E-Book, Italienisch, 326 Seiten
Rovelli Siamo noi a far ricca la terra
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-3389-286-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Romanzo di Claudio Lolli e dei suoi mondi
E-Book, Italienisch, 326 Seiten
ISBN: 978-88-3389-286-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nato a Bologna nel 1950, morto nel 2018 a sessantotto anni, poco dopo l'uscita del suo ultimo, bellissimo disco, Il grande freddo, premiato con la Targa Tenco come miglior album dell'anno, Claudio Lolli e? una delle personalita? piu? complesse e poliedriche della scena musicale e culturale italiana degli ultimi cinquant'anni. Poeta, compositore, narratore, professore di lettere; personalita? schiva e riservata quanto generosa; faro - suo malgrado - della scena bolognese intorno al '77, ha saputo coniugare cantautorato e sperimentazione musicale, poesia pura e ricerca di forme inedite. Marco Rovelli, forte di una lunga amicizia con Lolli e di uno spiccato talento letterario, ha deciso di raccontare l'amico e l'artista dando voce alle mille vite che ha incrociato e sulle quali ha lasciato un segno profondo, ma anche alle sue canzoni, a una serie di fotografie, chissa? se vere o immaginarie, alle sue chitarre. Un coro di voci umane e di oggetti parlanti dalla quale emerge il ritratto di un uomo dolce e schivo, feroce e pacato, alieno ai facili conformismi come dai ribellismi d'accatto, e il ritratto di un'intera generazione, dei suoi sogni e delle sue sconfitte. Una generazione che nessuno meglio di Lolli - da «Borghesia» a «Ho visto anche degli zingari felici», da «Notte americana» a «Nessun uomo e? un uomo qualunque» - ha saputo raccontare, con affetto e senza inutili celebrazioni.
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Un amico
(«Anna di Francia»)
Quando si parla del movimento del ’77, bisogna partire almeno dal ’75. Pensate alla rivista , una sovversione linguistica del potere. Una fanzine coi testi battuti a macchina e i titoli composti con dei caratteri strappati ai quotidiani, il primo esempio di grafica punk in Italia, che si poneva come superamento delle forme di ideologia tradizionale, «piccoli gruppi di moltiplicazione» che sperimentavano l’autonomia come forma di vita, che a/traversavano la società e i suoi linguaggi, cancellando il confine tra arte e vita quotidiana, sul modello dei surrealisti e dei situazionisti. «La forza del potere sta nel fatto che esso parla con il potere della forza», scrivevano. «La realtà trasforma il linguaggio. Il linguaggio può attraversare la realtà». Ecco, quando penso all’attraversamento, penso sempre agli zingari di Piazza Maggiore, e quando penso alla forza sovversiva del linguaggio penso a quella canzone che Claudio scriverà, «Analfabetizzazione».
Ma poi, se dovessi pensare allo slogan per eccellenza del movimento, io penso a «Riprendiamoci la vita». E cosa cantava Claudio? Quello! Che significava non far rientrare il personale nel politico, sottomettendolo al dominio del politico come facevano i gruppi della sinistra rivoluzionaria in quegli anni, ma al contrario partire dai bisogni della vita per farne la base dell’azione politica. Era proprio una prospettiva rovesciata. Non si giudicano i bisogni in base a un’ideologia, ma il movimento si costituisce a partire dai desideri: la casa, il cibo, ma anche e soprattutto il piacere, gli affetti, la conoscenza. Riprendersi la vita. Non sono stati anni di piombo quelli, ma anni di rame, come ha detto giustamente Erri De Luca, anni di comunicazione e scambio, dove i sangui si mischiavano.
Claudio Piersanti
Io ero un movimentista, libertario, del resto ad Ancona facevo parte del circolo Malatesta. Ma a Bologna trovai una buona affinità con Lotta Continua. Nel ’76 avevo cominciato a scrivere per il loro giornale, con Deaglio e Lerner.
Con Claudio ci conoscemmo nel ’75, e lui prese a frequentare casa mia, dove conobbe Freak Antoni, e dove in qualche modo abbiamo assistito alla nascita di Radio Alice, perché Andrea Zanobetti, un ingegnere elettronico che aveva uno studio insieme ad Andrea Pazienza, montò lì i dispositivi per la radio, in via del Montello, per poi portarle a via del Pratello 41, la sede di Radio Alice che era a cento metri di distanza. E Claudio, con la sua musica, è diventato uno dei riferimenti musicali di Radio Alice, questo fantastico laboratorio sonoro che voleva essere una «rivoluzione elettrica», un «processo di decomposizione sotterranea di linguaggi», un «gioco allucinatorio dell’ironia di massa», «guerriglia informativa». Dirette continue che alternavano musica e telefonate degli ascoltatori senza censura, uno spazio a disposizione di una comunità. E poi azioni di massa nella città, con jam session nei giardini pubblici, lancio di volantini alle prime teatrali, espropri per soddisfare i bisogni negati...
Io e Claudio siamo diventati amici soprattutto per gli amori letterari, si parlava tantissimo dei libri che leggevamo, andavamo spesso insieme in libreria. Un amore fortissimo che ci accomunava è stato Handke, per esempio. E al cinema, in quegli anni, uscirono i film di Wenders che ci conquistarono. Ma poi lui aveva un sacco di autori in testa. Quando io leggevo un libro, e glielo dicevo, lui lo aveva già letto, o lo stava leggendo. Di politica si parlava meno. Io sono diventato capo del servizio d’ordine del movimento, lui partecipava a tutte le iniziative, ai cortei, ma più dall’esterno. Io lo definirei un vero anarchico.
Franco Berardi Bifo
Se dovessi concentrare l’atmosfera del movimento, non trovo un sound migliore di quello degli . Quella è la messa in scena del sentimento, della sensibilità, del modo di vita del movimento.
La poetica di Claudio degli zingari felici interpreta proprio l’idea del molecolare, del microfisico, del micropolitico, dell’esistenza come dimensione fluida in cui il mutamento si verifica. La sua poetica condivide la forma delle categorie di Deleuze e Guattari, che appunto sono il riferimento filosofico mio e del movimento: c’è lo stesso sentimento del muoversi, del continuo sovrapporsi, della fluidità.
Siamo nomadi dell’anima, del pensiero, del bisogno, del lavoro, esuli, migranti, deterritorializzati, sperduti da qualche parte, dimenticati.
La felicità è nomadica. La felicità degli zingari è impermanente.
Pensate a quanta zingarità e quanta felicità c’è stata in Piazza Maggiore il 28 marzo del ’76, quando mi avevano arrestato accusandomi di far parte delle Brigate Rosse perché avevano trovato il mio nome nell’agendina di un militante delle Br catturato a Reggio Emilia, e Radio Alice organizza : c’è un cielo azzurro, un sole stupendo, e diecimila persone vanno in piazza, moltissime di loro con un materasso per dormire insieme, per fare l’amore, per mescolare il giorno con la notte. Il movimento non risponde con discorsi politici, condanne, piattaforme: risponde con un gesto, e con questo gesto si riprende la città. È un appuntamento che mi spiace molto di aver mancato!
Roberto Soldati
Dopo il disco ho fatto altri tre concerti, poi basta. L’ultimo concerto l’ho fatto a Trento, dove ho cominciato a fare l’assistente all’università. Non mi pento. Dovevo scrivere la tesi, e la decisione era stata presa, fare lo zingaro in musica mi piaceva ma la fisica teorica era la mia strada. Andare fino in fondo alla natura, anche quello è un viaggio da zingari.
Fulvio Tomasetta
Non ho mai visto Claudio così felice come in quella tournée.
Era felice perché attorno aveva delle persone che erano i suoi zingari, a cui voleva bene, che sentivano il mondo nel suo stesso modo. Zingari su quel furgone che Claudio ha comprato apposta per il tour. Un Mercedes Anomag arancione che gli ho trovato io. Grande perché doveva contenere sette persone, gli strumenti e l’impianto. Erano viaggi di una scomodità epica, avevo dovuto smontare i sedili e riavvitarli più avanti per fare più posto per il materiale. Io guidavo, Claudio era quasi sempre davanti con me. Parlava poco, ma si divertiva tantissimo ad ascoltare gli altri. Che erano mio fratello, Roberto Costa col basso, Adriano Pedini con la batteria e poi il sostituto di Soldati alla chitarra, che per pochissimo fu Roberto Petroselli, poi arrivò Bruno Mariani. Tra Claudio e Bruno si instaurò un rapporto speciale, in quei mesi erano un’entità unica, come innamorati.
Ai concerti, io stavo al mixer, che non era facile, perché Claudio nel canto aveva una bellissima intonazione e un bellissimo modo di porgere la voce, ma poca emissione. Il gruppo picchiava forte, e per non entrare in larsen bisognava alzare il volume quando parlava e abbassare quando partiva la musica, sugli alti bisognava andar di fino. Da buon tour manager, poi, trovavo alberghi e ristoranti, ma la parte più difficile era riscuotere il cachet. A volte era veramente faticoso. Prendete una volta a Napoli, siamo in un cineteatro grandioso, sul mare, a Fuorigrotta. Arriviamo e ci dicono: Claudio, stasera è tutto esaurito, ci sono più di mille persone. Serata perfetta, concerto bellissimo. Alla fine vado per riscuotere il milione e mezzo. Mi guardano sconsolati: E chi ce li ha! Ma come chi ce li ha, era pieno! Eh, ma non sai quanta gente si è imbucata! Cominciano a contarmi le mille lire, e a suon di mille lire arriviamo a cinquecentomila. E poi giù con le cento lire, due sacchetti della spesa pieni di monete di carta... Io Claudio e Danilo siamo stati fino alle tre di notte a contare, siamo arrivati a 800.000 lire. Così torno dai compagni organizzatori: Guardate, però gli accordi erano diversi. E loro: Qual è il problema? Ti faccio una cambiale! Ce l’ho ancora.
Poi c’erano gli inconvenienti. Una volta il concerto degli Zingari è previsto alla Casa del popolo di Montevarchi, e Giampiero Bigazzi ospita nella casa di campagna di famiglia Claudio, che ci va due giorni prima del concerto, ne approfitta per andare a trovare un po’ di amici qua e là. La mattina del concerto un amico di Bigazzi gli presta la sua 112 Autobianchi arancione per andare non so più dove. Le strade di campagna del fondo valle sono belle dritte e ingannano: Claudio guida, corre e finisce fuori strada. Braccio fratturato, 112 distrutta, non può certo suonare la chitarra, concerto in bilico. Dopo alcune ore di tentennamenti, il concerto si fa. Claudio sale col braccio ingessato, canta e basta. È un successo comunque. Gli zingari sanno reagire agli imprevisti.
Per qualche concerto poi è venuto Alfio Meci, il fratello della fidanzata di Roberto Soldati, che si è imparato al volo tutte le parti di Claudio, era felice di essere coinvolto in una cosa a cui non aveva mai pensato in vita sua!
Abbiamo fatto una trentina di date in quel tour, meno feste dell’Unità, soprattutto feste organizzate da gruppi politici. Lotta Continua, Soccorso Rosso e altri, a volte anche gente che prima del concerto interviene chiedendo la liberazione dei brigatisti rossi in galera. Erano tempi complessi. Ma per gli zingari attraversare paesi diversi, e ascoltare, era una questione vitale.
Claudio Piersanti
Nel ’76 si moltiplicano i cortei. Mi scelgono come capo del servizio d’ordine del movimento, mio padre era comandante dei carabinieri, la violenza e la prigione le conoscevo,...




