Prilepin | Il monastero | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 816 Seiten

Prilepin Il monastero


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-6243-332-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 816 Seiten

ISBN: 978-88-6243-332-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Anni '20 del secolo scorso. Artëm Gorjainov sconta una pena di tre anni alle isole Solovki, dove sorge un antico monastero adibito a prigione dura per reati politici e comuni. Fra ?ekisti e anti?ekisti, ladri e assassini, rivoluzionari e controrivoluzionari, il giovane tenta di sopravvivere in un mondo che ha adottato regole e leggi proprie, ma le condizioni di vita quasi insopportabili, la fame, il lavoro massacrante, i soprusi e la brutalità non sembrano piegarne l'indole integra. Sullo sfondo di una natura superba e violenta si dipana un appassionante romanzo storico, corale, ricco di personaggi e colpi di scena. Fra disumanità e ingiustizia, rivalità, amicizie, impossibili amori, il lettore si trova coinvolto in mille storie. Perché, come dice l'autore, 'le Solovki sono il riflesso della Russia'.

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DA PARTE DELL’AUTORE


Pare che da giovane il bisnonno fosse chiassoso e irascibile. Dalle nostre parti c’è una bella parola per definire un carattere simile: bislacco.

Fino a tarda età aveva mantenuto una sua stramberia: se vedeva passare vicino a casa una mucca che si era staccata dalla mandria, col campanaccio al collo, il bisnonno mollava tutto e si precipitava in strada, afferrando quello che gli capitava a tiro: il suo bastone di legno di sorbo, uno stivale, un vecchio pentolino di ghisa. E dalla soglia, sbraitando come un ossesso, lanciava addosso alla mucca quello che gli era finito fra le mani deformate dall’artrosi. A volte persino rincorreva la bestia spaventata, promettendo castighi terreni a lei e ai suoi padroni.

“Brutto diavolaccio!” diceva di lui la nonna. Ma lo pronunciava: “Brotto diavalaccio!”

La o tonante della prima parola e la a, così insolita per l’orecchio, nella seconda erano qualcosa di affascinante. Quella a era simile a un occhio del bisnonno, demoniaco, quasi triangolare, come tirato all’insù; quando era irritato per qualcosa lo strabuzzava – mentre l’altro occhio rimaneva socchiuso. Quanto al diavalaccio – ogni volta che tossiva o starnutiva il bisnonno sembrava pronunciare proprio quella parola: “Aaa... ccio! Accc... ccio!” Come se vedesse davanti a sé un diavolo e urlasse per scacciarlo. O se sputasse fuori con la tosse, uno alla volta, i diavoli che aveva in corpo.

Sillaba dopo sillaba, andando appresso alla nonna e ripetendo anche io: “Brot-to dia-va-lac-cio” – mi perdevo in quel mio bisbiglio: fra le parole conosciute si aprivano squarci sul passato, quando il nonno era tutto diverso: giovane, cattivo e indiavolato.

La nonna ricordava quando, sposato il nonno, era venuta a vivere a casa, e il bisnonno picchiava duramente la mammina – la mia bisnonna, sua suocera. Anche se la suocera era robusta, forte, arcigna, più alta del bisnonno di una spanna e con le spalle più larghe, aveva paura di lui e gli ubbidiva in maniera assoluta.

Per riuscire a colpire la moglie, il bisnonno era costretto a salire su una panca. Da lì esigeva che lei si avvicinasse, la afferrava per i capelli e, prendendo la rincorsa col suo piccolo pugno feroce, la colpiva all’orecchio.

Si chiamava Zachar Petrovic.

“Di chi è questo giovanotto?”

“Come di chi? È di Zachar Petrov.”

Il bisnonno aveva la barba. Una barba quasi cecena, un po’ riccia, non del tutto canuta, sebbene i radi capelli che aveva ancora in testa fossero bianchi-bianchi, impalpabili, lanuginosi. Se la piuma di qualche vecchio cuscino si appiccicava sulla testa del bisnonno, be’, non era facile trovarla.

Quella piuma la toglieva sempre qualcuno di noi intrepidi bambini – né la nonna, né il nonno e nemmeno mio padre sfioravano mai la testa del bisnonno. E se scherzavano, sia pure bonariamente, su di lui, era solo in sua assenza.

Non era molto alto di statura: a quattordici anni lo avevo già superato, anche se ovviamente a quel tempo Zachar Petrov si era ingobbito, zoppicava vistosamente e, poco a poco, sprofondava nel terreno... aveva ottantotto, forse ottantanove anni: sul passaporto c’era scritto un certo anno, ma lui era nato in un altro, forse precedente a quello indicato sul documento, forse successivo... col tempo lui stesso se l’era scordato.

La nonna raccontava che il bisnonno era diventato più buono passati i sessanta, ma solo nei confronti dei bambini. Stravedeva per i nipoti, dava loro da mangiare, li faceva divertire, li lavava: per gli usi della gente di campagna era una cosa alquanto insolita. Dormivano tutti a turno con lui sulla stufa, sotto la sua enorme pelliccia riccioluta e odorosa.

Andavamo spesso ospiti nella casa di famiglia, e all’età – mi sembra – di sei anni quella felicità era toccata qualche volta anche a me: la vecchia pelliccia dura, pelosa, folta – ricordo ancora oggi quel suo odore.

La pelliccia stessa era come un’antica leggenda, cui si credeva con candore: l’avevano indossata senza riuscire a consumarla sette generazioni e l’intera nostra stirpe si era scaldata e riscaldata sotto quel pelo; con lei venivano coperti in inverno i vitellini e i porcellini appena nati, trasportati nell’isba perché non congelassero nella legnaia; dentro le sue enormi maniche poteva tranquillamente vivere per anni un’intera famiglia di silenziosi topolini domestici e, armeggiando a lungo nei vari strati della pelliccia e nei suoi anfratti, si poteva trovare un po’ di tabacco che il bisnonno del bisnonno un secolo prima non aveva finito di fumare, un nastro dell’abito nuziale della nonna di mia nonna, il rimasuglio di uno zuccherino perso da mio padre, che lui nella sua affamata infanzia postbellica aveva cercato tre giorni senza riuscire a trovarlo.

Ma l’avevo trovato io e me l’ero mangiato, insieme al tabacco.

Morto il bisnonno, la pelliccia fu buttata: per quante io ne racconti, in verità era vecchia e stravecchia, e puzzava terribilmente.

I novant’anni di Zachar Petrov li festeggiammo – a ogni buon conto – per tre anni di fila.

Il bisnonno sedeva a capotavola, serio e impettito, avrebbe detto un osservatore superficiale e poco intelligente – in realtà era allegro e un tantino malizioso: ve l’ho fatta eh, sono arrivato a novant’anni e vi ho costretto a riunirvi assieme!

Come tutti dalle nostre parti sbevazzava ancora in tarda età peggio di un giovanotto e quando, passata la mezzanotte – si festeggiava da mezzogiorno – sentiva di essere cotto, si alzava lentamente da dietro al tavolo e, scacciando con un gesto la nonna che si precipitava ad aiutarlo, si dirigeva verso il suo giaciglio, senza guardare in faccia nessuno.

E mentre il nonno si allontanava, quelli al tavolo restavano immobili e in silenzio.

“Cammina come un generalissimo...” disse una volta mio zio, che era mio padrino di battesimo e sarebbe rimasto ucciso l’anno successivo in una stupida rissa.

Che il bisnonno fosse stato tre anni nei campi di lavoro delle isole Solovki lo venni a sapere quando ero ancora bambino. Per me era come se fosse andato in Persia a fare razzie al tempo dello zar Aleksej il Mite, o avesse raggiunto Tmutarakan’ col principe Svjatoslav dal cranio rasato.

Non se ne parlava molto, ma di tanto in tanto il bisnonno nominava Ejchmanis, o il comandante di plotone Krapin, oppure il poeta Afanas’ev.

Per molto tempo ho pensato che Mstislav Burcev e Kucerava fossero commilitoni del bisnonno, e solo più tardi ho capito che erano tutti detenuti.

Quando mi capitarono fra le mani le foto delle Solovki, incredibilmente riconobbi subito Ejchmanis, e Burcev, e Afanas’ev.

Avevo preso a considerarli quasi come parenti stretti, anche se non sempre buoni.

Ripensandoci adesso, capisco quanto è breve la distanza tra noi e la storia: la storia è qui accanto. Io ho conosciuto il bisnonno, e il bisnonno aveva visto con i suoi occhi santi e demoni.

Ejchmanis lui lo chiamava sempre Fëdor Ivanovic, si avvertiva che nutriva nei suoi confronti un sentimento di tormentoso rispetto. Cerco a volte di immaginare come abbiano ucciso quell’uomo bello e non stupido, l’ideatore dei campi di concentramento della Russia sovietica.

Il bisnonno a me non raccontava mai nulla della sua vita alle Solovki, ma ogni tanto, a tavola con gli altri, rivolgendosi esclusivamente agli adulti maschi, e principalmente a mio padre, si lasciava sfuggire qualcosa, sempre con l’aria di voler concludere la storia di cui parlavano poco prima – e magari era passato un anno, o dieci, o anche quaranta.

Ricordo una volta, mia madre, un po’ anche per pavoneggiarsi davanti ai vecchi, stava controllando il francese di mia sorella maggiore, e d’un tratto il bisnonno aveva rievocato con mio padre - che la conosceva già – la storia di quando l’avevano mandato di corvè a raccogliere bacche, e nel bosco si era imbattuto in Fëdor Ivanovic, e Fëdor Ivanovic si era messo a parlare in francese con uno dei detenuti.

Bastavano al bisnonno, con la sua voce ampia e rauca, due o tre rapidi cenni per far rivivere davanti agli occhi episodi del passato. Certo il suo aspetto, le rughe, la barba, la piuma sulla testa, la risatina che grattava come un cucchiaio di ferro il fondo di una padella, tutto giocava un ruolo non secondario, persino maggiore delle parole.

Poi c’erano le storie sui tronchi d’albero nell’acqua gelata di ottobre, sugli enormi e ridicoli veniki per i bagni a vapore, sui gabbiani ammazzati e sul cane Black.

Il mio bastardino nero l’avevo chiamato anch’io Black.

Il cucciolo aveva ucciso giocando un pulcino della covata estiva, poi un altro, e ne aveva sparso le piume davanti all’uscio, e poi un terzo... insomma, il bisnonno aveva afferrato per la coda il cucciolo che, saltellando nel cortile, dava la caccia all’ultimo pulcino, e lo aveva sbattuto con forza contro l’angolo di pietra di casa nostra. Al primo colpo il cucciolo aveva mandato un guaito terribile, ma dopo il secondo si era azzittito.

A novant’anni le mani del bisnonno erano ancora, se non forti, salde. Le Solovki avevano temprato la sua fibra robusta, regalandogli buona salute per un intero secolo. Il viso non me lo ricordo, forse solo la barba con dentro la bocca sbieca che mastica qualcosa – in compenso le mani, non appena chiudo gli occhi, le rivedo, rivedo le dita storte e bluastre, coperte di sporchi peli riccioluti. Il nonno era stato deportato per aver pestato ferocemente un delegato. Dopo, quando aveva ammazzato con le sue mani...



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