Prilepin | San'kja | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 288 Seiten

Prilepin San'kja


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-6243-278-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 288 Seiten

ISBN: 978-88-6243-278-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La mamma infermiera di notte, il padre morto alcolizzato, San'kja è uno degli innumerevoli figli della dimenticata periferia rurale russa. Sbandato, arrabbiato col mondo, indifferente e ostile a qualsiasi ideologia, San'kja sogna una patria inesistente. In un crescendo di disperata violenza tenterà, insieme ai giovanissimi compagni del partito rosso bruno - i suoi amici, il suo amore, la sua vera famiglia - di distruggere un ordine neoborghese che odia, di scatenare la rivoluzione...

Prilepin San'kja jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


CAPITOLO SECONDO


Saša si separò da Venja e Lëša nei pressi della metro: avevano pensato di destare meno sospetti da soli.

Da Mosca alla sua città (500 chilometri dalla capitale) prese un regionale o, come lo chiamavano i suoi compagni, il “cani express”.

Sedeva in un angolo solitario del vagone: ogni tanto quanto era avvenuto poco prima gli dava un fremito, ripartiva quel ritmo, quando tutto si frantuma e risuona. Saša lo ascoltava e capiva che era un bel fremere.

La città si era rivelata debole, un giocattolo, e devastarla era stato inutile quanto rompere un pupazzetto: dentro non c’era niente, solo un vuoto di plastica. Ma quell’infantile sensazione di euforia, quell’agre senso di appagamento nascevano proprio dal fatto che tutto era stato molto più semplice di quanto si sarebbe detto…

A ogni incursione dei controllori Saša usciva nella piattaforma tra i vagoni e ne scrutava da dietro il vetro torbido le divise blu, i volti arcigni. Poi, alla prima fermata, scendeva, superava di corsa il vagone coi controllori e risaliva a sedersi in un angolo.

Di tanto in tanto si leccava il labbro ferito, ma non gli faceva già più male, si rimarginava come ai gatti.

Pareva che il treno si muovesse senza alcun rumore, Saša non udiva nulla.

Fuori dal finestrino scorrevano paesaggi miserandi e tristi. Nel vetro si vedeva la sua immagine riflessa: capelli corti con un ciuffo indomabile, guance non rasate, pelle scura, fronte solcata da rughette precoci… Un viso come tanti.

Saša giunse nella sua città. Le porte del treno sbatterono dietro di lui, quasi fosse un’appendice e lo avessero reciso.

Scacciando lo sciocco pensiero che ci fosse un’imboscata ad attenderlo già nell’androne (“…eh già, allora hanno preparato un’imboscata in ogni punto del paese…”) corse a casa.

La serratura emise il consueto, debole, suono metallico. La porta si aprì.

Sua madre faceva il turno di notte, l’appartamento era vuoto.

Saša chiamò un conoscente e gli chiese di accompagnarlo al villaggio. Il tipo rispose scontroso: “Ci vado oggi.”

Lasciò alla madre un biglietto: “Mamma, tutto bene.”

* * *

Andavano al villaggio tra i soliti sobbalzi. La vecchia Lada sferragliava; invece del tagliando sul parabrezza era esposto un calendarietto con le cifre dell’anno in corso in grassetto; il calendarietto avrebbe dovuto trarre in inganno la stradale. Lungo la strada che portava al villaggio incontrarono un solo posto di blocco: l’agente guardò la Lada con aria schifata e si voltò dall’altra parte.

Il tipo tacque tutto il viaggio; ogni tanto si metteva in ascolto dell’auto, che emetteva i rumori più svariati. Il loro alternarsi pareva a Saša casuale. L’uomo alla guida sembrava però distinguere ogni singola componente di quella cacofonia.

Al passaggio del posto di blocco l’autista s’irrigidì appena, gli occhi gli si fecero cupi, strinse più forte il volante e si concentrò sulla strada, non voleva sfiorare l’agente neanche con lo sguardo, quasi fosse uno spirito del male.

Un istante dopo era già tranquillo.

Come Saša.

Subito dopo il posto di blocco la strada asfaltata terminava, lasciando posto a una vicinale. Attraversati orti e due villaggi muti, senza neppure un cane, la strada s’intricava in un bosco di pini. Nel bosco era buio. La vicinale seguiva il percorso della vecchia ferrovia a vagonetti, martoriava e colpiva dolorosamente la macchina con le sue buche e i suoi dossi.

La Lada faceva luce con un solo faro, il secondo già faticava a illuminare sé stesso. Nel cono di luce balenavano e ghignavano rami secchi. Dal profondo dell’infanzia riemerse la paura del buio, degli alberi; Saša accese una sigaretta e tutto passò.

Si ricordò di una volta che era andato a falciare col padre, aveva nove anni. Falciava il padre: Saša ci provava solamente quando lui si faceva una fumata, per il resto ammucchiava l’erba falciata dal padre in piccole file. Il buio si faceva sempre più fitto. Dovevano venire a prenderli con un camion, ma non arrivava nessuno. Il padre aveva acceso un falò. Saša raccoglieva i rametti lì intorno, timoroso di allontanarsi dal fuoco. Il padre invece s’inoltrava nel bosco, e Saša ascoltava pauroso lo scricchìo degli sterpi spezzati; riappariva finalmente, con un enorme bottino. Il falò tremolava, i rami crepitavano.

Stavano proprio per oltrepassare quella radura… Eccola lì.

Il camion alla fine era arrivato. Suo padre aveva detto all’autista: “Io passo qui la notte.” Mentre andavano via, Saša aveva guardato dal finestrino del camion: suo padre non era vicino al falò. Non era riuscito a scorgerne il viso.

“E allora? Cosa sarebbe cambiato, se l’avessi visto? Cosa avresti visto?”

La voce era ironica, persino irritata. Saša non amava quella voce e non le rispose. Socchiuse un attimo gli occhi e provò a pensare ad altro.

Il parabrezza sporco. Il calendarietto. La scia sporca lasciata dai tergicristalli. L’interno del portaoggetti con lo sportellino rotto. Saša vi aveva riposto per due volte i cerini caduti, poi aveva gettato la scatola vicino al cambio.

La barba di qualche giorno sul volto del conducente.

La sua casa al villaggio andava lentamente in rovina.

Al villaggio vivevano il nonno e la nonna di Saša, i genitori del padre. Non li vedeva da un anno. Era quasi impossibile andare al villaggio d’autunno, d’inverno o in primavera, al limite a maggio, se era caldo e secco. Al massimo in trattore. Raramente qualcuno si arrischiava a mettersi in viaggio con qualche altro mezzo.

Non aveva più voglia di fumare, la sigaretta non accorciava il tragitto come al solito, anzi si protraeva nauseante, insapore, di pari passo col viaggio; quando l’auto sbatteva contro i dossi della strada la cenere gli cadeva sui pantaloni, e con la coda dell’occhio l’autista osservava Saša scuotersi di dosso quei puntini rilucenti.

“Coglione!” imprecò Saša, rammaricandosi per le bruciature sui pantaloni, e gettò metà sigaretta dal finestrino.

Si lasciò scivolare sul sedile, mettendosi quasi disteso e puntellandosi con le gambe aperte, e tentò di rilassare almeno un poco il corpo affaticato dal viaggio. Una nuova gobba lo ribaltò sul conducente. Saša stava per scusarsi, ma ci ripensò e si mise a sedere composto, fissando dritto davanti a sé.

…In testa gli formicolava qualcosa di indistinto, qualcosa che nutriva per lui, Saša, una totale indifferenza. Altre volte aveva notato con stupore quel formicolare di pensieri che pure dovevano essere suoi, quel pigro accavallarsi di osservazioni quasi fuori controllo, di associazioni mentali tra cose confusamente registrate e cose del tutto dimenticate.

La solitudine, pareva a Saša, è un miraggio, perché non si può rimanere veramente da soli con sé stessi, fuori da tutti i riverberi lasciati in te da quanti ti sono passati accanto, senza quella copiosa scia di ferite, errori e amarezze. Quale solitudine può esserci mai, quando l’uomo ha la memoria, che è sempre lì, severa e impassibile?

“Quale solitudine, se tutto ciò che hai vissuto è dentro di te e con te, come tu fossi un gelataio che ha finito tutti i gusti, ma che continua a camminare col suo carrettino e, mettendosi a dormire, se lo sistema a fianco, freddo?…” pensò Saša e rise ironicamente di sé. “È un delirio. Che delirio!” disse una voce. Saša ancora una volta non rispose, ma stavolta concordava.

* * *

Il villaggio era buio, in molte case le luci erano spente.

Saša non provava quasi emozione nel tornare nei luoghi dov’era cresciuto.

Già da tempo gli sembrava difficile, tornando al villaggio, provare una qualche gioia, tanto triste e ripugnante era lo spettacolo che si presentava alla vista.

Alcuni abitanti che camminavano senza fretta sul ciglio della strada in direzione della Lada si fermarono a esaminarla: chi erano, da chi andavano? Saša lasciò scivolare lo sguardo, non voleva riconoscere nessuno. Tutto gli era estraneo.

L’autista accostò alla propria abitazione.

- Prosegui a piedi? - disse, a metà tra la domanda e l’affermazione.

- Proseguo a piedi - disse Saša, sforzandosi di non farla sembrare una risposta mortificata (gli venne male), e scese dalla macchina.

I soldi per la benzina glieli aveva già dati in città.

Si sgranchì e si diresse alla casa paterna per una viuzza ormai del tutto buia.

La via era dissestata e sporca. Rifiuti, avanzi di cucina, risciacquatura di piatti, tutto veniva gettato e versato nel fossato vicino casa; i polli beccavano quello che potevano, il resto marciva in silenzio. Saša si teneva alla larga dai fossati, intuendoli dall’odore e dalla sgradevole mollezza della terra umida e marcia intorno.

Decise di tagliare verso la casa, che si trovava nella stradina parallela, passando dall’orto. Inoltre, per vincere il disgusto era meglio avvicinarsi alla casa dal cortile posteriore, immergendosi gradualmente nello squallore e nella desolazione.

Voltò sul sentiero, i piedi gli scivolavano sulla fanghiglia. Saša allargava le braccia e imprecava piano…

Invano Saša si era guardato dal fango: attraversando l’orto vi affondò comunque, s’impiastricciò tutto, e negli ultimi metri prima del cancelletto arrancò, sguazzando senza possibilità di scampo nella pozza nera.

“Ti sarai mica dimenticato come si apre il catenaccio?” tentò di ringalluzzirsi Saša, di scuotersi.

Infilò a fatica la mano nella fessura del cancelletto (da piccolo gli riusciva più facilmente, con la piccola manina) e spostò la nottola.

- Non l’hai dimenticato - sussurrò Saša,...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.