Prilepin | Scimmia nera | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 275 Seiten

Prilepin Scimmia nera


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-6243-240-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 275 Seiten

ISBN: 978-88-6243-240-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Una strana inchiesta sulla violenza infantile conduce un giornalista moscovita nei sotterranei di un laboratorio, dove vengono tenuti in osservazione alcuni bambini-assassini. L'inchiesta diviene per lui un assillo: va in cerca di testimoni, interroga professori, poliziotti e uomini politici che possiedono, a suo avviso, informazioni importanti che non sono intenzionati a condividere. Intanto, anche la sua vita privata si sgretola... Ma forse tutta la storia è frutto di un'ossessione, e la violenza si cela dovunque?

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***


Quando è che mi sono perso, ecco la vera domanda...

Brancoli tirandoti dietro un filo, ti fai sempre più sottile, ti sembra di diventare più piccolo della cruna di un ago, più piccolo del filo che vi è passato dentro sfilacciandosi in mille filamenti sottili, più sottile del filamento più sottile, e a un tratto vieni strappato dai confini di te stesso, non verso il non-essere, ma nella direzione opposta, verso lo stato di transizione dove tutto sarà spiegato.

Perché, appena capitato qui, mi sono subito perso, impigliato fra le braccia dei miei genitori, quando sapevo a malapena camminare e loro mi lanciavano come una barchetta panciuta e traballante sulla terraferma: vieni da me! – una dura voce maschile. Dài, ora vieni da me! – una tenera voce femminile.

Da te dove? Perché mi hai chiamato, tu, artista che sa di tabacco, con le mani rosse di pittura? Perché mi hai chiamato, tu, donna che sa di latte, con le mani bianche di bucato? Sono venuto, e ora? Disegniamo? Facciamo il bucato?

Oppure è nei sobborghi della mia città che mi sono perso, quando, arrampicato su un albero, all’improvviso mi si è gelato il sangue, sono rimasto impietrito, senza il minimo pensiero, finché le voci dei ragazzini del vicinato, che mi avevano perso di vista, non si sono azzittite, svanendo nella foschia - ed ecco a un tratto, sull’altra riva del putrido fiume grigiastro, luogo dei nostri svaghi, ho visto una vecchietta vestita di nero che camminava lenta e tranquilla, come il figlio di Dio nel quadro di un pittore; in seguito, vedendo il quadro, ho riconosciuto immediatamente la vecchietta, la mia però aveva strane braccia, lunghe quasi fino a terra. Allora sono piombato giù dall’albero, lasciando brandelli di pelle bianca qua e là sui rami appuntiti e nodosi.

Una volta a casa, ho subito capito che non si trattava di una vecchietta. E di chi allora? E dove stava andando? Qui sul fiume non ci sono ponti! Cosa faceva, avvicinandosi all’acqua putrida?

Oppure mi sono perso nella grande città mentre guardavo l’insegna del negozio – sapevo già leggere – e all’inizio ho capito il significato delle lettere, ma poi in un baleno l’ho perso e con meravigliosa ovvietà a me, bambino che ragionava a malapena, è stato chiaro che le parole non hanno senso, che esse con i loro significati artificiosi si sfaldano al primo tocco, poiché siamo noi ad aver inventato quei significati e le parole stesse, e tale invenzione è evidentemente assurda, straordinariamente disarmante! Andare dove, visto che tutto si sgretola come le lettere dell’insegna, che si possono solo ammucchiare con la paletta e buttar fuori dalla porta spalancata nel buio, così che all’unica stella vada di traverso la nostra folle stupidità.

Eh?

***


Il cellulare cominciò a muoversi vibrando. Era simile a un vagone dimenticato che alla cieca, senza guida, cerca il suo treno.

Stregato dal suo dorso liscio e allo stesso tempo meditando di rifilargli un pugno per fermarlo, decisi comunque di rispondere.

- La cercano in ufficio – mi disse la segretaria del capo.

Lavoro in un giornale.

Sono in un grande ambiente con altre quindici persone che scrivono inchieste con vari gradi di meschinità.

Cerco di non avere rapporti con i colleghi e mi riesce benissimo. Nessun altro ha figli, perciò dormono tutti fino a tardi e si presentano al lavoro per l’ora di pranzo. Io, invece, figli ne ho, perciò, dopo averli portati alla scuola materna, alle otto e qualche minuto sono già lì a battere sulla tastiera e all’ora di pranzo, consegnato l’articolo, scappo via. Nella peggiore delle ipotesi incontrerò qualcuno che sta salendo le scale.

Il capo, stravaccato sulla poltrona dietro il lungo tavolo, continua a roteare le chiavi piene di ninnoli fra le dita grassocce. Più che parlare, sghignazza. Sghignazza quando saluta, sghignazza a ogni frase dell’interlocutore, quasi non riesce a parlare dal ridere e rischia di soffocarsi fra gli sghignazzi quando lo salutano.

Ridendo, mi accennò alla possibilità di andare in un panopticon, o in un terrarium, accompagnato da Slatitcev, “forse vi conoscete già?”, annuisco e ascolto la risata in risposta, forse ho annuito in modo particolarmente buffo, “guardati un po’ l’esposizione, poi decidiamo che farne...”, “...quel materiale può farci comodo”, ah-ah-ah. Ah.

Quando me ne andai, il capo tremava e sputacchiava come un’enorme teiera di carne in ebollizione.

Il mio vecchio conoscente Slatitcev, invece, mi accolse senza grandi feste.

- Solo una cosa non mi è chiara: chi ti ha mandato qui? – disse, quasi senza guardarmi.

Slatitcev aveva i denti storti e in segreto mi detestava.

Camminavamo per il corridoio rimbombante dalle pareti azzurro sporco. Slatitcev si girò di nuovo, per rinsaldare la sua opinione su di me. Tutto a posto: io, una nullità, a cui per cause misteriose era andata bene.

Ci eravamo conosciuti qualche anno prima a un seminario di letteratura. Allora Slatitcev aveva sempre pronto un sorriso, occhi vispi e pupille attente. All’epoca aveva scritto un romanzo sulla vita studentesca, portava il manoscritto sempre con sé e lo declamava lungamente a chiunque commettesse l’imprudenza di chiedergli: “E questo cos’è?”

Io pure avevo sfogliato l’opera: naturalmente per cercare episodi piccanti di intrallazzi studenteschi ed ero stato subito ricompensato, alla terza pagina. Il romanzo fu pubblicato in forma ridotta sulla rivista “Nuova gioventù”. Con ciò la carriera letteraria di Slatitcev si era conclusa, in compenso lui apparve all’improvviso in una bella e grande casa dove si riunivano signori del governo, facendo da segretario per progetti a me ignoti.

Una volta ci incrociammo per caso in un corridoio dal soffitto altissimo con le enormi finestre coperte da tendaggi pesanti come fossero d’oro.

- Scrivi ancora? – mi chiese Slatitcev, non riuscendo a nascondere un sussulto. Risposi.

Durante tutta la conversazione non accennò nemmeno un sorriso, nonostante i miei tentativi di metterla sul ridere. “Come mai senza romanzo?” chiesi, ad esempio, indicando la sua ascella.

Ci stavamo dirigendo verso il primo posto di controllo. Custodivo il mio documento nella tasca posteriore dei pantaloni leggeri.

Il tizio allo sportello – manica da poliziotto e polso peloso – aprì il documento e lo esaminò mollemente, porgendomi un quadratino plastificato, il lasciapassare.

A Slatitcev non fu permesso di proseguire. Io passai per primo seguito da un ufficiale smilzo.

Slatitcev mi guardava da dietro, digrignando i denti.

Il secondo corridoio era beige e molto più luminoso.

Nel giro di un minuto l’ufficiale aprì una grossa porta e, facendomi un cenno col capo, si congedò.

Oltre la porta, seduto in una stanza ordinata, un giovane maggiore compose un numero al telefono premendo un solo pulsante. Attese a lungo la risposta, fissando il tavolo. Qui sì che avrei potuto scrivere: mi guardai attorno (se per caso c’era qualcosa da guardare). Un cubo di pietra, l’uomo alla postazione, pronunciò rapido il mio cognome ad alta voce e subito riattaccò, dopo aver ascoltato la risposta decisa.

Dopo un minuto venne a prendermi un tizio sulla trentina, alto, moro, in jeans e canotta. Carnagione rosa scuro, occhi leggermente in fuori e gonfi, labbra quasi africane. Si presentò: “Maksim Milaev”, la sua stretta di mano decisa e amichevole pareva dicesse: “A quanto ho capito, possiamo fidarci di lei, ci proveremo!”

Stavolta, un corridoio perfettamente bianco, venti passi fino all’ascensore.

“Che bel giovanotto,” pensai “davvero strano. È comparsa una nuova generazione a cui è concesso avere visi che restano impressi?”

Nella cabina ampia e profumata scendemmo giù; molto giù, mi sembrò.

- Mi hanno detto che si tratta di un laboratorio, ma pare piuttosto una prigione – dissi.

- Lei è stato in prigione? – chiese sorridendo il mio compagno.

Risposi con un sorriso.

Oltre l’ultimo posto di blocco (quattro persone armate in mimetica, una larga porta automatica) sbucammo in uno strano locale che odorava di detersivo, simile a un enorme vagone, ma senza finestre. Anche le porte si aprivano come negli scompartimenti dei treni.

Maksim aprì a fatica la prima, facendola scorrere verso sinistra: apparve una stanza di vetro con un letto, un tavolino, alcuni libri su uno scaffale.

Sul letto era seduto un uomo che ci fissava tranquillamente attraverso il vetro.

- Non ci può vedere – disse Maksim. – È un vetro a specchio.

Sembrava che Maksim attendesse una mia domanda, ma non gli chiesi nulla.

- È Salavat Raduev - disse, spiegandomi ciò che vedevo con i miei occhi.

- Che hanno ucciso in prigione – mi limitai ad aggiungere.

- Esatto - mi rispose a tono Maksim.

Raduev sedeva immobile, senza barba, il viso simile a un sereno down.

Gli occhi sorridevano caldi e burrosi.

- A diciotto anni imbianchino in una squadra edile, a ventuno membro del comitato del komsomol* di Inguscezia; a ventinove generale di brigata, organizzatore di innumerevoli attentati; è sopravvissuto almeno a due tentativi di eliminazione, ha addestrato gruppi speciali all’uso di esplosivi nelle centrali atomiche, è stato arrestato, a trentacinque anni è morto nella prigione di Kolisamsk, è...



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