Ravalico | Francesco Bonifacio | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Grandi profili

Ravalico Francesco Bonifacio

Vita e martirio di un uomo di Dio
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-9298-655-8
Verlag: Ares
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Vita e martirio di un uomo di Dio

E-Book, Italienisch, 256 Seiten

Reihe: Grandi profili

ISBN: 978-88-9298-655-8
Verlag: Ares
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il libro ripercorre la vita di don Francesco Bonifacio (Pirano, 1912 - Grisignana, 1946) fino al suo martirio. Egli visse tutti i terribili drammi del Novecento che sconvolsero l'Istria e la Venezia Giulia: la guerra, l'armistizio, l'annessione al Terzo Reich, la liberazione dal nazifascismo e la presa del comando in Istria da parte dei cosiddetti Poteri Popolari, i comunisti della nuova Jugoslavia. Figura esemplare di sacerdote e pastore, don Francesco Bonifacio rimase tra la sua gente sempre, testimoniando la sua fede limpida fino alla sua crudele 'sparizione', avvenuta l'11 settembre 1946. Il 3 luglio 2008 papa Benedetto XVI ha riconosciuto il suo come un vero martirio in odium fidei e il 4 ottobre 2008 don Francesco Bonifacio è stato proclamato beato. Questo libro è il frutto di diversi anni di ricerche e, attraverso una ricostruzione minuziosa e completa, propone per la prima volta le circostanze della morte e del possibile luogo di sepoltura.

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Introduzione: Sine ira et studio


Questo libro di Mario Ravalico giunge alla conclusione di una lunga traiettoria di ricerca e di precedenti pubblicazioni, che hanno puntualmente aggiornato la biografia del beato Francesco Bonifacio, e di una appassionata ricerca che lo ha impegnato per molti anni e che sicuramente prenderà ancora una parte importante della sua vita. Egli è giunto a importanti risultati, benché non ancora esaustivi, incamminandosi sul difficile sentiero della verità, in modo fermo, meticoloso, civile, sine ira et studio, perché nelle pagine che il lettore potrà apprezzare non compare un solo giudizio fuori luogo, non un cenno di risentimento, ma una luminosa pietas anche nei confronti dei carnefici del Beato e un’umana comprensione per coloro che lì, nel piccolo borgo di Crassiza e dintorni, ancora sanno qualcosa ma sono trattenuti dal rivelarla. Mario Ravalico parte da due semplici quanto terribili interrogativi: perché don Francesco Bonifacio è stato arrestato l’11 settembre 1946 e “fatto sparire”? Dove sono finiti i suoi resti mortali? Certo, a queste domande potremmo aggiungerne delle altre che l’autore formula e che il lettore sicuramente si porrà.

L’ultimo capitolo di questo libro ricostruisce in modo magistrale la paziente e perseverante indagine nelle pieghe di tante verità affiorate dalla memoria trattenuta dei testimoni del tempo, condotta sulle prime indicazioni di mons. Giuseppe Rocco, l’ultimo sacerdote che incontrò don Bonifacio, poche ore prima del rapimento, e poi trovando lungo un faticoso cammino in autonomia altri importanti elementi in don Irenko Gallo, che aveva voluto mantenere viva la memoria del confratello, raccogliendo a sua volta numerosi indizi, e in alcune altre persone che avanti negli anni, e per questo non ritenendo più di dover temere alcunché, avevano consegnato a Mario Ravalico importanti testimonianze.

Uno studio difficile e sofferto, per molte remore che consegnavano al silenzio la sorte ultima di quel sacerdote ma che per qualcuno è stata una “strada per Damasco”, quando si è aperto a rivelare quanto poteva conoscere e sapere anche in modo indiretto. Chiunque altro avrebbe collocato questo capitolo in capo agli altri, per sostanziare il ruolo dell’autore; invece Mario Ravalico l’ha posto in fondo, con discrezione, per non interferire con la vita e il martirio di don Bonifacio, per non condizionare il giudizio del lettore. Sommessamente in fondo, prima di una importante appendice che restituisce pienamente la santità d’anima del Beato.

In fondo, perché il discorso epistemologico della ricerca e delle possibili risposte alla seconda domanda non ha risolto il caso, al netto delle ipotesi e degli indizi.

Chi si appresterà a leggere il lavoro di Mario Ravalico probabilmente non conosce a fondo la storia del beato don Francesco Bonifacio, venerato invece nelle molteplici iniziative condotte dal gruppo “Amici di don Francesco”, sorto in seno all’Azione Cattolica di Trieste e fautore, non ultimo, del sentiero “Beato Francesco Bonifacio”, 115 chilometri tra Italia, Slovenia e Croazia, attraverso i luoghi della sua vita, della formazione, del ministero, del martirio. Soltanto da un decennio si conosce a fondo la storia di don Bonifacio ma molto meno si sa della sua tragica fine. Anzi, scomparsa; perché don Francesco Bonifacio, giovane sacerdote dal 1939 alla curazia di Crassiza, quell’11 settembre 1946 veniva fermato lungo un’isolata strada di campagna da alcuni uomini, caricato su un’autovettura che spesso girava per le località provocando timori e paure e “fatto sparire”. Quegli uomini per ruolo e uniformi rappresentavano i poteri politici che si erano insediati in Istria, dal maggio 1945, sotto l’amministrazione militare jugoslava.

Scomparso nel corpo, non dalla memoria; rimasto presente nel ricordo e nella devozione popolare già presenti nei difficili anni del dopoguerra e radicato nella venerazione che da allora gli è stata tributata costantemente e con serena semplicità.

Un profondo senso di rispetto attraversa interamente il lavoro di Mario Ravalico, la cui cifra storica è posta in quegli interrogativi accennati che stringono tuttora l’intera vicenda terrena di don Bonifacio. Perché è stato “fatto sparire” – potrei dire senza ombra di smentita “ucciso”, anche alle rimostranze di qualche scettico che vorrebbe mettere in dubbio il delitto in assenza della sua salma? Dove è stato nascosto il suo corpo? Ma si potrebbe aggiungere, come sottolinea lo stesso Ravalico, perché negli ambienti della diocesi di Trieste e Capodistria è calato il silenzio nel dopoguerra su questo grave fatto, e perché tutt’oggi ristagnano omertà e silenzi non soltanto a Crassiza, nelle vicine Grisignana e Buie e dintorni, in coloro che potrebbero avere ancora qualcosa da dire e da rivelare di quanto erano venuti a sapere? Non è soltanto un problema di sgravio della propria coscienza ma necessità di gettare luce sulla verità.

Il lettore deve ben sapere che quei tempi e soprattutto il 1946 appartenevano a un’epoca intensa quanto difficilissima per la popolazione. La guerra non era finita negli spiriti e nelle intenzioni, anzi, a Parigi si stava discutendo della sorte della Venezia Giulia e dell’Istria in particolar modo. Si stavano delineando i termini del futuro trattato di pace tra l’Italia sconfitta e le Nazioni vincitrici e per l’Adriatico orientale si era ormai deciso che gran parte di quei territori conquistati con il sangue degli italiani nella Prima guerra mondiale sarebbero stati assegnati alla Repubblica federativa popolare di Jugoslavia, guidata da Josip Broz Tito; su quanto rimaneva nell’area nord-occidentale sarebbe sorto, sotto l’egida delle Nazioni Unite, un nuovo piccolo stato, il Territorio libero di Trieste, diviso in due zone: una più occidentale, detta Zona A, con Trieste sotto il controllo militare anglo-americano, l’altra sud-orientale, la Zona B, sotto il controllo militare jugoslavo. Ciò in attesa di uno statuto politico e della nomina di un governatore estraneo alle parti in contesa. Il progetto politico era naturalmente osteggiato da Italia e Jugoslavia e su quella piccola porzione di territorio sarebbe passato il confine tra la Zona B del Territorio libero di Trieste e il resto dell’Istria annessa alla Jugoslavia. Nulla era stato ancora deciso e tutta l’Istria era sotto il controllo militare jugoslavo, esclusa la città di Pola presidiata dai britannici, e in tutte le località si erano insediati i Comitati popolari, di orientamento jugoslavo e di ispirazione comunista.

Quell’estate del 1946 era stata funestata in tutto il territorio conteso da una lunga sequenza di gravi incidenti tra civili e militari Alleati, di intimidazioni politiche provenienti da ambo le parti, di violenze a Gorizia e Trieste, di attentati falliti e portati a segno, come per il caso della strage a Pola, sulla spiaggia di Vergarolla il 18 agosto, dove era esploso per colposo innesco un deposito di ordigni bellici provocando la morte di 65 persone e il ferimento di oltre un centinaio. Un attentato, si disse subito, che provocò nella popolazione italiana della città l’intenzione di partire qualora Pola fosse stata assegnata alla Jugoslavia. Come poi avvenne. Le violenze, senza quartiere, colpirono italiani e slavi, e soprattutto quelli che non erano di orientamento comunista e jugoslavo, con uno scopo intimidatorio, per cui non era difficile individuare la matrice. Il clero italiano, sloveno e croato era costretto a subire intimidazioni, restrizioni e violenti atti persecutori, come d’altra parte stava accadendo in altre località della Jugoslavia investite da un furore antireligioso e da una resa dei conti verso coloro che non avevano sostenuto il movimento partigiano ma il collaborazionismo fascista e nazista. Ma ciò non riguardava in modo così incisivo l’Istria, qui infatti la storia era stata diversa e tutta la popolazione aveva dovuto sopportare la guerra senza quartiere.

Quindi, si deve comprendere che un accumulo di responsabilità, di odio, di esasperazioni che avevano radici più profonde nell’ultima crisi dell’Impero austro-ungarico e altre più recenti nella politica del regime fascista e poi nelle conseguenze immediate dell’occupazione nazista e della guerra partigiana, avevano infierito su una popolazione naturalmente pacifica, plurale per lingua e cultura, che era stata lambita, come in epoche passate, dalla grande Storia. Sono popoli che avevano risentito per le profonde e laceranti ripercussioni delle due guerre mondiali del Novecento che avevano messo in discussione nessi territoriali e antichi equilibri che erano sopravvissuti dalla Repubblica di Venezia e l’arciducato d’Austria fino al dominio napoleonico per poi passare nuovamente sotto l’Austria fino al 1918. Da quel momento, quella regione era entrata nel regno d’Italia, poi il fascismo, l’armistizio, l’insurrezione slavo-comunista, l’occupazione nazista e infine quella jugoslava. L’esodo e la fine di una civiltà, tutto ciò nel volgere di soli quarant’anni.

Non c’è comunità che non sia stata toccata e duramente colpita, riportando il segno di lutti, dolori, lacerazioni, paure e prepotenze. È stato pure il tempo dello smarrimento, perché di volta in volta sono caduti quei punti di riferimento nelle pubbliche istituzioni che avevano fatto nascere nella popolazione la speranza di non subire conseguenze e di sentirsi in qualche modo al riparo. Dissolte pure quelle, non rimaneva che la Chiesa con...



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