Ryan | Il cuore girevole | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 169 Seiten

Ryan Il cuore girevole


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7521-709-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 169 Seiten

ISBN: 978-88-7521-709-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Il cuore girevole è un romanzo corale e polifonico in ventuno capitoli, ognuno condotto dal punto di vista di un personaggio diverso, su quanto accade in un paesino della campagna irlandese all'esplosione della bolla speculativa immobiliare che costellò gli insediamenti rurali di ghost town, lotti di mini-villette a schiera mai abitate. La lente d'ingrandimento di Ryan consegna al lettore il quadro delle vicende che si sviluppano attorno al fallimento di un'impresa edile: relazioni, tradimenti, rapporti familiari disfunzionali, un omicidio e un rapimento trovano uno spazio tanto naturale quanto le gesta dettate dall'amore, dallo spirito di solidarietà, dalla dignità e dal rispetto. Ogni capitolo recupera la trama del precedente spingendola in avanti: la vicenda avanza arricchendosi ogni volta di informazioni decisive, rivelazioni, ipotesi e dubbi formulati da prospettive inedite e inattese, il tutto in uno stile unico, ruvido e vivace, ironico e coinvolgente.

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JOSIE


Amo il mio primo figlio più del secondo. Mi chiedo spesso se dovrei dirlo al confessore e lavarmi questa macchia dall’anima. Ma è davvero un peccato amare un figlio più dell’altro? È sbagliato, questo è chiaro, ma al secondo ho dato di tutto per cercare di compensare: la mia attività, anni passati a insegnargli come lavorare, il capitale sufficiente per far fronte a ogni tipo di pasticcio. Il povero Eamonn ha avuto giusto i soldi per l’affitto di una stanza mentre frequentava il Trinity College a Dublino. Eppure nessuno dei due è così sciocco da non sapere cosa penso di entrambi. Di Eamonn sono sempre stato entusiasta, e non capivo perché non provassi la stessa cosa per il povero Pokey. Ho persino lasciato che scegliesse il nome per il fratello: , declamò indicando il nuovo arrivato con un ditone paffuto, e noi giù a ridere e a dirgli che era un grande. Fu così che «Seán Pól» scomparve per sempre. Povera, piccola creatura, non c’è mai stata partita tra lui ed Eamonn.

L’altro giorno avrei dovuto scendere dallo scalino più alto quando Bobby Mahon è venuto a chiedermi dov’era Pokey e cosa avrebbe dovuto fare con le marchette, il licenziamento e tutte quelle storie là. Avrei dovuto prendergli la mano, stringerla e dirgli quanto mi dispiaceva per come era andato tutto in malora. Altro che trattarlo male! Avrei dovuto chiedergli scusa a nome di mio figlio. Sono stato così brusco perché ero arrabbiato con me stesso e talmente imbarazzato da non riuscire a guardarlo negli occhi. Bobby Mahon, l’uomo che non ha mai perso una giornata di lavoro. Quando Pokey ha preso il mio posto, ero contentissimo che fosse Bobby il caposquadra e ho ringraziato Dio perché ci aveva dato un uomo capace di far volare basso mio figlio. Pokey è sempre stato intimorito da Bobby Mahon. Molto intimorito. Secondo me, lui Bobby Mahon. Ho l’impressione che prima di decidere qualunque cosa si chiedesse cosa ne pensava Bobby. È vergognoso che non abbia detto a nessuno che stava ipotecando tutto per costruire un ultimo, enorme lotto di villette che poi nessuno avrebbe comprato, e per acquisire una quota in qualche diavoleria, laggiù a Dubai. Avrei dovuto stringergli la mano a Bobby Mahon, ringraziarlo e chiedergli scusa, invece di lasciarlo andar via rosso in volto per la rabbia e la delusione.

Penso a Pokey e ho il voltastomaco, per lui e per me. Non l’ho allevato io? O magari il problema è proprio quello: ho lasciato che lo crescesse Eileen da sola. Ma crescere i propri figli non è forse uno dei doveri più sacri? Avevo capito tutto il contrario, è chiaro. Avevo scambiato il mantenimento con l’educazione. Mi ero fissato con il lavoro e l’avere soldi a sufficienza, una fissazione che negli anni andava e veniva ma che non mi ha mai abbandonato del tutto. Non sono quasi mai entrato in un negozio per comprarmi qualcosa. È Eileen che mi prende i pantaloni, le camicie, le scarpe, i calzini e le mutande. Si becca certe strigliate quando apro l’armadio e non ne trovo nemmeno un paio. Ogni Natale le impartivo certi sermoni sui regali costosi. Mio Dio, se potessi tornare indietro, cambierei tutto. Darei fino all’ultimo centesimo guadagnato e anche di più per riavere indietro certi giorni, certi momenti, per cambiare un poco le cose. Riprenderei Pokey in tempo. Riprenderei me stesso in tempo.

Le galline sono grasse da far schifo. Eileen dice che gli ho dato troppo granturco, e non sa che cerco anche i vermi fra i cavoli dell’orto per imboccarli alle mie amiche grassocce. Quando mi vedono arrivare perdono la testa. Sono le galline più grasse e più felici di tutta l’Irlanda, ne sono convinto. Ho anche una figlia, sapete. Non riesco più a parlarci. Una volta ne pensavo tutto il bene del mondo e oggi preferisco dare i vermi alle galline piuttosto che rivolgerle parola. Ma che razza d’uomo sono? Però dovreste sentire le sciocchezze che racconta: sulla povertà, la Palestina, l’anidride carbonica, i monaci tibetani e via dicendo. Se vedeste poi come se ne va in giro – senza reggiseno, coi pantaloni militari da uomo e degli scarponi vecchi – anche voi guardereste le galline. Non mi sento per niente in colpa nei suoi confronti. Non è orribile?

Negli anni Sessanta mi rompevo la schiena come muratore dalle parti di Liverpool, nella ditta di un enorme ciccione originario di Cashel, nel South Tipperary. Era un uomo cattivo, orrendo. Quando arrivai a Liverpool non avevo ancora un posto dove stare e mi mise al pezzo appena sceso dal traghetto. Gli domandai dove avrei dormito e mi rispose ridendomi in faccia, una risata grassa, sguaiata e catarrosa: non lo so e non me ne fotte una beata fava, rispose, a me basta che domattina alle sette ti trovo qui. Rimasi tutta la notte seduto sui gradini di una basilica chiusa, intirizzito dal freddo e spaventato da mille ombre, e intanto mi chiedevo se era protestante e che differenza ci fosse con le chiese cattoliche. A imparare il mestiere feci presto. Non uscivo mai e bevevo di rado. Bere risucchia l’energia degli uomini, che poi finiscono per perdersi di vista. Feci le scarpe a quel ciccione di Cashel. Andavo in giro per conto mio e mi proponevo per qualsiasi lavoro in cantiere. Mi portavo dietro quattro o cinque ragazzi, che sapevo non mi avrebbero contraddetto. Gli soffiai tutte le commesse a quel coglione, in lungo e largo per Liverpool. Crepò d’infarto sull’entrata di un pub, a Warrington. La gente che usciva doveva camminare sul suo corpo. Quando me lo raccontarono risi. Poi ci ripensai e stetti male. Ma perlomeno mi avevano sentito ridere, cosa che non passò inosservata. Ero un duro.

Tornai a casa e non smisi mai di lavorare. Comprai il terreno e un cantiere, tirai su una casa, acquistai delle macchine e sposai Eileen, e intanto lavoravo, lavoravo, lavoravo. Non mi fermavo un istante. Passai gli anni Settanta e Ottanta senza tirare un attimo il fiato. Costruimmo una bella schiera di bungalow in un posto delizioso. A quell’epoca nessun altro edificava complessi residenziali per privati. Sono stato io il primo. Poi, a un certo punto, mi misi a bere. Durò quasi sei mesi e a oggi non ho ancora capito perché. Cercai persino di prendere una donna con la forza, ma si divincolò facilmente e si allontanò. Le risi dietro, e mentre tornavo alla mia birra vidi che alcuni uomini mi stavano osservando compiaciuti. Così seppi che dovevo smettere di bere. Penso spesso di cercare quella donna per chiederle scusa di averla trattata male. Chissà se lo sapeva che avevo la fede in tasca e una moglie incinta, a casa, che piangeva per me. E chissà se mi odia ancora.

Anche mio padre si chiamava Joseph Burke. A quei tempi era consuetudine che i secondogeniti maschi prendessero il nome del padre. Al secondo figlio spettava il nome, al primo tutto il resto. Papà ci insegnò a temere la disonestà. Il diavolo ama le bugie, ripeteva sempre, il diavolo ama i bugiardi. Pokey non ha imparato da me a imbrogliare. Non ha mai pagato i contributi di quei ragazzi! È pazzesco! Io lo facevo ogni anno, prima della fine di gennaio. Il fisco scrive lettere di fuoco per i mancati versamenti, i padroncini bussano ogni giorno con le fatture. Uomini onesti che si occupano solo di lavoro adesso sono sconvolti e pallidi per come si è bloccato tutto all’improvviso. Quando penso a cosa starà pensando e dicendo la gente, sento il cuore martellarmi il petto. Allora avverto una specie di rigidità, qualcosa che spinge forte e mi fa pensare a un tubo teso e sul punto di esplodere per il flusso troppo potente che scorre dentro. Mi s’imperla la fronte di sudore. Eileen non dice niente. Cosa dovrebbe dire? Il suo silenzio mi consola. Se mi ritenesse responsabile me lo avrebbe detto. Di chi è la colpa quando un figlio viene su male?

Ma è proprio questo il punto. Si è guastato crescendo o era così fin dall’inizio? In entrambi i casi è colpa mia, non ho scusanti, sono io il padre del ragazzo. Insomma, alla fine della fiera, tanto l’educazione quanto il carattere dipendevano da me. Di cattiveria dalla mamma non può averne presa, questo è certo. Da ragazzini Eamonn e Pokey andavano d’accordissimo, com’è possibile che siano venuti su tanto diversi? Al diavolo! Ho fatto di tutto per non mostrare preferenze, addirittura contavo a mente per quanti secondi li tenevo sulle ginocchia, quante volte prendevo in braccio l’uno e l’altro, e quante volte sorridevo a ciascuno. Ma Pokey aveva una sensibilità incredibile e notava la minima disattenzione, anche se così banale da essere quasi inesistente. Mi osservava ogni volta che guardavo Eamonn, quando gli accarezzavo la testa o gli stringevo una coscia bella in carne. In testa aveva un registro dove annotava ogni mio singolo movimento e il conto finale non era mai a suo favore. Iniziò a darmi fastidio, quasi lo odiavo. Anzi, lo odiavo proprio. Dio perdonami! Per questo sì che dovrei confessarmi. Pensate a quel pover’uomo di John Cotter e a come balbetterebbe ordinandomi la penitenza, e come arrossirebbe tutte le volte che ci dovessimo incontrare in futuro. Forse dovrei andare in città dai cistercensi, dove nessuno conosce la mia faccia e dove non la rivedrebbero più. Oppure dai francescani a Moyross. Mi riconcilierebbero con Dio in un batter d’occhio. Ma non con me stesso.

A Eamonn non ho ancora detto niente di Pokey e della sua fuga nel continente. Lui non ha idea del debito enorme con la banca, del fisco, dei contributi dei ragazzi, del loro licenziamento, di niente. Ho paura di mandarlo in crisi. Mi vergogno di fronte a mio figlio, mi vergogno di dovergli dire della cattiveria di suo fratello. Eamonn insegna in città. Là sono tutti innamorati di lui: i colleghi, i ragazzi, i parenti della moglie. Oggesù,...



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