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E-Book, Italienisch, 288 Seiten

Prilepin Patologie


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-6243-279-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 288 Seiten

ISBN: 978-88-6243-279-5
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il giovane Egor appartiene ai corpi speciali russi, gli OMON, di stanza in una scuola abbandonata alla periferia di Groznyj con l'incarico di ripulire il territorio circostante. Lui e i suoi compagni, ragazzi un po' cinici e un po' sfrontati, combattono un nemico che li odia da secoli. Egor non è un eroe, non ama la guerra e lo scenario di devastazione che ha di fronte esaspera la sua propensione a vivere sentimenti e rapporti sempre sul crinale della patologia. Morbosamente possessivo è il legame con Da?a, la ragazza che ama e a cui non perdona le precedenti relazioni, e altrettanto ossessivo è l'infantile attaccamento alla cagnetta Daisy... Sostenuto da una lingua forte, a tratti brutale pur mantenendo una sua leggerezza, Patologie è un romanzo difficile da dimenticare che scuote profondamente le coscienze dei lettori.

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I


Sbarchiamo. La pancia aperta del velivolo brulica di ragazzi in mimetica. Decine di casse di munizioni e granate, carne e pesce in scatola, vodka, pacchi di pasta. Bidoni vari. Una stufetta…

Soldati di leva, sporchi, fumano un’Astra con occhi martoriati, seduti su un telone incatramato, e ci guardano. Ragazzi giovani, le braccia dai polsi sottili arabescati di nero.

Abbiamo giocato a carte per tutto il viaggio. Io in coppia con un mezzosangue ceceno di nome Hasan. Hasan è biondo con la barbetta rossiccia; il naso aquilino e gli occhi sporgenti ne tradiscono la razza.

Dopo il militare Hasan non è tornato a Groznyj, dov’è nato, ha studiato e tutto il resto. A Svjatoj Spas, questo è il nome della città da cui veniamo, Hasan ha trovato una fidanzata e ci è rimasto a vivere. Ha cambiato i documenti, ha preso un nome russo. I ragazzi lo chiamano comunque Hasan. Perché lui è un 1, un ceceno. Ora Hasan nelle fila delle forze speciali russe viene a visitare la natia Groznyj, magari a sparare ai suoi compagni di classe. Io e lui comandiamo due squadre di uno stesso plotone. Il nostro comandante di plotone è Collo. È così che lo chiamano: la sua testa e il collo hanno pari diametro. Non perché la testa sia piccola, è il collo a essere taurino.

Il comandante chiede:

– Hasan, come farai a sparare ai tuoi?

Hasan ride.

– Così – dice. – Bang! Bang!

È furbo. Durante il volo abbiamo battuto tutti a carte. Poi l’aereo si è messo a rombare, a tremare, e ha iniziato la fase di atterraggio. Abbiamo nascosto le carte. Abbiamo innestato i caricatori, qualcuno si è fatto il segno della croce. Eravamo a Mozdok, a quanto abbiamo scoperto: da qui la guerra è ancora lontana.

Io e Hasan ci siamo diretti a pisciare, mentre i ragazzi scaricavano il velivolo. Accanto al cesso di legno abbiamo fumato un paio di sigarette a testa.

Una volta tornati, afferriamo un bidone vuoto e lo spostiamo, piegando a bella posa le ginocchia, come se il bidone fosse pesante. Torniamo all’aereo facendo un giro assurdo. I ragazzi sono già bagnati fradici per la stanchezza. Io e Hasan scegliamo di nuovo qualcosa di leggero. Io inizio a traccheggiare con una cassa e nel frattempo Hasan decide di andare a prendere l’acqua. Solo lui sa dov’è l’acqua: alla stazione c’è una fontanella, adesso arriverà e darà da bere agli assetati. Appena avranno finito di scaricare l’aereo arriverà con una bottiglia di plastica piena d’acqua.

I soldati sporchi fumano un’Astra e osservano pensosi le nostre provviste. Ci imbarchiamo di nuovo, in elicottero. Prossima stazione: Groznyj.

L’aereo somiglia a uno squalo, l’elicottero a una mucca.

Fin dall’infanzia mi risulta insopportabile il battito del mio cuore. Se di notte, nel sonno, rigirandomi, mi sdraiavo in modo da sentire le pulsazioni, il battito cardiaco – per esempio, poggiavo la testa su una spalla – il risveglio era immediato. Il battito del cuore mi è sempre sembrato disgustoso, traditore, fuggevole. Con quale diritto quest’assurdo pezzo di carne rossa mi trascina al suo seguito, nel vuoto assoluto e nel buio fondo? Poggiavo la testa sul cuscino e mi calmavo: silenzio… non c’è nessun cuore… è tutto a posto…

E mi addormentavo.

La comparsa di Daša aveva raddoppiato il terrore. Ancora più del mio, avevo paura del battito del suo cuore. E se il flusso di quel sangue mi avesse portato via Daša, in una direzione a me sconosciuta?

Mi svegliavo sempre prima di lei. Al mattino avevo la costante sensazione di aver lasciato un’idea in sospeso, di essermi ingarbugliato nel bel mezzo di un pensiero e di averne perduto la cognizione.

La mattina Daša dormiva inquieta, come un lattante prima della poppata. Faceva movimenti strampalati, si rigirava in maniera buffa, sfiorando la mia faccia coi capelli, lasciando sulla pelle la lieve sensazione del tocco d’ala di una rondine che voli vicina, e si acquietava per qualche minuto.

In strada, con un rumore d’acqua versata su ferro rovente, passavano i filobus, malgrado solo la notte prima sembrava si fossero estinti per sempre, come i dinosauri. La notte tornavamo sempre a casa abbracciati e, facendo gli scemi, attraversavamo la strada senza motivo, dando un senso all’esistenza dei rari semafori notturni; consideravamo nostro dovere importunare tutte le pozzanghere sui marciapiedi e camminavamo a piedi nudi nelle aiuole curate, pettinate fino al singolo filo d’erba, delle piazze del centro città.

Al mattino avevo voglia di fumare, ma non riuscivo a costringermi ad alzarmi per andare in cucina.

Scontenti del destino, i conducenti delle auto frenavano bruscamente; allo stridio dei freni una palpebra di Daša tremolava e io, che fino a quel momento avevo accompagnato pensoso e amorevole con un dito il capezzolo marrone chiaro di un suo seno che spuntava dalla coperta, temevo che la mia bambina si sarebbe svegliata e, sussurrando “shh”, poggiavo la mano sul suo ventre, caldo come quello di un cagnolino, dove, errando con un mignolo curioso, sfioravo una dolce spirale di peli neri, e colto di nuovo inavvertitamente da una sonnecchiosa baraonda di buffe assurdità, immagini e memorie che si assiepavano l’una sull’altra come scarabei, mi addormentavo.

Facevo sempre gli stessi sogni. I sogni erano fatti di odori.

Umido e iridescente, come disegnato nell’aria ad acquerello, compariva l’odore dell’estate, di fantomatiche betulle notturne, di piogge brevi come la riparazione istantanea d’un calzolaio, di dolcezza. Poi, denso e pigro, affiorava l’odore dell’autunno, come disegnato con colori a olio, odore di alberi di navi di pino e tremolo incatramati, di mestizia. Bianco, gelido, smorto, disegnato come a pastello, l’odore dell’autunno era rimpiazzato dal sapore dell’inverno. I sogni si avveravano. Ci svegliava la sensazione di fame che si inerpicava come un ragno freddo sulla sommità di tutti i sogni, mettendo in fuga quel calore insopportabilmente dolce, spariva senza traccia quel beato torpore e quella tanto felice e fiduciosa cecità. Da ogni nostro movimento, dall’intenzionale casualità, ma in realtà esplicita volontarietà dei contatti errabondi tra le nostre mani come dormienti, capivamo entrambi di essere svegli, ma per un po’ non davamo a vederlo, finché Daša non si tradiva buffamente, sbadigliando a mo’ di gattino. Un attimo dopo, dischiudendo gli occhi ridenti e dolci, Daša si imbatteva nel mio sguardo.

“Beccata!”

Daša chiudeva svelta gli occhi, ma le pupille non riuscivano più a vivere dell’indifferente vita notturna e si animavano di nuovo. A quel modo balzerebbero da una macchia di lappole e ortiche due caprette, capendo che è arrivato il padrone.

Nelle pozzanghere fluttuano pezzi di ghiaccio sporchi. Transitano autocarri. Scrosciando di lato e rimbalzando indietro, l’acqua delle pozzanghere schiuma, fangosa. Dal cielo grigio, nero, umido, pioviggina. C’è odore di vecchie garze inumidite…

Soldati indifferenti a tutto sollevano su di noi pensosi occhi sonnolenti. Siamo a Chankala: punto di dislocazione principale delle truppe, un sobborgo di Groznyj.

Un maggiore barbuto in mimetica parla con un ceceno in giubbotto di pelle, entrambi sghignazzano. Il maggiore è seduto su una sediolina pieghevole, il basco con la coccarda di lato. Il ceceno somiglia a un demone agghindato, il maggiore ricorda un artista senza il cavalletto.

Nella nostra “mucca” si stanno imbarcando i SOBR2 di San Pietroburgo. Vanno a casa. Uno di loro mi dice:

– L’importante è che il vostro comandante sia ostinato. Così non vi sbattono chissà dove… In culo i loro ordini! Avevano spedito quelli di Rjazan’ in campo aperto, gli avevano fatto scavare le trincee. E dopo una settimana li hanno fatti tornare indietro. Ma ne avevano già accoppati quattro, cazzo. Non c’era neanche bisogno di dissotterarli. Invece a noi, su quindici, due feriti e basta. Perché ce ne sbattevamo dei loro ordini.

– La città è in mano ai nostri, – sento una conversazione da un’altra parte – ma di ribelli in città ce n’è un fottio. Stanno rintanati. Di giorno la città è nostra, di notte è loro.

Sudati, a corto di sonno e stanchi, carichiamo le nostre cianfrusaglie su autocarri di varie dimensioni. Montiamo pure noi, nei cassoni. Quel furbone di Hasan monta in uno degli abitacoli, con l’autista. Lì è caldo e morbido.

– Vai, vai, Hasan! – gli dice Collo. – I tuoi compaesani hanno la consuetudine di sparare come prima cosa nell’abitacolo.

Hasan non sente, digrigna i denti. I ragazzi guardano Collo. Tutti si mettono a fumare, pure quelli che non hanno mai fumato.

– Non fatevela sotto, ragazzi! – ride il vicecomandante di plotone Griša Žarikov, mezzo gobbo, denti gialli, canini sporgenti, a metà strada tra una iena e uno sciacallo (o meglio, a come questi sono rappresentati nei cartoni animati), per il suo temperamento irridente detto Piaga.

– I vostri corpi saranno freddi prima delle canne dei vostri fucili… – ci punzecchia.

Lui ha combattuto insieme a Collo in Tagikistan.

Il nostro comandante, Sergej Semënyc Kucyj, rispetta Piaga, e a Collo lo chiama “figliolo”. Semënyc è un personaggio eroico. Zeppa di medaglie com’è, la sua divisa da parata non ce la fai ad alzarla. Dicono che in Afghanistan si sia schiantato sulle montagne col suo elicottero abbattuto. Poi a Cernobyl’ ha issato la bandiera sovietica sulla ciminiera più alta della centrale: in onore della vittoria sul reattore nucleare. Gli hanno assegnato un appartamento per questo. Poi ha perso i capelli, e non solo. Anche la moglie l’ha piantato.

– I...



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