Prilepin / Marcialis | Il peccato | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 237 Seiten

Prilepin / Marcialis Il peccato


1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-6243-296-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 237 Seiten

ISBN: 978-88-6243-296-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un romanzo fatto di frammenti. Dieci storie ispirate alla vita di Zachar Prilepin prima che diventasse scrittore di successo. Zachar ragazzino, alle prese con i primi turbamenti erotici. Zachar che vive alla giornata. Zachar che cambia mille mestieri, scarica camion e scrive poesie. Zachar becchino e buttafuori. Zachar innamorato. Zachar padre. Zachar sergente in Cecenia. Zachar che trabocca d'amore per la vita, ma vive nel pensiero della morte, nell'idea che per sconfiggere la ripugnante, vergognosa paura della morte occorra sfidarla, andarle incontro, farne una scelta consapevole. Zachar ossessionato dalla paura dell'umiliazione. Zachar umiliato. Rifratta nelle tessere di un mosaico emerge la personalità di un eroe scisso, che ha fatto della virilità un epos, pur cogliendone l'intima fragilità, e finirà schiacciato sotto il peso di una visione acuta e tragica dei destini della Russia post-socialista.

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IL PECCATO


Aveva diciassette anni, e nel suo corpo ci stava a disagio.

Il suo corpo era fatto di ossa robuste, un pomo d’adamo aguzzo, braccia lunghe, sguardo distratto, cervello infiammato.

La sera, quando andava a dormire nella piccola izba in cortile, fantasticava di essere morto: “E così, lui non c’è più” si rigirava nella testa.

Provava a immaginare: qualcuno scoppia a piangere, la cugina, amata di un amore strano, adolescenziale e contorto, lancia un urlo. Lui è a terra, morto; sua cugina grida.

Qua e là, nelle nebbie del suo cervello infiammato, sapeva bene che non si sarebbe mai ucciso, lui amava la vita di una passione struggente, lui è un’altra cosa, è sangue caldo, fatto solo per scorrere, circolare libero e leggero, non schizzare fuori da vene tagliate, gole squarciate, petti trapassati da una pallottola…

Tendeva l’orecchio al martellante “è morto… è morto…” e si addormentava, vivo, con le braccia spalancate, come dorme chi è destinato alla felicità, all’amore, un amore facile da ottenere e mai amaro.

Sul tavolato a volte scorrazzavano topi.

La nonna metteva il veleno, spargeva negli angoli una cosa bianca che quelli di notte mangiavano, bisticciandosela e squittendo.

Al risveglio si lavava in cortile, ascoltava i discorsi mattutini: timida la capra, spavaldo il maiale, sfacciato il gallo, finché una volta non aveva dimenticato di chiudere la porta dell’izba. Rientrando aveva visto quelle stupide delle galline zampettare attorno al veleno.

Le aveva cacciate via, tra i loro coccodè (dal cortile rispondeva severo il gallo). Corricchiando, spiumazzando, incapaci di trovare la porta (fuori il gallo non taceva un istante, il pollaio vuoto), le galline erano finalmente uscite in cortile.

Per alcune ore aveva atteso con ansia di vederle farsi malinconiche, come sempre gli animali in punto di morte, e crepare. La nonna si sarebbe dispiaciuta. Ma le galline non erano morte, o avevano beccato poco, o il loro cervello di gallina non arrivava a capire che quello era veleno. Probabile.

Anche i topi erano sopravvissuti, ma si muovevano più lentamente, con circospezione, come se, fattisi per sempre pensierosi, non avessero più ragione di affrettarsi.

Una notte, spaventato da un fruscio, aveva acceso la luce dell’izba. Era un topo. Correva, ma non ce la faceva ad attraversare la stanza. Accecato dalla luce improvvisa si era confuso, e andava in tondo, come al circo.

Afferrato l’attizzatoio aveva raddrizzato il corpo sottile dai muscoli sottili e colpito il topo sulla spina dorsale, un colpo, due, tre…

Si era accovacciato, aveva osservato a lungo l’occhio vispo su cui erano calate le palpebre, la disgustosa coda. Aveva sollevato il cadavere con l’attizzatoio e lo aveva portato fuori, in cortile; poi era rimasto lì, scalzo, con il topo morto, a guardare le stelle.

Da quella volta aveva smesso di ripetersi, prima del sonno: “è morto… è morto…”.

Al risveglio, chiusa la porta cigolante dell’izba dove regnava incontrastato giorno e notte, leggeva, pensava, fissava il soffitto e faceva lo scemo senza dare fastidio a nessuno, entrava in casa. La nonna era in piedi da un pezzo, aveva già munto la capra, fatto uscire le galline, spinto le oche al fiume e preparato la colazione. Il nonno sedeva al tavolo, in sala, con gli occhiali dalle lenti grandi e spesse calati sul naso, e aggiustava qualcosa respirando rumorosamente.

Lui si affacciava, vedeva la schiena del nonno e scompariva silenzioso e fulmineo per paura che gli chiedesse di aiutarlo. A smontare era ancora capace, ma rimontare… I pezzi, il cui incastro gli era sembrato semplice e chiaro, perdevano subito senso. Non restava che raccogliere con la mano quella minutaglia metallica e buttarla nella pattumiera, vergognandosi di sé stesso e abbozzando un sorriso idiota.

– Ti sei alzato? – lo accoglieva affettuosa la nonna. Cucinava con gesti morbidi, mai frettolosi.

Nella piccola cucina, seduto al tavolino, osservava il volo delle mosche. Si alzava a prendere lo scacciamosche, un bastone di legno coronato da un triangolo di gomma nera, sotto i cui colpi sonori le mosche morivano spiaccicate.

Ammazzare le mosche era divertente, quasi un gioco. Il tempo in cui ancora giocava non era del resto distante, bastava allungare la mano. A volte in soffitta, dove era andato a cercare vecchi libri polverosi (e perciò tanto più desiderabili), trovava macchinine rotte, e lo pungeva il desiderio acuto di portarsele nella sua izba, se non proprio per farle correre sul pavimento, almeno per guardarsele a piacere.

La nonna taceva, un silenzio amichevole, che non pretendeva risposte.

Le patate rosolavano in padella, quando si sollevava il coperchio per mescolarle sfrigolavano e schizzavano come fuochi d’artificio.

I cetriolini giacevano inerti in un piatto, immersi in una marinata fresca e non troppo salata.

Il lardo si riprendeva pian piano dal gelo da cui lo avevano estratto, illanguidiva e ritrovava sapore e profumo.

Lui scacciava le mosche dal tavolo e ogni tanto si incantava a fissare lo scacciamosche, il bastone sottile e robusto che penetra il triangolo nero.

Gettava via lo scacciamosche, con una leggera smorfia di ribrezzo, si asciugava le mani sui pantaloncini, tirava indentro la pancia, nel petto un dolore sordo, come se avesse bevuto in fretta un bicchiere d’acqua gelata (la sensazione del liquido mancava, c’era solo quel dolore sordo alle ossa).

“Perché mi è toccato questo… Perché a tutti ci è toccato questo… non si poteva fare diversamente?”

– Tuo nonno non mangia? – chiedeva la nonna, spegnendo il fornello.

– Certo che mangia – assicurava deciso il nipote, felice di essere stato distratto. Sapeva bene che il nonno non si metteva mai a tavola senza di lui.

Andava in sala, lo chiamava a voce alta:

– La nonna dice di andare a tavola!

– A tavola? – replicava il nonno sovrappensiero. – Non ho tanta voglia di mangiare… Va be’, andiamo a sederci. – Si toglieva gli occhiali, riponeva con cura pinze e cacciaviti, si alzava sbuffando e ansimando.

Chinava lievemente la testa sotto l’architrave, allungando il collo come un’oca, ed entrava ciabattando in cucina. Una rapida occhiata alla tavola – l’occhio del padrone – come ad assicurarsi che ci fosse tutto: tutto era al suo posto e, c’era da giurarci, da decine e decine di anni.

– Non bevi nulla, Zacharka? – chiedeva con ben celata malizia.

– Ma no, a quest’ora del mattino! – rispondeva il nipote con piglio pratico.

Il nonno accennava un assenso col capo: ottima risposta. Mangiava con gravità, ogni tanto occhieggiando severo la nonna. Chiedeva della conduzione domestica.

– Ma stai buono! – reagiva la nonna. – Come se senza di te non lo so, cosa dare da mangiare alle galline…

“…una scema rimane scema…” sembrava dire un fulmineo e quasi impercettibile guizzo sul viso del nonno. Ma oltre non si andava.

I vecchi non litigavano mai. Zacharka li amava con tutto il cuore.

– Vado a trovare le cugine – diceva alla nonna dopo colazione.

– Vai vai, – lo incoraggiava la nonna – e portale a pranzo da noi.

Le cugine vivevano due case più in là, nello stesso villaggio. La minore, Ksjuša, non molto alta, carina, occhi furbi, aveva compiuto sedici anni da poco. La maggiore, Katja, sguardo dolce e capelli scuri, aveva cinque anni di più.

Ksjuša frequentava la sala da ballo dall’altra parte del paese, tornava alle quattro del mattino. Si svegliava presto comunque, sempre scontenta e insonnolita, e restava ore a guardarsi allo specchio, seduta alla finestra con la faccia bene alla luce.

Verso mezzogiorno le tornava il buon umore e si metteva a scherzare con il cugino, fissandolo negli occhi e pretendendo risposte sincere alle sue domande piuttosto dirette.

Arrivando lì a trascorrere l’estate il cugino aveva subito capito che a Ksjuša era capitata di recente una cosa importante, da donna, e che il fatto la rendeva felice. Era più sicura di sé, come se avesse conquistato un nuovo, interessante punto di appoggio.

Il cugino si sottraeva alle domande, la sua attenzione era attratta dal piccolo Rodik, bimbetto scalzo, di tre anni, figlio di Katja.

Il marito della maggiore stava facendo il servizio militare, era via da più di un anno.

Rodik parlava pochissimo, meno di quanto avrebbe dovuto alla sua età. A sé stesso si riferiva con tenerezza come a “Odik”, con un cappa appena accennato alla fine. Capiva tutto, ma del papà non si ricordava.

Zacharka gli stava sempre dietro, se lo sedeva sulle spalle e andavano in giro, un ragazzo abbronzato e un bambino bianco bianco, con i boccoli morbidi.

Katja ogni tanto si affacciava in cortile, Zacharka la sentiva rispondere a Ksjuša: “Certo, tu sei figlia della gallina bianca!…” oppure “Non mi interessa cosa vuoi fare da grande, adesso peli le patate!”

Ma era una finta burbera.

Usciva sulla porta e guardava Zacharka avvicinarsi...



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