia, il lanciarazzi richiudeva a chiave il bunker, ci diceva di salutare la nonna e spariva tra gli alberi da frutto scivolando in discesa sull’erba bagnata, restavamo a lungo impressionati da quel miracolo pirotecnico, i razzi salvifici lunghi appena due metri collegavano il villaggio natio della nonna con gli spazi infiniti del cosmo, guardavamo il cielo dalla nostra provincia e viaggiavamo attraverso la stratosfera su velivoli immaginari, ben oltre i razzi antigrandine, ben oltre Laika, il cui scheletro canino girava ancora in orbita, a volte ci voltavamo verso la Terra e cercavamo di riconoscere le luci di New York o di Hong Kong, poi proseguivamo fino alla Luna a Venere a Giove, il lessico infantile dei Carri consunti ci insegnava dove andare, sempre oltre, sempre oltre, solo oltre, vagavamo per le colline intorno alla casa e immaginavamo di attraversare la foresta vergine, con i bastoni ci aprivamo un sentiero tra i cespugli e ci arrampicavamo sugli alberi per scoprire il fuoco del vicino campo indigeno prima di cadere nella loro imboscata, entravamo negli chalet in costruzione che erano templi di popoli antichi al cui interno cobra velenosi custodivano l’oro donato a certe divinità crudeli, ai margini del bosco costruimmo anche un nascondiglio, un rifugio sotterraneo coperto di rami e foglie di felce, accanto all’ingresso sistemammo un focolare delimitato da mattoni rubati dove cuocevamo il mais novello preso dal campo del vicino, in un altro campo ci procuravamo le patate, le tiravamo fuori con i cucchiai presi dalla cucina della nonna, e poi con la buccia le gettavamo sulla brace, nel rifugio avevamo una scatola di fiammiferi e dei barattoli per l’acqua, un paio di bastoni che servivano a qualsiasi cosa, chiodi, un pezzo di corda, ma il tesoro più grande erano dei bossoli vuoti di fucile, li avevamo trovati sul prato dell’edificio del poligono di tiro dove si riunivano i cacciatori dei dintorni, li guardavamo sparare ai piccioni d’argilla per poi raccogliere i bossoli variopinti che cadevano sull’erba, una volta riuscimmo a rubare una scatola intera di proiettili, erano grossi come un pollice, avevano il fondo dorato con dei numeri incisi e un corpo rosso pieno di polvere da sparo, i cacciatori si erano riuniti nel cortile vicino, dove la nonna aiutava le donne a servire una cena abbondante, davanti alla casa avevano portato i tavoli con grandi vassoi di carne grigliata e brocche di vino che si spillava dalla botte in cantina, nell’apertura della botte si infilava l’estremità di un tubo di plastica, mentre l’altra si metteva in bocca, bisognava aspirare l’aria fino a quando il liquido non scorreva, “non inghiottite”, la nonna ci aveva spiegato come spillare il vino e qualche volta ci aveva mandato a riempire le brocche, ci eravamo ubriacati praticamente subito e non eravamo più usciti, la cantina era più interessante, lì i cacciatori avevano lasciato i fucili e gli zaini, l’equipaggiamento odorava di umidità e foglie marce, estraemmo i coltelli dalle custodie di pelle e li osservammo affascinati luccicare nella penombra, i fucili riuscimmo a malapena a sollevarli, e tanto meno ad appoggiarli alla spalla e a far finta di sparare, poi sulla panca accanto alle armi trovammo una scatola di proiettili, la trafugammo in cortile e con la scusa di andare a dormire ce ne tornammo a casa, lasciammo i sandali davanti alla porta, e poi a piedi nudi corremmo in salita fino al nostro rifugio per nasconderla, e quando quella stessa sera cominciò la discussione sulle munizioni scomparse, noi eravamo già stesi a letto con la pianta dei piedi verde, il giorno dopo trovammo il nostro nascondiglio distrutto, la copertura era squarciata, e l’interno calpestato dagli stivali, nella cucina della nonna ci aspettavano nervosi alcuni cacciatori, la nonna nel frattempo preparava il caffè, appena entrammo, uno di loro si alzò e ci diede uno schiaffo, era la prima volta che ci colpiva qualcuno che non fosse nostro padre e fece male in un modo diverso, poi un altro cacciatore chiese di chi fosse stata l’idea, restammo in silenzio, “di chi è stata l’idea?” ripeté, cominciammo a piangere, ci osservavano senza pietà, soprattutto mio fratello, perché era più grande, poi gli ordinarono di abbassarsi i pantaloni, lui non si mosse, tremava dal pianto e guardava supplichevole la nonna, lo abbracciai, ma la nonna mi afferrò e mi tirò via, lo schiacciarono contro il tavolo e gli abbassarono i pantaloni, uno gli premeva la testa sulla tovaglia e gli teneva le mani, mentre l’altro gli frustava il sedere, uno!, due!, tre!, nooooo, pregavo, noooo, gridavo stretto nella presa della nonna e chiamavo la mamma finché la nonna non strillò: “vuoi anche tu la tua parte?!?”, dopo dieci colpi la smisero, la nonna sistemò la tovaglia e offrì loro la rakija prima della partenza, mentre mio fratello scappò in bagno e si rintanò in un angolo, teneva le mani premute sul viso e tremava mentre io stavo seduto accanto alle sue gambe e piangevo, improvvisamente si alzò, aveva gli occhi iniettati di sangue, andò dritto dalla nonna e urlò: “ti ammazzo!!!”, lei si voltò, gettò uno sguardo rapido su di lui, su di noi, e continuò a rassettare la cucina come se avesse fatto così per tutta la vita, fingere di non vedere e di non sentire, però l’aneddoto delle munizioni si raccontava ogni volta che tornavamo al villaggio per le vacanze, dove siamo venuti per anni, perché mia madre diceva che dovevamo stare all’aria aperta, “il più possibile all’aria aperta”, e spediva denaro alla nonna perché ci desse da mangiare come si deve e la nonna con quei soldi comprava pulcini nelle scatole di cartone, li scaldava sotto delle grosse lampadine e li imbottiva di mais macinato per tutta l’estate così che, prima del nostro ritorno a scuola, quelle palline gialle pigolanti erano già diventate delle vere galline, bianche e buffe, con le teste sollevate in alto che curiosavano a destra e sinistra, allora cominciava a tirarle fuori dal pollaio a partire dalle più grosse, tagliava loro la testa sul ceppo e le lasciava correre per il cortile ancora un po’ mentre il sangue sgorgava dal collo, tre o quattro insieme, poi le raccoglieva dall’erba e le gettava in un catino di acqua bollente, e trascorreva il resto della giornata a strappare piume ed estrarre interiora, per poi infine congelarle in pacchetti che avrebbe venduto in autunno al nostro ritorno in città, noi non partecipavamo, vagavamo per il bosco e rientravamo nella cucina della nonna solo all’imbrunire, comparivamo sulla salita dietro casa esattamente quando accendeva la lampadina, le finestrelle grigie d’improvviso diventavano arancioni, mio fratello si lanciava di corsa giù per la discesa e io lo seguivo, vorrei tornare indietro a quel momento, lanciarsi e abbandonarsi, l’impeto della discesa mi muove le gambe, faccio attenzione a non prendere una buca e a storcermi una caviglia, mio fratello è sempre più veloce e mentre mi è vicino dalla gola gli esce un lungo AaAaAaAaAa, il suono rimbalza insieme al resto del corpo, corro dietro a lui, corro e corro e quando arrivo sul prato in piano e riesco a fermarmi poco prima del recinto di casa, mio fratello mi aspetta già, il suo viso è scottato dal sole, e la fronte cosparsa di goccioline di sudore, mi guarda con i grandi occhi brillanti ancora ansimante per la corsa, con i pugni stringe forte la staccionata, apre il cancello, entra per primo, sull’erba si sono già seccate le piccole pozze di sangue, e le bacinelle di plastica in cui rimane sempre qualche piumetta si asciugano accanto al pozzo, mio fratello si volta e sussurra che deve mancare poco all’inizio della scuola, sì, sì, lo vedo, il pollaio è aperto, dentro non ci sono più animali, poi si mette un dito sulla bocca per dirmi di non fare rumore e prende un sassolino e lo lancia contro la finestra della cucina per spaventare la nonna, lei compare alla porta e grida,...




